Bologna – New York: “Le città sono l’infrastruttura di una nuova politica socialista”


Emanuela Colaci Emanuela Colaci
Raffaele Laudani Raffaele Laudani
Articolo tratto dal N. 85 di Immagine copertina della newsletter

Il socialismo come riduzione delle asimmetrie, il mutualismo come risposta al capitalismo estrattivo, le città come nuovo spazio politico globale: un’intervista a Raffaele Laudani, assessore all’urbanistica di Bologna, sul futuro dell’agenda progressista.

Il mese scorso, il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha guidato una delegazione bolognese negli Stati Uniti. C’era anche lei e avete incontrato Zohran Mamdani: quali sono le convergenze possibili tra le vostre agende?

Parliamo ovviamente di città molto diverse. New York City è una metropoli globale con problemi e dimensioni completamente differenti rispetto a Bologna. Però molte sfide sono comuni: la crescita delle disuguaglianze, l’emergenza abitativa, la rivoluzione digitale, l’impatto dell’intelligenza artificiale, la concentrazione della ricchezza e del potere.

Quello che colpisce è il riferimento esplicito di Mamdani a una tradizione di “socialist democrat” che, dal punto di vista programmatico, per noi non è così estranea. Molte delle misure che propone richiamano la tradizione socialista emiliano-romagnola: welfare urbano, trasporti pubblici, servizi collettivi.

Noi abbiamo avuto figure come Francesco Zanardi, il “sindaco del pane” della Bologna socialista di inizio Novecento, che costruì gli empori solidali per garantire accesso al cibo alle fasce popolari. Oppure l’esperienza dei servizi pubblici e degli asili nido sviluppata a Bologna negli anni Cinquanta e Sessanta. Per noi, quindi, alcune delle proposte che negli Stati Uniti appaiono radicali o dirompenti appartengono a una tradizione politica già sedimentata.

L’aspetto più interessante, però, è il terreno di ibridazione possibile tra queste esperienze. I riferimenti di Mamdani e del suo gruppo – penso anche al recupero della tradizione municipale del sindaco Fiorello La Guardia – si sviluppano dentro una storia politica in cui le questioni razziali, di genere e l’intersezionalità sono elementi strutturali da oltre un secolo. Per noi, invece, questi temi sono entrati più recentemente nel dibattito politico progressista.

Da questo incontro tra tradizioni diverse può nascere una nuova agenda socialista internazionale. Anche perché la crescita globale delle destre è il risultato di un lungo lavoro politico e culturale, una sorta di “internazionale della destra”. Per questo oggi diventa fondamentale costruire un nuovo internazionalismo progressista capace di adattarsi alle trasformazioni contemporanee. E su questo le città possono e devono essere protagoniste, perché sempre più questioni decisive passano attraverso di loro.

La città e la politica locale in questa nuova fase costituente del socialismo a livello internazionale, quale ruolo possono avere?

Io credo che oggi le città non possano più essere considerate una semplice dimensione locale. Le grandi sfide contemporanee – dalla crisi climatica alla rivoluzione digitale – operano simultaneamente su scala locale e globale, e le città sono il luogo in cui queste trasformazioni diventano concrete nella vita quotidiana delle persone.

Le città non sono più soltanto articolazioni amministrative dello Stato: stanno diventando soggetti politici. Sono il luogo dove si concentrano competenze, infrastrutture, conflitti sociali e possibilità di risposta. Per questo si politicizzano inevitabilmente.

Joan Subirats parla spesso del municipalismo come di una tensione tra urgenza e competenza: anche quando una città non ha competenze dirette su un problema, resta comunque l’urgenza politica di dare risposte ai cittadini. È questo che spinge le città a costruire alleanze, a fare pressione sui governi nazionali, a cooperare tra loro.

Io penso che le città possano diventare l’infrastruttura fondamentale di una nuova politica democratica e socialista, perché è lì che le grandi sfide globali assumono una dimensione concreta e sociale.

Come si costruisce, in questo senso, una connessione tra città e aree interne?

È evidente che dove ci sono meno servizi, meno infrastrutture e meno opportunità crescono più facilmente frustrazione e consenso verso discorsi populisti.

Per questo le città devono farsi carico anche della coesione territoriale. L’emergenza abitativa, ad esempio, può essere affrontata soltanto attraverso una vera politica metropolitana dei trasporti e dei servizi, che permetta alle persone di vivere e muoversi all’interno di un territorio più ampio senza essere escluse dalle opportunità.

Le città oggi possono diventare il cuore di una nuova agenda politica nazionale: una politica industriale, sociale e democratica capace di tenere insieme innovazione, diritti e coesione territoriale. È una consapevolezza che, secondo me, per il momento, nemmeno le forze progressiste non hanno ancora sviluppato fino in fondo.

Una domanda sulle “dottrine politiche” oggi: di cosa si parla quando si parla di socialismo?

Sicuramente si tratta di un socialismo diverso da quello nato e sviluppatosi nel Novecento, perché il contesto è profondamente cambiato. Però restano, e oggi sono forse ancora più urgenti, alcune delle istanze che ne hanno motivato la nascita. Viviamo ancora in società attraversate da asimmetrie di potere, economiche e sociali. Il socialismo ha come obiettivo quello di ridurre queste asimmetrie. Una posizione socialista prende posizione: quando gli interessi sono divergenti, sceglie di stare dalla parte di chi si trova in una posizione svantaggiata.

Questo punto rimane centrale, anche se oggi le asimmetrie assumono forme diverse rispetto al passato e richiedono nuovi strumenti politici. L’altro elemento fondamentale è il mutualismo. Storicamente il socialismo nasceva dal mettersi insieme per affrontare collettivamente problemi comuni. Oggi questa esigenza è ancora attuale, ma va reinventata dentro le trasformazioni contemporanee.

Secondo lei come si potrebbero aggiornare queste nuove forme di mutualismo?

Dipende dai contesti concreti. Pensiamo al capitalismo di piattaforma: oggi molti servizi essenziali funzionano attraverso meccanismi di estrazione di valore dal lavoro vivo e dall’intelligenza collettiva delle persone. Organizzare piattaforme non estrattive, mutualistiche e cooperative è una sfida centrale.

Lo stesso vale per il governo dei dati personali. Oggi i dati sono un enorme asset economico per le aziende private, ma producono effetti profondi sulle città e sulla vita delle persone. Per questo noi a Bologna stiamo lavorando a una piattaforma civica che permetta un governo democratico e cooperativo dei dati, invece di affidarli interamente a soggetti privati. Anche questa è una forma contemporanea di mutualismo.

C’è poi il tema della casa. L’emergenza abitativa non riguarda più soltanto le politiche sociali: è diventata una questione economica e produttiva. Le imprese stesse non trovano lavoratori perché il costo della vita urbana espelle le persone. Un approccio mutualistico affronta il problema in modo orizzontale, mettendo insieme interessi diversi e costruendo risposte collettive che riguardano lavoratori, servizi pubblici e coesione urbana.

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