Da verde a blu. Cosa ci raccontano i voti passati dai Grünen ad AfD


Manuela Caiani Manuela Caiani
Sergio Labate Sergio Labate
Articolo tratto dal N. 101 di Università fuori corso Immagine copertina della newsletter

L’AfD trae vantaggio dall’insoddisfazione popolare, ma i sondaggi mostrano anche che le sue politiche convincono molte più persone rispetto a quelle degli altri partiti. 

(Analisi, https://www.tagesschau.de/, 7 settembre 2026) 


C’è un piccolo dato, dentro la grande vittoria di Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt, che merita attenzione. AfD ha sfiorato il 44%, più che raddoppiando il risultato del 2021. La parte più consistente dei nuovi voti arriva dagli ex astenuti – circa 170mila – e dalla CDU, che ne cede oltre 80mila. Ma, secondo le stime sulla mobilità elettorale di Infratest dimap, tra i mille e duemila voti netti sarebbero arrivati anche dai Grünen, i Verdi. 

Duemila voti sono pochissimi rispetto alle dimensioni del successo di AfD. Sarebbe quindi sbagliato parlare di una migrazione dell’elettorato ecologista verso la destra radicale. Tanto più che, contemporaneamente, i Verdi hanno conquistato molti più elettori provenienti dalla CDU e dall’astensione. Eppure, quel piccolo passaggio dal verde al blu è interessante proprio perché mette in discussione un’idea ancora molto diffusa: che la sensibilità ambientale appartenga naturalmente a un campo politico (quello di sinistra) e costituisca, di per sé, un argine alla radicalizzazione a destra. 

Non è necessariamente così. 

Le destre radicali europee stanno modificando il proprio rapporto con la questione ambientale. Il cambiamento più importante non consiste in una conversione all’ecologismo, ma, piuttosto, nel progressivo passaggio dal negazionismo climatico alla contestazione delle politiche adottate per affrontare la crisi climatica. Il problema non è più necessariamente stabilire se il cambiamento climatico esista, ma chi debba pagare la transizione, chi abbia il diritto di governarla e quali interessi debbano essere protetti.

Response skepticism: il nuovo racconto della crisi climatica

È quello che potremmo definire un passaggio dal climate skepticism al response skepticism: dalla contestazione della crisi climatica alla contestazione delle risposte alla crisi climatica.

È una trasformazione politicamente molto più efficace del semplice negazionismo. Permette infatti di collegare la questione ecologica ad alcuni dei temi sui quali le destre radicali hanno costruito il proprio successo: il costo della vita, la protezione dell’economia nazionale, la critica delle élite, la diffidenza verso Bruxelles, la difesa di determinati stili di vita. Non si nega necessariamente la necessità della transizione: si costruisce un conflitto intorno ai suoi costi e ai suoi vincitori e perdenti.

Le proteste degli agricoltori europei degli ultimi anni sono un buon esempio. Quelle mobilitazioni non sono state prevalentemente animate dal rifiuto del cambiamento climatico. Al centro troviamo piuttosto redditi, costi di produzione, concorrenza internazionale e distribuzione degli oneri delle politiche ambientali. In altre parole, una domanda innanzitutto economica e redistributiva. Il punto politicamente decisivo diventa allora chi riuscirà a interpretare quella domanda.

Ed è qui che le destre radicali mostrano una particolare capacità di mobilitazione: non hanno bisogno di inventare il malcontento, possono organizzarlo. Una richiesta di protezione economica può essere trasformata in difesa della comunità nazionale; il costo di una politica ambientale può diventare la prova della distanza tra popolo ed élite; una decisione europea può essere reinterpretata come imposizione di Bruxelles contro cittadini, lavoratori o imprese.

Il nuovo volto della politica ambientale

Il voto della Sassonia-Anhalt suggerisce che questa capacità si stia ampliando. AfD non è più percepita dai propri elettori soltanto come il partito dell’immigrazione. Nelle rilevazioni effettuate in occasione del voto, cresce fortemente la competenza che le viene attribuita su economia, lavoro, sicurezza sociale ed energia.

Persino sulla politica ambientale e climatica il 19% degli intervistati indica AfD come il partito più competente: dodici punti in più rispetto al 2021. I Grünen rimangono nettamente il riferimento sul loro tradizionale core issue, ma ambiente e clima hanno avuto un peso relativamente modesto nella scelta della maggioranza degli elettori.

È in questo quadro che quei duemila voti acquistano un significato. Non perché dimostrino che “i verdi votano AfD”: i numeri dicono chiaramente che non sta accadendo questo. Ma perché ricordano che non esiste un rapporto necessario tra preoccupazione ecologica e appartenenza politica progressista.

Anche la crisi climatica può essere raccontata attraverso categorie identitarie, nazionali e conservatrici. E soprattutto può esserlo la transizione ecologica, quando i suoi costi vengono percepiti come ingiusti.

La crisi climatica non è solo una questione di sinistra 

La questione che emerge dal voto tedesco è allora più grande del piccolo flusso tra Grünen e AfD. La transizione produrrà inevitabilmente conflitti distributivi tra territori, classi sociali, settori produttivi e generazioni. La partita politica consiste nel decidere quale significato verrà attribuito a quei conflitti. 

Per dirla con il linguaggio della scienza politica, sta forse accadendo qualcosa di più interessante di un semplice spostamento di voti. La nuova frattura che sembrava contrapporre abbastanza nettamente il polo Green-Alternative-Libertarian a quello Traditional-Authoritarian-Nationalist sta diventando più porosa (Voting green or right-wing populist: Ideological poles of a new cleavage?, C. Dilger, pp. 70-89).

La destra radicale prova a politicizzare dal proprio versante temi emersi con la stagione dei valori postmaterialisti, mentre alcune posizioni dei Verdi sul lavoro e sulla protezione sociale sembrano muoversi sul terreno delle tradizionali domande materialiste. Non significa che Grünen e AfD stiano convergendo: su clima, immigrazione, Europa e valori culturali restano anzi due poli fortemente contrapposti (Growing polarisation: ideology and attitudes towards climate change, H. Coffé, S. Crawley, J. Givens, pp. 1-29). Significa piuttosto che le linee che collegavano automaticamente determinate issues a determinate appartenenze politiche diventano meno prevedibili.

Il panorama tedesco – e forse non solo quello tedesco – diventa così più fuzzy e shaky: le vecchie fratture non scompaiono, ma si sovrappongono, vengono ricombinate e aprono traiettorie elettorali che oggi è difficile prevedere (The environment in the crossfire of right-wing politics, H. Müller). 

La crisi climatica, insomma, non appartiene politicamente a nessuno. E le destre radicali sembrano averlo capito molto bene.  

 

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