A settembre le università riaprono, e con loro riaprono anche i cantieri finanziati con il Pnrr: laboratori, strutture di ricerca, edifici, un volume di opere infrastrutturali finanziati con cifre senza precedenti.
Secondo i dati Mur, tra il 2021 e il 2022 la Missione 4 del Piano ha destinato più di 10 miliardi di euro a università e ricerca: circa 1,6 miliardi per cinque Centri nazionali, circa 1,3 miliardi per undici Ecosistemi dell’innovazione territoriali, poco più di un miliardo per quasi cinquanta infrastrutture di ricerca, e altri 5,7 miliardi per altri progetti e partenariati tra atenei e imprese (sempre nell’ambito del Pnrr).
Un impegno finanziario enorme, con una ricaduta concreta: nuove infrastrutture al servizio di progettualità pluriennali.
Le infrastrutture fisiche servono però a poco senza le persone: ricercatrici e ricercatori che quei progetti li hanno pensati, calibrati su obiettivi scientifici precisi, e integrati nelle proprie pratiche di ricerca e didattica, per portare avanti percorsi spesso ambiziosi e di durata pluriennale. Ed è qui che il PNRR mostra una delle sue contraddizioni più dolorose, per certi versi.
Quei fondi hanno infatti finanziato anche migliaia di assunzioni, quasi sempre a termine (difficile quantificarle con precisione, in una geometria di figure contrattuali molto diverse per durata e cicli di turnover).
Queste ricercatrici e questi ricercatori a tempo determinato, inclusi assegniste e assegnisti, e contrattiste e contrattisti post-doc di vario tipo, sono l’ultima generazione del PNRR: la generazione che ha fatto funzionare gli ecosistemi, i Prin, i centri nazionali, e che ora vede i contratti chiudersi (moltissimi tra loro, proprio tra il 2025 e il 2026), mentre le infrastrutture dovrebbero continuare a produrre ricerca.
I numeri raccontano una situazione impietosa: le ricercatrici e i ricercatori a tempo determinato di tipo A (“RTDa”) negli atenei italiani erano circa 9.500 al loro picco, la metà del 2024 (dati Flc Cgil), a cui vanno aggiunti almeno 25mila assegni di ricerca attivati negli ultimi anni (sempre dati Flc Cgil).
Ma se queste figure sono state necessarie per portare avanti progetti pluriennali, che lo stesso Pnrr ha promosso in un’ottica di medio-lungo periodo, come si può ora immaginare di proseguirli senza le persone che ne sono state, finora, la componente fondamentale?
Ricercatori e ricercatrici senza certezze
A fronte di questa domanda, posta con forza nelle università, lo stesso governo ha varato di recente un cosiddetto “piano straordinario” di reclutamento, con il Dm 193/2026: 11,3 milioni di euro per il 2026-27, per aprire 1.694 (potenziali) posizioni di ricercatore in tenure track (RTT).
Rispetto ai 7.402 RTDa fotografati dallo stesso Mur al 31 dicembre 2024, si tratta di una possibilità di reclutamento che coinvolge poco più del 20% degli RTDa in scadenza nel biennio 2025-26. Per il restante 80%, le porte dell’università si chiudono, e resta inevasa la domanda su cosa ne sarà dei progetti avviati.
Il meccanismo con cui si aprono queste poche posizioni RTT è peraltro rivelatore di come il governo non abbia introdotto alcun correttivo strategico per individuare in modo coerente a quali progetti dare un seguito e a quali, invece, segnare tragicamente il destino. Il cofinanziamento ministeriale copre meno della metà del costo di ogni posto RTT; la restante parte grava sulle capacità assunzionali “ordinarie” degli atenei.
Questo si traduce in una redistribuzione delle risorse all’interno del sistema, che penalizza di fatto gli atenei con bilanci più fragili, i quali potranno permettersi, meno di altri, l’apertura di posizioni ex Dm 193. Ma, come è intuibile, non è necessariamente l’ateneo con il bilancio più fragile quello che ospita i progetti meno utili allo sviluppo del Paese. Lo stesso discorso vale all’interno dei singoli atenei, dove le nuove posizioni non vengono necessariamente aperte nelle aree progettuali più strategiche o promettenti.
Tutto questo è sintomatico di un certo modus operandi — purtroppo non ascrivibile al solo esecutivo attuale — nel governo dello sviluppo del sistema universitario: un modus operandi che ruota attorno alla continua revisione degli aspetti normativi e contrattuali dei ricercatori (si veda, ad esempio, la legge 79/2025), lasciando sistematicamente in ombra il tema del finanziamento di questi stessi ruoli. Del resto, la precarizzazione del personale universitario serve proprio a questo: a legittimare un finanziamento pubblico instabile e, spesso, sproporzionatamente basso rispetto ai progetti in corso.
Pnrr: il rischio di un cantiere senza fine
Questa logica, purtroppo, non è limitata al solo sistema universitario e della ricerca. Ritroviamo le stesse contraddizioni in tante declinazioni del Pnrr, ormai largamente denunciate anche a proposito della politica industriale: tante misure, nessuna strategia, una generale incapacità di trasformare una spesa straordinaria in capacità stabile.
Nel caso dell’università, questa logica si somma a un sottofinanziamento strutturale che viene da lontano: dai tagli del 2008, dal blocco del turnover, da un meccanismo di finanziamento (il “costo standard”) che distribuisce risorse scarse mettendo alle corde gli atenei medi e piccoli, spesso nei territori più fragili. In questo quadro, edifici e laboratori nuovi rischiano di restare gusci vuoti, o di essere presidiati da un turnover perenne di personale precario che fatica a costruire una visione di lungo periodo.
Probabilmente, dietro tutto questo c’è un’idea che raramente viene dichiarata, ma che affiora nei numeri: che il sistema universitario sia sovradimensionato nel personale, e che si possa continuare a investire in strumenti e piattaforme digitali senza investire nelle persone che li fanno vivere.
È un’idea rischiosa, perché confonde la discussione sul dimensionamento ottimale del sistema — tema legittimo, che riguarda anche la crescita delle telematiche e l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla didattica — con la rinuncia a una funzione pubblica. Un sistema universitario che non investe nelle persone lascia sgretolarsi un pezzo dell’infrastruttura di coesione e mobilità sociale del Paese.
Il Pnrr poteva essere l’occasione per trasformare una spesa straordinaria in capacità ordinaria e stabile. Rischia invece di lasciare in eredità cantieri (non sempre) finiti e carriere interrotte. Quella delle ricercatrici e dei ricercatori del Pnrr nelle università resta l’ultima generazione di una stagione che rischia di chiudersi senza essere diventata ciò che avrebbe dovuto essere: il futuro del paese. Invertire la rotta diventa sempre più urgente.
