Per gran parte del ventesimo secolo, nessun politico americano si sarebbe sognato di pronunciare la parola “socialismo”. Essa evocava i gulag sovietici e lo spettro del totalitarismo. Il tabù è caduto con sorprendente rapidità. Oggi politici che si definiscono socialisti vincono primarie e godono di grande popolarità. Basta osservare Zohran Mamdani, ora sindaco di New York, e ancor prima Bernie Sanders, le cui campagne presidenziali nel 2016 e 2020 hanno ribaltato il vocabolario politico della sinistra americana.
Ciò di cui si parla in America non è però socialismo vero e proprio, bensì socialdemocrazia. Mentre il primo indica un ordine economico post-capitalistico — definito dalla socializzazione dei mezzi di produzione e dalla pianificazione economica — la seconda è perfettamente compatibile con il capitalismo, anzi lo sostiene. Sanders e Mamdani difendono il ruolo dello Stato nella regolamentazione dei mercati, la redistribuzione della ricchezza e l’accesso universale a beni di base. Non parlano però di abolire la proprietà privata né di pianificare la produzione.
La crisi del capitalismo riabilitazione della “parola-tabù”
Perché dunque usare la parola socialismo? Vi sono ragioni strategiche: mentre “socialdemocrazia” evoca modelli tecnocratici e un’Europa decadente, il termine “socialismo” segnala una rottura più netta, non semplici correzioni marginali. Introduce anche un elemento di trasgressione, efficace nel mobilitare i giovani. Ma vi è anche una ragione sostanziale: l’appello al socialismo mette in luce la necessità di unirsi attorno a ingiustizie economiche che colpiscono gruppi sociali diversi, indipendentemente da differenze razziali, di genere o religiose. Mentre il discorso identitario divide, il concetto di classe crea unità tra le vittime di una società sempre più ineguale.
Vari fattori hanno contribuito alla riabilitazione del tabù: la lontananza della Guerra Fredda, la crescita di un’oligarchia in cui il potere politico è influenzato ed esercitato da privati senza legittimità democratica, l’aumento vertiginoso delle disuguaglianze e l’emergere di leader carismatici capaci di cogliere lo spirito del momento dopo la grande delusione di Obama.
Le nuove generazioni si sono lasciate alle spalle la propaganda anti-totalitaria della Guerra Fredda. I sondaggi Gallup e YouGov mostrano da anni che gli americani sotto i quarant’anni guardano al socialismo con maggiore favore rispetto al capitalismo. Mentre la minaccia totalitaria non l’hanno mai vissuta, hanno sperimentato sulla propria pelle le conseguenze di un neoliberismo aggressivo: indebitamento, impossibilità di comprare casa, fine del sogno americano, deindustrializzazione selvaggia, costo crescente della sanità, e ora anche delle uova!
L’era neoliberista ha visto crescere l’economia americana, ma non la qualità della vita della maggioranza. La crisi del 2008 ha mostrato quanto lo Stato fosse stato catturato dal settore finanziario che avrebbe dovuto regolamentare. La presidenza Obama, che aveva suscitato aspettative di cambiamento strutturale, ha prodotto il salvataggio delle banche e una riforma sanitaria che ha lasciato intatto il potere delle assicurazioni private. Per milioni di giovani, la conclusione è stata che il capitalismo è diventato incompatibile con la democrazia.
Il socialismo democratico di Bernie Sanders
Bernie Sanders ha trasformato questa convinzione in un movimento ad ampio spettro. Le sue campagne hanno ridefinito la disuguaglianza come problema non solo economico, ma anche politico. Il suo “socialismo democratico” contiene un’idea semplice: serve uno Stato che limiti il mercato e ridistribuisca la ricchezza, se si vuole impedire che la democrazia si trasformi in oligarchia. L’era del trumpismo gli ha dato visibilmente ragione.
A rendere la ri-legittimazione del socialismo possibile è stato anche un riallineamento tra classi diverse. Per decenni, la principale difficoltà della sinistra era il cosiddetto “dilemma progressista”: gli interessi della classe lavoratrice e quelli della classe media professionale divergevano troppo. La classe professionale era sufficientemente protetta dalla proprietà immobiliare e dai titoli di studio da opporsi a una redistribuzione radicale.
Questa protezione ha cominciato a erodersi. Il mercato immobiliare trasferisce sistematicamente ricchezza a chi già la possiede, escludendo i giovani professionisti dalle città in cui lavorano. Le famiglie più ricche investono somme astronomiche nell’istruzione privata, restringendo la mobilità sociale. Tra marzo 2020 e febbraio 2021, la ricchezza dei miliardari americani è cresciuta del 44%, mentre metà dei laureati faticava a coprire le spese ordinarie. L’intelligenza artificiale minaccia oggi professioni — diritto, finanza, medicina — che si ritenevano al sicuro. La paura non è più confinata alla fabbrica: si è spostata negli uffici, nelle cliniche, negli studi legali.
Un programma “concreto” per New York
Mamdani si inserisce in questo contesto. La sua piattaforma vincente si è fondata su una premessa semplice: le crisi di New York — il costo proibitivo delle case, il degrado dei trasporti, il caro vita — sono il risultato di scelte politiche che hanno sistematicamente favorito il capitale rispetto al lavoro. È qui, in questi interessi materiali condivisi dalla maggioranza, indipendentemente dalle appartenenze identitarie, che risiede il punto di convergenza tra classe povera e classe media in declino. Mamdani propone cose concrete — autobus gratuiti, asili pubblici, stabilizzazione degli affitti, tasse più elevate per i grandi proprietari — usando il linguaggio di classe senza esitazione.
Quando un’infermiera, un insegnante e un grafico faticano tutti a pagare l’affitto, ciò che condividono non è un’identità, ma una posizione rispetto al capitale e al potere oligarchico. Questo è il messaggio centrale del socialismo americano.
La Guerra Fredda è finita, l’oligarchia è spudorata, la classe media ha paura. Un’intera generazione ha visto la promessa della meritocrazia dissolversi nella realtà del privilegio ereditato. L’ossessione con le appartenenze identitarie è finita con Trump. Sono questi fatti, più di qualsiasi conversione ideologica, a spiegare perché il linguaggio del socialismo sia tornato al centro dell’agenda americana — e perché, questa volta, potrebbe essere più difficile liquidarlo con sufficienza.
