Il 18 aprile scorso Pedro Sánchez ha chiuso la Global Progressive Mobilisation a Barcellona davanti a cinquemila persone, con Ignacio Lula al suo fianco e la presenza della presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, e di rappresentanti di oltre cento partiti progressisti di tutto il mondo tra il pubblico. Quell’immagine proiettava qualcosa di più della chiusura di un ennesimo evento politico. Attestava che in un momento di confusione e volatilità come quello attuale, la sinistra spagnola è diventata, un po’ per esclusione e un po’ per meriti propri, il principale laboratorio dei governi progressisti in Europa. Elly Schlein lo ha riconosciuto intervenendo al vertice, ringraziando Sánchez per l’iniziativa e indicando l’esperienza spagnola come punto di riferimento per la sinistra continentale. Ma vale la pena chiedersi quali forze e quali fragilità si celino dietro tutto ciò.
L’origine di questa trasformazione spagnola ha come punto di partenza la crisi del 2008 e il movimento degli “indignados” nel maggio del 2011. Fu allora che il bipartitismo egemone in Spagna dalla fine del franchismo aprì un ciclo di frammentazione politica senza precedenti. L’energia delle piazze cristallizzò da un lato in Podemos, ma anche nel municipalismo che conquistò comuni importantissimi alle elezioni del 2015. Quella traiettoria obbligò il PSOE a reinventarsi. Sánchez, dato per politicamente morto nel 2016 dopo essere stato destituito dal suo stesso partito, tornò alla segreteria generale attraverso primarie che mobilitarono la base militante e intraprese un percorso che potremmo definire eterodosso nella socialdemocrazia europea. Fu Sánchez a presiedere il primo governo di coalizione della democrazia spagnola nel 2020, in una legislatura sostenuta da alleanze con forze nazionaliste basche e catalane che sarebbero state inimmaginabili un decennio prima.
Il potere della negoziazione
Questo pragmatismo audace spiega la singolarità spagnola. Sánchez ha governato senza maggioranza propria, negoziando ogni legge con un’aritmetica parlamentare complicatissima, portando avanti politiche che hanno collocato la Spagna all’avanguardia del progressismo europeo: la riforma del lavoro che ha ridotto drasticamente la precarietà contrattuale, gli aumenti del salario minimo, la recente normativa sulla casa, il riconoscimento dello Stato palestinese. Sono misure che hanno dato contenuto concreto a una leadership che altrimenti sarebbe rimasta retorica.
Ma il quadro presenta chiaroscuri che un osservatore italiano riconoscerà. Alla sinistra del PSOE, la frammentazione è il tratto dominante. Sumar, il progetto che Yolanda Díaz ha costruito per unificare quello spazio, attraversa una crisi di identità e di leadership. Podemos ha progressivamente perso slancio e capacità di tessere alleanze. Nelle comunità autonome il panorama moltiplica la sua complessità. Coalizioni di sinistra che funzionano in Andalusia non sono riuscite a replicarsi in Aragona. Madrid e Valencia hanno forze di sinistra specifiche. L’asse destra-sinistra assume caratteristiche diverse là dove la tensione tra centralismo e autonomismo è rilevante, come in Catalogna, nei Paesi Baschi o in Galizia. I sondaggi mostrano che il blocco progressista raccoglie oggi meno consensi del blocco di destra formato dal Partido Popular e da Vox. Il timore di un governo condizionato dall’estrema destra rafforza il PSOE a scapito dei suoi alleati minori, senza che questo basti a colmare il divario.
La sfida per la sinistra: governare nella complessità
Eppure, ciò che distingue il caso spagnolo è che questo laboratorio apparentemente disordinato continua a produrre governo. La coalizione funziona, tra tensioni, ma funziona. E Sánchez è riuscito in qualcosa che nessun altro leader progressista europeo ha ottenuto: proiettare una narrativa internazionale credibile in piena tempesta Trump, convocando a Barcellona non solo la socialdemocrazia europea ma le sinistre latinoamericane e di altre parti del mondo, gettando ponti con Lula, con Petro, con Sheinbaum. È una scommessa rischiosa, perché la leadership internazionale non compensa automaticamente il logoramento interno, ma indica una direzione: di fronte all’internazionale della destra radicale, il progressismo ha bisogno di articolare le proprie reti.
Per un lettore italiano, la lezione spagnola non è che esista un modello esportabile, ma che la volontà politica conta quanto i rapporti di forza. Che governare da sinistra in minoranza è possibile se si accetta la complessità come condizione e non come ostacolo. La Spagna non è un paradiso progressista, ma è oggi il luogo in cui la sinistra europea può guardarsi per trovare, tra le contraddizioni esistenti, ragioni di speranza.
