Riprendiamoci l’internazionalismo – Come il socialismo democratico prova a tornare globale


Articolo tratto dal N. 85 di Immagine copertina della newsletter

Nel mondo guasto, al tempo delle policrisi, qual è il futuro del socialismo democratico, se ha un futuro? Troppe volte, nella storia, la notizia della sua morte è stata fortemente esagerata. Pochi s’aspettavano ora di vederlo rinascere sulle strade che da un appartamento in affitto congelato al Queens hanno portato Zohran Mamdani a Gracie Mansion nell’Upper East Side. Eppure, una sorta di impedimento permanente c’è, e sarà esiziale se il mondo socialista, democratico, progressista non riuscirà ad affrontare il più grave paradosso di questi anni: aver lasciato l’internazionalismo ai nazionalisti. È lo specchio dell’America Latina, la relazione con questo “estremo Occidente”, parte rilevante del Sud Globale e terreno di “reconquista” per Trump nel suo corollario alla dottrina Monroe, che mostra quanto questo compito sia urgente e rivela tratti essenziali di sfide comuni.

I punti di forza dell’alleanza fra le destre

Le nuove estreme destre, che stanno sconvolgendo la politica e la vita globale, non sono una patologia regionale o una sommatoria di casi nazionali, non sono un accidente della storia. Sono una rete, un progetto, un’idea di mondo, che si organizza, risponde a interessi economici e finanziari che si muovono in una dimensione transnazionale. Indugiare troppo sui caratteri personali – madness o locura – di qualche autocrate o aspirante tale, a partire da Trump, racconta solo una parte della verità, e può persino essere fuorviante.

Questa “internazionale nera” è figlia di genealogie lunghe, non è un’ideologia unitaria ma un intreccio di pulsioni antidemocratiche e antisociali in continuo adattamento, un network di diversi think tank, espressioni di settarismo religioso e nazionalismo politico, di influencer sulle piattaforme social, che a dispetto della retorica populista conta sul sostegno di élite globali (come emerge in quel trattato sulla dissolutezza del potere che sono gli Esptein files) e sull’ingaggio diretto dei campioni del tecnocapitalismo: figure come Elon Musk e Peter Thiel non sono semplici finanziatori, ma “intellettuali organici” di questa nuova destra. Tutta questa rete si ritrova da anni alla luce del sole, nei convegni di Vox a Madrid o all’annuale raduno della CPAC, insieme a capi di Stato e di Governo, tra cui la nostra Presidente del Consiglio.

Tra i primi a teorizzare l’operatività di questa internazionale reazionaria, «formata da Trump, da Meloni, da Bukele e da Netanyahu» – insieme a Orban, in gran bella compagnia – è stato non a caso Javier Milei, una delle figure prominenti e singolari della nuova destra latino-americana, che nelle ragione spazia da varianti tecno-autoritarie fino al neopinochetista José Antonio Kast, figlio di un ufficiale nazista e a lungo esponente della destra tradizionale cilena. Perché l’America Latina pone in termini “strutturali” una questione che non si può eludere: le nuove destre si affermano anche perché si presentano come risposte a problemi reali, spesso generati da decenni di “scontento” sociale e democratico trascurato, non affrontato.

La responsabilità storica delle forze socialiste in Europa

È la crisi, ampiamente indagata, del liberalismo democratico e della socialdemocrazia. Perché la democrazia è certamente Stato di diritto, separazione dei poteri, libertà di stampa, diritti civili e politici, ma non regge se si riduce a un insieme di regole, di procedure: è anche contenuto. Senza politiche di uguaglianza, senza giustizia sociale, senza un welfare che garantisca condizioni dignitose di vita, la democrazia rischia di apparire astratta, distante e alla fine “inutile”: uno spazio formale di libertà che non migliora la vita concreta delle persone finisce per essere percepito come un privilegio per pochi (i più ricchi e i più forti, che di regole e tutele non hanno bisogno), non come un bene comune. È questa tensione tra forma e sostanza – grossolanamente, tra diritti civili e diritti sociali – che attraversa in modo radicale, dunque forse più eloquente, molte delle dinamiche politiche in America Latina.

A ben vedere questo ci racconta qualcosa anche di noi, della socialdemocrazia in declino e dell’ascesa del nazionalismo in Europa; dell’affermazione di Trump nel campo repubblicano, un multimilionario che si presenta come interprete e vendicatore del risentimento dei forgotten men.

Le risposte della destra, in tutto il mondo e anche in America Latina, sono regressive sul piano sociale: smantellamento del welfare, attacco ai diritti umani, autoritarismo punitivo. E tuttavia non basta a contrastarle un richiamo alla democrazia in astratto, alla difesa di principi di fondo, pur messi in discussione. Ad accompagnarlo, serve una strategia e una pratica che Lula, o il Frente Amplio in Uruguay, o con tratti suoi peculiari Claudia Sheinbaum in Messico, stanno provando a portare avanti: e cioè il tentativo di mostrare, attraverso le politiche pubbliche, che la democrazia può essere ancora uno strumento per migliorare la vita delle persone, della maggioranza delle persone. È il discorso di Petro in Colombia, pur con un’ancora maggiore originalità, legata alla storia di quel paese, ora non a caso minacciato da Trump. È stato anche il discorso di Gabriel Boric in Cile, specialmente quando è ricorso a un accordo con la sinistra “tradizionale” della Concertación, a matrice socialdemocratica, in una dinamica interessante non solo per il richiamo a Salvador Allende, ma anche perché è forse la più leggibile con le categorie politiche europee.

Il Cile, come sempre, ci parla. Anche e soprattutto nella sconfitta. L’esperienza di Boric è stata segnata, oltre da problemi legati alla sicurezza, dalla vicenda del referendum costituzionale, su un testo che voleva normare tutto e in cui si rintracciavano elementi di un massimalismo identitario – di wokismo estremo – che ha contribuito a determinare un contraccolpo nella società, una reazione a destra e la diserzione di quei pezzi di sinistra radicale, priva del principio di realtà, che hanno rimproverato a Boric di non aver mantenuto le promesse. D’altra parte, Mamdani, a cui certo non mancano “gradi di purezza” nel suo progressismo, per vincere è ricorso a un messaggio – affordable – che potesse parlare alla maggioranza di persone che fatica, non solo a minoranze da includere: non di democrazia in astratto, ma di vita materiale; non una politica di identità, ma di redistribuzione.

Ma c’è un’altra domanda che la vicenda l’America Latina ci pone e ci riporta al punto di partenza: le forze socialiste europee, o anche quelle democratiche nordamericane, dovrebbero interrogarsi se hanno fatto tutto quello che era possibile e necessario per consolidare e favorire le esperienze progressiste nella regione, ora laboratorio e cavia delle nuove destre. Qui, a me pare di cogliere una responsabilità storica, che si affianca alle responsabilità politiche dei progressisti latinoamericani. Ed è proprio l’assunzione di questa responsabilità che ci ha condotto, finalmente, alla Global Progressive Mobilisation di aprile a Barcellona, il primo tentativo di contrapporre alla rete dell’internazionale nera di oggi, con le sue annuali CPAC, un luogo che superasse la frammentazione e la debolezza dei diversi network progressisti mondiali.

L’Alleanza progressista contro l’“Internazionale nera”

Per la prima volta, tutti i leader e le organizzazioni progressiste, partitiche e non, si sono riuniti. Non era scontato, e il Partito Democratico con Elly Schlein, insieme al PSOE con Pedro Sánchez e alla macchina organizzativa del PSE, è stata una delle forze guida di questo percorso che ha raccolto 5000 partecipanti, delegazioni da oltre cento paesi del mondo.

Dall’Internazionale Socialista alla Progressive Alliance, dai progressisti latinoamericani al Partito del Congresso indiano, dai sudafricani ai democratici americani, dopo decenni, le forze della sinistra mondiale si sono ritrovare per scrivere insieme una piattaforma programmatica condivisa, costruita attorno ai temi del nostro tempo: disuguaglianze, democrazia, difesa dell’ambiente e della pace.

Archiviata una certa idea di mondo e di globalizzazione subalterna al neoliberismo, che ha caratterizzato negli scorsi lustri la sinistra nordatlantica, da Barcellona è arrivato un richiamo condiviso alla responsabilità delle istituzioni politiche e all’uso di tutti gli strumenti democratici necessari per combattere le disuguaglianze, affrontare la crisi climatica, le sfide dell’innovazione e garantire il benessere dei popoli: un approccio che finalmente è diventato patrimonio dell’intera sinistra politica, non più solo di qualche sinedrio intellettuale. A questo si è unita una nuova prospettiva nelle relazioni internazionali: porre fine alla doppia morale di un’Europa che, di fronte al genocidio di Gaza, ha perso credibilità agli occhi del mondo e diventare punto di riferimento di tutti coloro – e sono la maggioranza anche nel cosiddetto Sud Globale – che, alla diplomazia degli imperi e alla politica di potenza, preferiscono la cooperazione pacifica globale.

L’aver portato a casa, seppur con vent’anni di ritardo, l’accordo UE-Mercosur è un passaggio fondamentale se, da una prospettiva progressista, saremo capaci di passare dalla dimensione commerciale, pur fondamentale come risposta al protezionismo trumpiano, a un vero e proprio spazio di cooperazione politica sulle sfide del multilateralismo.

I nazionalismi prima o poi entrano in conflitto tra loro, basti pensare ai dazi di Trump. E, come ha insegnato la storia, prima o poi conducono alla guerra. Putin, Trump e Netanyahu hanno gettato il mondo nel caos perché condividono una visione in cui vale solo la legge del più forte e si nega il principio di uguale dignità tra i cittadini e tra i popoli. È questo il grande paradosso dell’internazionale nera, ed è lì la radice della sconfitta di Orban: un fatto che, insieme all’esito del referendum costituzionale in Italia, ha cambiato un po’ l’umore degli europei alla GPM.

Non tutto è scontato, anzi. In Europa il virus del nazionalismo è lungi dall’essere sconfitto, in India il potere di Modi appare ancora solido. Dal palco di Barcellona, il governatore del Minnesota Tim Walz ha voluto lanciare un appello “non abbandonate l’America” e Lula, chiamato a una sfida difficile con il figlio di Bolsonaro, nel suo appassionato intervento, ha ricordato che “la democrazia non è una meta: è una costruzione quotidiana”.

Le nuove destre estreme si possono battere, in particolare sul terreno economico e sociale, laddove sono maggiori le contraddizioni e i limiti di una proposta politica che si è nutrita del disagio sociale ma finisce per aggravarlo. E tuttavia, senza una politica coerente per una democrazia che sia strumento per i molti e non per i pochi, e soprattutto senza un pensiero progressista, socialista e democratico su un possibile “nuovo ordine mondiale”, capace di affrontare le sfide della sopravvivenza dell’uomo e del pianeta, in un mondo segnato da crescente protezionismo economico, crisi del multilateralismo, guerre ad ogni confine, saremo sempre “controvento”. A Barcellona non tutto è stato risolto, ma è finito il tempo in cui i progressisti giocavano in difesa, perché esiste un’alternativa, non solo giusta ma anche vincente. E così, in quei giorni di aprile, si sentiva soffiare una bell’aria di mare.

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