Quando il sapere diventa merce


Articolo tratto dal N. 101 di Università fuori corso Immagine copertina della newsletter

Sembrano ormai lontani gli anni in cui dalle Università si sollevavano avanguardie politiche e culturali, saperi critici e generativi in grado di segnare il corso della storia, basti pensare al grande movimento del Sessantotto, ai complessi anni Settanta, alla Pantera e infine all’Onda contro la riforma Gelmini. Infatti, dagli anni Ottanta in poi i processi di neoliberalizzazione delle istituzioni pubbliche non si sono limitati a ridefinire le politiche economiche o il ruolo dello Stato “aziendalizzando”.

L’affermazione di questo modello di sviluppo è stata molto più profonda e pervasiva perché ha trasformato antropologicamente il modo in cui interpretiamo la realtà e valutiamo il successo e la competizione individuale a scapito del bene comune, sino a concepire le stesse istituzioni e l’Università in particolare come un luogo “neutro” alla mercé di indicatori e standard valutativi decisi solo dal mercato.

Come hanno osservato Stuart Hall e Alan O’Shea nel loro celebre saggio sul common-sense neoliberalism (da cui partimmo anche per ragionare intorno al ruolo delle accademie e dei saperi in un grande convegno tenutosi a Napoli nell’aprile del 2025 organizzato dal network “Sociologia di posizione”),  i processi di neoliberalizzazione sono riusciti a costruire una nuova egemonia culturale, imponendo una visione del mondo che oggi appare spesso naturale, inevitabile, proprio perché apparentemente “neutrale”. 

Tra i molteplici effetti di questa trasformazione, uno dei più significativi e meno discussi riguarda proprio il rapporto tra produzione del sapere, trasmissione della conoscenza, accademia, politica e ruolo degli intellettuali. Storicamente la conoscenza ha rappresentato uno degli strumenti fondamentali attraverso cui una società interpreta sé stessa, alimenta il dibattito pubblico e sviluppa le sue capacità critiche.

Le Università, i centri di ricerca, le istituzioni culturali e intellettuali hanno sempre svolto una funzione essenziale: produrre conoscenza non subordinata agli interessi immediati del potere economico e politico.

D’altronde, l’art. 33 della nostra Costituzione, ci dice chiaramente che la scienza, l’arte e la cultura, oltre a dover essere finanziate dal danaro pubblico al fine di proteggerle da ingerenze e censure politiche, devono anche, e soprattutto, essere libere, così come deve essere libero l’insegnamento. 

Da strumenti per il sapere a strumenti di mercato

Nonostante la nostra Carta costituzionale sia ancora, e per fortuna, lì a dirci cose importanti, le istituzioni accademiche e culturali sono state progressivamente ricondotte entro logiche di mercato, sempre più valutate attraverso criteri di produttività, efficienza e rendimento, misurabili attraverso algoritmi o giudizi di valore arbitrari fatti passare anch’essi come “neutri”.

Termini come formazione, ricerca, crescita culturale, trasmissione dei saperi e cittadinanza sono stati progressivamente sostituiti da parole come performance, competenze, valutazione, ranking, didattica, prestazione ed eccellenza.

Parallelamente, abbiamo anche assistito ad un proliferare di incarichi burocratici affidati ai docenti, nonostante sia chiaro a tutti che il nostro mestiere sia un altro. Il tutto, naturalmente, a scapito del tempo da dedicare alla ricerca e alla trasmissione della conoscenza.  

L’Università, tradizionalmente concepita come Universitas Studiorum, cioè comunità di studio, confronto e produzione condivisa del sapere, rischia così di diventare un’organizzazione orientata principalmente alla fornitura di “servizi formativi”, mentre gli studenti vengono spesso rappresentati come “clienti” da professionalizzare. In altre parole, tutto ciò che non genera effetti immediatamente misurabili tende a essere considerato marginale o improduttivo. 

Il problema non consiste soltanto nell’adozione di strumenti di valutazione, che in sé possono avere una loro utilità. La questione è più profonda e riguarda il modello culturale sottostante. Se il valore della conoscenza viene misurato esclusivamente in funzione della sua utilità economica, il sapere perde una delle sue dimensioni fondamentali, ovvero la sua capacità critica.

Ne consegue che discipline storicamente importanti per favorire la riflessione storica, filosofica, politica e sociale rischiano di apparire meno rilevanti rispetto a “competenze tecniche” immediatamente spendibili sul mercato del lavoro. Un po’ quell’Università-Ikea con saperi componibili e scomponibili di cui già parlava Pier Aldo Rovatti alcuni anni fa.

Accademici o imprenditori?  

Parallelamente, negli ultimi anni la figura dell’accademico capace di intervenire nel dibattito pubblico al fine di mettere in discussione gli assetti esistenti ha subito un progressivo ridimensionamento. La specializzazione estrema e la frammentazione del sapere contribuiscono a confinare la ricerca all’interno di circuiti sempre più ristretti.

L’accademico continua a produrre conoscenza, ma lo fa spesso in una condizione che molti studiosi hanno definito di “esilio interno”: presente nelle istituzioni, ma sempre meno influente nei processi di formazione dell’opinione pubblica.  

Il rischio, insomma, è che la conoscenza venga ridotta a un insieme di competenze individuali da accumulare e scambiare sul mercato trasformando la ricerca da bene comune a merce. Naturalmente, sarebbe ingenuo immaginare un passato idealizzato in cui Università e cultura fossero completamente autonome da interessi economici e politici, e nessuno intende difendere il “baronato” old school che comunque si ricicla molto bene anche oggi, nonostante la presunta “neutralità” del sapere aziendalizzato.

Tuttavia, oggi più che mai, appare necessario interrogarsi sul significato sociale della conoscenza e delle Università, sulla terribile scissione che si è venuta a creare tra l’accademico chiuso nel suo piccolo mondo e l’intellettuale pubblico ormai troppo incagliato nel ruolo di “opinionista” stile guru o “influencer” che discetta da solo dinanzi a “followers” e “haters”.

E siamo ancora all’inizio rispetto all’impatto che avrà l’intelligenza artificiale su un processo divenuto oramai quasi irreversibile, senza tener conto del grande dramma della censura che abbiamo già visto in azione nelle Università durante il genocidio a Gaza, nei processi di progressivo controllo e criminalizzazione del dissenso negli Usa, in Ungheria, in Turchia e in parte anche da noi.  

Per chiudere, possiamo dire che è ormai evidente quanto la posta in gioco del ruolo delle Università e della conoscenza vada ben oltre il destino delle stesse, perché riguarda la qualità della vita democratica di un paese.

Una società che considera il sapere esclusivamente come un investimento economico e i docenti come procacciatori di fondi esterni, sino a trasformarsi in imprenditori di sé stessi, non solo sta rinunciando alla libertà di ricerca e di insegnamento, ma sta contribuendo a indebolire gli strumenti critici necessari per comprendere le disuguaglianze, le nuove povertà, interpretare i grandi cambiamenti globali e immaginare alternative possibili.  

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