Con il Global Progressive Mobilisation, l’incontro di Barcellona del 17 e 18 aprile, per la prima volta da decenni, si sono incontrate, condividendo una piattaforma comune, le social-democrazie europee e le forze della sinistra latino-americana, oltre a sindacati, Ong e una parte del mondo intellettuale.
La svolta di Barcellona
Nell’incontro di Barcellona è emersa l’idea di un “nuovo internazionalismo progressista”, costruito attorno a tre assi portanti: la difesa della democrazia liberale, sul piano interno, contro le nuove destre e gli autoritarismi; sul piano internazionale, il rilancio del multilateralismo e della cooperazione globale; quindi, sul terreno economico, l’archiviazione del “compromesso neo-liberale” (o della “terza via”), per mettere in campo invece una nuova stagione di intervento pubblico (su scala nazionale e in parte sovranazionale) volta a ridurre le disuguaglianze, a conseguire una transizione ecologica “socialmente giusta”, a regolare il capitalismo digitale e finanziario.
In questo senso vanno le proposte sul rilancio della programmazione e degli investimenti, dalle energie rinnovabili all’istruzione e ricerca, o sul rafforzamento dei diritti del lavoro, del welfare, dei beni pubblici.
Ma indicativa del cambio di passo è forse, soprattutto, l’accoglienza favorevole ricevuta dalla proposta di Gabriel Zucman: una tassa sulla ricchezza dei miliardari (cresciuta in questi decenni molto più del Pil, grazie alle rendite ottenute dalla liberalizzazione finanziaria, e senza ricadute positive sul resto dell’economia), i cui proventi andrebbero destinati alla conversione ecologica.
Una proposta che, naturalmente, ha una maggiore efficacia se attuata con un certo grado di coordinamento e condivisione a livello internazionale.
La missione smarrita della sinistra di governo
Con lo sviluppo economico moderno, cioè da quando è iniziata una sostenuta accelerazione tecnologica, il tema centrale della vicenda umana è capire come riuscire a governare la crescente potenza, da noi stessa generata, non per indirizzarla all’oppressione, ma per ancorarla a una progressiva affermazione dei diritti.
Oggi forse è più chiaro che nel recente passato: il destino del nostro tempo dipende dalla capacità della politica democratica di orientare le forze dell’economia, e della tecnologia, verso l’emancipazione umana e la riduzione delle disuguaglianze, la salvaguardia dell’ambiente, la più ampia diffusione dell’innovazione e delle conoscenze, la cooperazione globale.
E per fare questo occorre trasformare in profondità l’attuale sistema capitalistico. Storicamente proprio questa dovrebbe essere l’ambizione del socialismo democratico, come più in generale delle forze progressiste. Proprio questa è però la missione smarrita, dalla sinistra di governo, durante i decenni dell’egemonia neo-liberale; quando si è pensato che bastasse affidarsi ai meccanismi e alle virtù del mercato per realizzare (semplifico, ma fino a un certo punto), il “migliore dei mondi possibili”.
La crisi dell’età contemporanea e delle società occidentali è figlia, in buona parte, di questa illusione: cioè di un sistema economico che la politica democratica non ha saputo (né voluto) governare e che, anzi, si è imposto sulla politica e sull’etica dei diritti.
Fra le conseguenze, la crescita delle disuguaglianze interne: a sua volta motivo fondante dell’ascesa delle forze di estrema destra, che hanno ingigantito l’instabilità globale e stanno minando la democrazia liberale.
Di più, il capitalismo senza controlli sta provocando il collasso ecologico, che peraltro colpisce soprattutto i più poveri (che però inquinano meno) ed esacerba quindi sia i conflitti distributivi all’interno dei paesi sia quelli geo-politici fra Sud e Nord del mondo.
Non per ultimo, il nuovo capitalismo globale, di tipo tecno-finanziario, mette in discussione le libertà fondamentali e pure inasprisce le disuguaglianze, non solo economiche e sociali ma anche (o soprattutto) di conoscenza e di potere.
Una nuova fase per nuovi rapporti internazionali
In questo contesto, l’incontro di Barcellona può in effetti rappresentare una svolta. Ma perché è l’inizio di una fase nuova, non il punto di approdo. A partire da Barcellona, occorre elaborare una proposta più ampia e coerente di riforma dell’ordine internazionale. Che naturalmente va rivolta anche alla Cina, oltre che ai diversi paesi del Sud del mondo.
Una proposta che metta sul tavolo una sostanziale libertà di commercio, ancorandola però al rispetto dei diritti sociali e ambientali, prevedendo in cambio la regolazione della finanza globale e la condivisione delle informazioni, l’eliminazione dei paradisi fiscali e la creazione di un catasto globale dei patrimoni.
Su queste basi di rinnovata cooperazione economica occorre avviare la de-escalation militare, una collaborazione globale più incisiva per la riduzione dell’inquinamento e per il risanamento degli ecosistemi, nonché la riforma del sistema dei monopoli intellettuali e la condivisione della ricerca di base, oltre alla ristrutturazione in un senso più inclusivo degli organismi internazionali.
Le forze progressiste e del socialismo democratico devono esplicitamente porsi (anche) questi obiettivi, costruendo attorno a essi un orizzonte ideale e un’agenda di passi concreti da seguire.
Riducendo le disuguaglianze, superando il capitalismo della rendita in direzione di un sistema economico più equo e più innovativo, le società democratiche rafforzano sé stesse. E forse è questa la strategia migliore anche per confrontarsi con i regimi non democratici: non la chiusura, ma lo scambio – di merci, idee e persone – dopo aver posto noi stessi nelle migliori condizioni per tenere fede, con i fatti, ai valori di libertà e uguaglianza. A pensarci, è così che nel Novecento è stata vinta la Guerra fredda.
Ecco quindi che un pensiero socialista capace di correggere le ingiustizie del capitalismo, e di ancorare all’emancipazione umana e alla salvaguardia degli ecosistemi le forze dell’economia, e della tecnologia, si rivela vitale oggi non solo per le ragioni dell’uguaglianza, ma per tutti coloro che amano la democrazia e la pace.
