Perché il socialismo torna a parlare al “popolo”


Articolo tratto dal N. 85 di Immagine copertina della newsletter

Il socialismo è tornato, non v’è dubbio, riguadagnando la scena sull’agenda politica. Ma non era il socialismo quella commistione micidiale tra potere e ideali cui era stato dato il nome di “socialismo reale”? Cos’è stato davvero il socialismo?

Il pensiero socialista si sviluppò già dopo la Rivoluzione francese, prefigurando un’idea di società basata sull’eguaglianza materiale, nella quale uomini e donne avrebbero cooperato nella produzione per il beneficio di tutti, senza il bisogno di incentivi materiali, e lo Stato sarebbe stato sostituito da forme di autogoverno. Ma la storia del socialismo sarà legata a quella del movimento operaio, che prende corpo con l’affermarsi del capitalismo industriale.

Dal suo avvio in Gran Bretagna e poi in altri paesi europei e negli Stati Uniti, il capitalismo della fabbrica fu spietatamente “selvaggio”, non regolato, in cui i lavoratori dovevano operare in condizioni malsane, con turni di lavoro estenuanti e salari di “sussistenza”, ingrossando le fila del “proletariato”. Gli operai, però, scoprirono che potevano astenersi dal lavoro, perfino scioperare, per reclamare uniti condizioni più decenti e la fine dello sfruttamento. Le loro lotte divennero battaglie per l’emancipazione delle masse popolari, per il diritto al voto, perché tutti potessero aspirare ad una condizione degna, e presto coinvolsero milioni di lavoratori e lavoratrici. Perché le condizioni di vita del proletariato dovevano essere così brutalmente diverse da quelle dei borghesi capitalisti? Cosa giustificava quelle differenze?

Un’aspirazione di eguaglianza

Fin dagli esordi, quindi, fu l’aspirazione all’eguaglianza che caratterizzò quel movimento. Ma anche il bisogno di rompere la nuova, rigida struttura di classe che il sistema andava creando, non più basata sul lignaggio ma sul dominio di un rapporto di lavoro fondato sull’estrazione del profitto che, di fatto, impediva l’emancipazione sociale. Il pensiero egalitario socialista ispirò sempre tale movimento, prendendo direttrici come quelle del socialismo utopico o anarchico e trovando poi una sistematizzazione nel socialismo “scientifico” di Marx e Engels e nel loro Manifesto del Partito Comunista del 1848.

Il movimento dei lavoratori, che fu da subito internazionalista – considerando quella operaia una condizione che aveva tratti simili in ogni paese – ebbe così a riferimento il socialismo di ispirazione marxista che prefigurava «la dittatura del proletariato» e il superamento delle classi, l’alveo in cui si formarono e crebbero i partiti socialisti e laburisti in tutti i paesi capitalisti. Un movimento che si dividerà, prima separandosi dagli anarchici, poi contrapponendo “riformisti” e “rivoluzionari”, socialisti e comunisti, che troveranno il loro faro nella Russia bolscevica, dove la Rivoluzione d’ottobre darà il via al primo esperimento di governo socialista.

Grazie alle sue lotte, il movimento ottenne conquiste come il suffragio universale (prima per i soli uomini, poi esteso alle donne), migliori condizioni di lavoro e più alti salari. E le ottenne ovunque, con vicende alterne, provocando la reazione della borghesia, la deriva reazionaria e fascista, gli esperimenti dei “fronti popolari”, mettendo comunque sempre in moto un processo di emancipazione sociale e l’allargamento dei diritti e avendo sempre il socialismo a riferimento.

Il socialismo-tabù

Certo, l’Unione sovietica si affermò come potenza industriale, sulla base di un sistema basato sul partito unico e una dittatura che non ammetteva dialettica politica ma che portò ad un’estesa eguaglianza di fatto, con un’economia centralizzata a controllo statale (e simili saranno poi di tutti i paesi socialisti, dalla Cina al Vietnam, da Cuba ai paesi dell’Europa dell’est). Un’eguaglianza di fatto che verrà fortemente criticata nei paesi capitalistici, dove invece prevarranno i principi del liberalismo democratico fondati sulla libertà dell’iniziativa individuale e la proprietà privata. E che rimarrà l’emblema del volto “inaccettabile” del socialismo, il totalitarismo statale di quello che fu chiamato il socialismo reale, qualcosa che andava evitato a tutti i costi.

Per lungo tempo il socialismo subì questa distonia, come se l’aspirazione a una società di eguali si potesse avere solo a prezzo della perdita della libertà individuale, come se la rottura dei confini di classe, raggiungibile con il superamento del capitalismo e dei rapporti di dominio, potesse essere ottenuta solo al prezzo di una società bloccata.

Il modello democratico all’italiana

In Italia, come in tutti i paesi europei capitalistici a democrazia liberale, i trent’anni del secondo dopoguerra furono caratterizzati dall’aumento generalizzato del reddito e il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro per le grandi masse. E se ciò poté accadere fu anche grazie alle politiche sociali, cui contribuirono le lotte operaie per i diritti e il salario, quella versione “borghese” del socialismo, il socialismo democratico, Oggi quell’esperienza viene rivalutata, ex-post, dando nuovo lustro ai trent’anni “gloriosi” cui si guarda con nostalgia, dimenticando che se furono gloriosi fu proprio grazie a quel misto di capitalismo e politiche sociali che essa seppe imporre.

Il socialismo del futuro

Dopo il crollo del sistema sovietico, il movimento operaio si è dissolto e con esso i movimenti sociali che aveva trascinato, eclissando all’apparenza l’idea stessa di un socialismo possibile. Il capitalismo, che non è più quello della fabbrica ma del capitale digitale e finanziario sovranazionale, si è definitivamente affermato, ma le disuguaglianze si sono acuite, la struttura di classe è ora “frammentata”, a vantaggio delle élite al potere.

Così, possiamo dire, il socialismo torna a parlare alle grandi masse, per il suo afflato egalitario, con un plus di femminismo, ecologismo, multiculturalismo e finanche pacifismo, insomma tutto ciò che sottotraccia possa far riproporre la sempre viva idea del «superamento del capitalismo» e dell’emancipazione. E c’è chi, come Thomas Piketty, parla, di nuovo, di «socialismo del futuro». La storia del socialismo, dunque, non è finita.

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