Sessantamila risposte a una domanda sbagliata 


Articolo tratto dal N. 101 di Immagine copertina della newsletter

L’housing universitario è proposto come dato essenziale connesso con il diritto allo studio. Lo scorso 2 settembre il Ministero dell’Università e della Ricerca ha annunciato di aver attivato un progetto di 63.200 nuovi posti letto – 30.000 subito disponibili e i restanti nel 2027superando di circa 3.200 unità l’obiettivo di 60 mila previsto dal PNRR.

Aumentare l’offerta di posti letto cambia il sistema?

Quello dell’università è un tema che ha attraversato la storia italiana contemporanea, senza giungere mai a una soluzione soddisfacente. Comunque, non è risolvibile creando nuovi posti letto. A meno di non pensare l’università come una spiaggia.

I problemi irrisolti dell’università di massa 

Più di mezzo secolo fa, Antonio La Penna, antichista, docente della Scuola Normale Superiore di Pisa, in un testo dal titolo Università e istruzione pubblica (si trova nel quinto volume della Storia d’Italia Einaudi) osserva che l’urgenza è affrontare i problemi insorti dalla trasformazione dell’università nel secondo dopoguerra: da struttura di elite a struttura di massa. 

Per Antonio La Penna, affrontare quella trasformazione presumeva l’abbandono del modello di una struttura d’élite che riproduceva élite, per intraprendere un diverso percorso volto a formare una quantità enorme di professionisti e in relazione con i bisogni dell’economia e della società, oltreché dei progressi e della tecnica.

E aggiungeva che evitare o scantonare quel percorso necessario voleva dire consolidare “un organismo pletorico e paludoso, affollato di mediocri funzionari statali, incapaci sia di condurre la ricerca scientifica sia di dare una preparazione professionale adeguata”. In altre parole, il nostro oggi descritto con mezzo secolo di anticipo.  

Per risolvere non sarebbe bastata l’espulsione dei dinosauri come raccontava il professore (interpretato da Mario Schiano) al giovane studente (interpretato da Luigi Lo Cascio) in una delle scene chiave de “La meglio gioventù”. 

Occorreva pensare un’altra possibilità. 

La si può pensare in termini di funzionamento interno? 

Per esempio: 
1) indissolubilità di ricerca e didattica, che implica che il sapere sia un processo in fieri che si costruisce, e non un patrimonio consolidato che si trasferisce; 
2) conoscenza che si produce all’università deve rimanere un bene immune da ingerenze esterne, siano esse politiche o economiche; 
3) patto di comunità tra docenti e allievi. È il profilo di questioni, inevase e urgenti da risolvere, su cui insite Stefano Jossa nel suo Dell’università (Quodlibet). 

Carlo Cappa e Andrea Gavosto (Università sotto esame, il Mulino), pensano che occorra risolvere un sistema bloccato e rigido, dando risposte a tre sfide.  

  • Aumentare il numero dei laureati triennali, nonché l’adeguatezza delle loro competenze alle necessità del sistema produttivo. 
  • Calo demografico della popolazione dei soggetti tra 19 e 24 anni. 
  • Far fronte alla concorrenza delle università telematiche. 

Siamo tornati al punto di partenza: aumentare i posti letto cambia il sistema?  

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