Il centro-sinistra e il centro-destra hanno promosso, nel corso degli ultimi decenni, una lunga serie di “riforme” universitarie, tutte sorrette da un duplice obiettivo dichiarato: modernizzare l’Università e renderla più funzionale alle esigenze del “mercato”, che da questa trasformazione avrebbe tratto, si assicurava, un immenso beneficio.
Per conseguire tale obiettivo si è anzitutto imposto un nuovo linguaggio amministrativo. Poi, a poco a poco, quel linguaggio è diventato cultura, mentalità, accademia.
La neolingua dell’ateneo-azienda
L’organizzazione scolastica dovrebbe seguire il modello dei consigli di amministrazione e presiedere al buon funzionamento degli atenei, resi “autonomi” come le aziende immaginate dalla neolingua economica. Le loro fortune dipendono dalla capacità di “posizionamento” nei “ranking” internazionali e nazionali, dall’“offerta didattica” e dalla “domanda”, pagante beninteso, degli studenti. Questi vengono chiamati a “valutare” i docenti e la scienza sulla base del “valore atteso” che le loro future capacità professionali potranno ottenere sul “mercato”.
“Merito”, “eccellenza”, “valutazione”, “competenze”, “mercato”, “innovazione”, “internazionalizzazione”, “stakeholder”, finanziamenti per “bandi”, meglio ancora se europei, “autonomia”, “premialità”, “crediti formativi”, “debiti formativi”, “precarizzazione” del lavoro. Il culmine di questa logica è l’istituzione dei ricercatori a “tempo determinato”.
È il linguaggio di una certa economia di mercato, concepito per oscurare i caratteri reali dei sistemi economici esistenti, questi sconosciuti. Un linguaggio messo al servizio della distruzione di un’istituzione secolare e del ruolo che essa potrebbe, e dovrebbe, svolgere in una società e in un’economia fondate sulla conoscenza.
L’utopia, quando almeno prevale l’onestà intellettuale, consiste nel credere che sia realmente possibile misurare l’apporto preciso di ogni individuo al prodotto sociale, comunque inteso. È la sovranità del prezzo di mercato applicata all’universo mondo.
È in questo contesto che sono stati effettuati drastici tagli di bilancio, naturalmente in nome della lotta al “baronato”. Tagli che hanno aperto la strada, grazie a una serie sterminata di provvedimenti “amministrativi” volti a cancellare lo Stato sociale, a un “grande ritorno” della nostalgia organizzata, i cui esiti rimangono insondabili.
La posta in gioco: la libertà di ricerca
Il principale risultato delle riforme universitarie è stato l’innesco di un processo destinato a distruggere uno dei cardini fondamentali delle società democratiche: la libertà della ricerca, di pensiero, di discussione. La libertà di affrontare qualsiasi argomento che lo scienziato e la società, attraverso i loro molteplici soggetti, propongano liberamente di analizzare.
Lo Stato ha affidato a case editrici private, che la tecnica ha reso in larga parte superflue e che utilizzano, spesso, il lavoro gratuito dei ricercatori stipendiati dallo Stato per svolgere alcune loro funzioni, il compito di selezionare i docenti. Quelle internazionali sarebbero “imprenditoria pura”: peccato che sfruttino la rendita costituita dalla “lingua franca”. Una parte dei ricercatori, forti delle proprie fortune scientifiche ed editoriali, possono imporre temi di ricerca, lingua e terminologie.
Intanto, dalle cattedre si distribuiscono “slide”. Si misureranno le pagine da studiare e le ore necessarie a preparare un esame, perché le riforme lo impongono.
Si organizzeranno esami ogni settimana, magari distribuendoli lungo tutti i giorni del calendario. Saranno, naturalmente, esami a crocette e in inglese. Per ottenere i finanziamenti statali si promuoveranno studenti rigorosamente “in tempo” rispetto agli anni previsti. Infine, si utilizzerà l’intelligenza artificiale per produrre articoli accademici, preferibilmente firmati da numerosi autori: mezza paginetta a testa, quando la ripartizione del lavoro lo richieda. Bisogna fare “rete”: altrimenti, come si accede ai bandi?
Gli articoli così prodotti si “posizioneranno” nelle riviste migliori, quelle di “fascia A”, possibilmente in lingua inglese. Lì si incontreranno lettori rigorosamente “anonimi” che, nonostante i decenni trascorsi dall’autore a studiare, inviteranno lo studioso a “smorzare” le proprie tesi, a essere più “prudente”, a “sintetizzare”, a non parlare troppo dell’Italia, Paese ai più sconosciuto e del tutto indifferente.
Ovviamente, più riassumi e più è criticabile il contenuto: e alla fine scrivi esattamente come vuole “l’anonimo lettore”. Ora ci pensa l’intelligenza artificiale. Il pubblico della scienza diventa la cerchia dei commissari d’esame, mentre al “popolo”, reso analfabeta grazie alle nuove pedagogie “per crocette”, è destinata “la terza missione”, cioè la divulgazione, “l’ingaggio pubblico”.
La politica, ormai dominata dall’impresa, sembra sul punto di raggiungere un obiettivo che fino a poco tempo fa veniva considerato impossibile: scrutare il futuro e determinare in anticipo che cosa si debba studiare, scoprire e inventare. E, una volta previsto il futuro, costruire le opportune gerarchie fra scienziati bravi e meno bravi, eccellenti e mediocri, meritevoli e immeritevoli. Tra atenei dediti alla ricerca e quelli, invece, dediti all’insegnamento. E poi perché fermarsi alla scuola? Non è così anche nel “mercato”?
L’intelligenza artificiale come potere
Al momento, l’intelligenza artificiale è affare di alcune grandi aziende, orientate politicamente da grandi imperi: in via amministrativa, contrattuale (c’è l’autonomia) stanno penetrando nelle Università pubbliche. Si controllano anche le mail. Sembra non esserci alternativa: le risorse interne sono “scarse”, come ripete l’economia compiacente verso l’ordine di volta in volta costituito. In questo modo il problema è già risolto: ci sarà chi accede e chi no a questo strumento “scarso”, ma di sicuro vantaggio per chi lo controlla.
Il processo dovrebbe essere esattamente inverso: è la collettività italiana (gli utopisti pensano a quella europea, invero) a doversi fare carico di questa nuova avventura economica e tecnologica, che può permettere di risolvere anche i problemi che essa stessa pone.
È la logica delle cose a spingere l’Università come luogo, come uno dei luoghi della conoscenza, a farsi soggetto politico e anche economico, cioè a essere costretta a superare i limiti dei propri confini “aziendali” per rendersi autonoma dalle proprie, solo proprie risorse scarse.
La logica delle riforme e di coloro che si limitano ad applicarle, in via amministrativa, scendendo di ramo in ramo, impedisce questo superamento. Lo impedisce scientemente l’architettura del legislatore.
L’Università è dunque attraversata da differenze e conflitti profondi. Un genetista, un ingegnere, un filologo, un giurista e un informatico svolgono mestieri radicalmente differenti. Hanno bisogno di strumenti differenti, di finanziamenti differenti e persino di istituzioni differenti.
Coloro che riescono ad agganciarsi a un determinato mercato, sia esso l’azienda, il ministero o un particolare settore produttivo, ricavandone potere e prestigio, pretendono però di schiacciare i “peggiori”, gli “inutili”. Come se esistesse un metro universale dell’utilità.
Nemmeno i liberisti più conseguenti, almeno nelle intenzioni, sono arrivati a tanto. Se un simile metro esistesse, infatti, sarebbe possibile pianificare ogni cosa. La “via della servitù”, lo “statalismo”, non incontrerebbe più ostacoli. L’ignoranza è il fondamento del mercato, teorizzano costoro. E le riforme vogliono renderla il fondamento dell’Università!
Quell’insieme di persone che un sindacato distratto definisce “lavoratori della conoscenza” è talmente immerso nella propria “servitù volontaria”, di cui io stesso ho assaporato il gusto amaro, da non interrogarsi neppure sulla propria condizione sociale, sul ruolo della scienza e sul compito che questi lavoratori potrebbero svolgere come avanguardia di una trasformazione collettiva.
Provate a mandare uno studente liceale o universitario italiano in giro per il mondo. Si accorgerà presto di quanto spesso sia “più avanti” degli altri. Non per le “nozioni” o le “competenze” che padroneggia. Ma per la forma mentis. Ma in patria deve essere educato a considerarsi impreparato. Pronto per il “mercato del lavoro”.
La grande impresa, nel frattempo, è stata distrutta. Prima quella pubblica, poi quella privata, che pure doveva le proprie fortune a tutto ciò che lo Stato aveva realizzato in suo favore o che, a un certo punto, le ha letteralmente regalato, perché privatizzare era considerata la vera e fondamentale “politica industriale”.
Poi l’impresa si è “internazionalizzata”. Cioè è fuggita. Non soltanto con il malloppo monetario, che pure conta, ma con l’industria. E l’industria è un fatto sociale, tanto più quando si trasforma in scienza organizzata.
L’autonomia che libera
L’economia della conoscenza, e l’Università che ne costituisce il cuore, non può essere subordinata al profitto e a logiche “padronali”, che nella neolingua si chiamano “manageriali”. È destinata, per sua stessa natura, a superarne i confini, tanto sul piano economico quanto su quello politico.
È la logica delle cose a spingere in questa direzione. Il problema sarà allora comprendere come assicurare che l’Università, e con essa ogni sua singola componente, ogni singolo individuo, rimanga in ogni circostanza indipendente da qualsiasi logica di potere. Una logica che ogni forma di economia e di politica, inevitabilmente, porta con sé. Al contrario di quanto pensa la neolingua dell’economia, non esistono imprese di “puro mercato” e anche quando l’economia non fosse di mercato, come già in gran parte essa è, l’organizzazione non è un fatto puramente tecnologico.
Autonomia, dunque. Ma autonomia per superare la logica del profitto, non per consegnarsi a essa, finendo nell’abisso. Autonomia come parte di un processo collettivo di liberazione.
Resistere, resistere, resistere.
Suggerimenti bibliografici
- Coloro che volessero approfondire la storia e gli effetti delle riforme universitarie possono consultare il sito di ROARS, con particolare attenzione agli articoli di Alberto Baccini dedicati alla valutazione della ricerca, e i lavori dell’Aisa, l’Associazione italiana per la promozione della scienza aperta, in particolare gli scritti di Maria Chiara Pievatolo.
- Giuseppe Conti ha proposto un volume che analizza il sistema universitario americano, di cui Veblen fu attento critico: Gli affari all’assalto dei saperi, Mimesis.
- Una raccolta di saggi alla quale ho contribuito è stata pubblicata dalla rivista “Il Ponte” con il titolo Managerialismo neoliberale e Università. Il volume riunisce alcuni tra i migliori specialisti italiani della materia, tra cui gli studiosi appena citati, che hanno avuto la generosità di acculturarmi.
