In questi anni si è parlato di università focalizzando alcuni punti di attenzione specifici, facenti parte di un più importante problema di definanziamento delle istituzioni dell’istruzione e della ricerca: In primis, i pasticci del cosiddetto “semestre filtro”, che ha sostituito il test di ammissione per le facoltà di Medicina, Odontoiatria e Veterinaria – l’iscrizione diventa libera, mentre il passaggio al secondo semestre dei corsi prescelti è condizionato al superamento degli esami e al collocamento in una graduatoria nazionale di merito.
Poi, l’esplosione delle università telematiche: sostenerle corrisponde di fatto a sopperire all’organico calo degli iscritti aggirando il problema del finanziamento pubblico. Il calo demografico, utilizzato strumentalmente per giustificare la diminuzione della spesa pubblica in quell’ambito.
Questioni singole con una comune radice: la doppia recessione 2009/12 e i tagli firmati Tremonti-Gelmini, che si trasformarono nella chiusura di un centinaio di sedi universitarie, riduzione del 20% di personale e Fondo di Finanziamento Ordinario, dimezzamento dei dottorandi e ulteriore calo dei già scarsi iscritti.
Dopo la ripresa dal 2015 e il PNRR (14 miliardi di €), dal 2024 sono tornati tagli, accanto ai quali pesa il mancato adeguamento degli investimenti allocati all’inflazione. La spesa pubblica per studente (7.200 €) è inferiore a Spagna (10.500), Francia (12.500) e Germania (16.300): lo 0,59% del PIL contro lo 0,94% OCSE. Si aggiunge una distribuzione sperequata, che favorisce gli atenei forti.
Dai tagli alla trasformazione del lavoro universitario
Com’è cambiato il lavoro all’interno dell’università in questo processo di tagli strutturali? Importante vederne l’articolazione nelle sue tre componenti: docenza di ruolo, personale tecnico-amministrativo-bibliotecario e collaboratori linguistici personale precariato.
La docenza di ruolo è regolata per legge (concorsi, stipendi, TFS, progressioni, diritti, obblighi e disciplina). Non esiste un testo unico, ma una stratificazione di norme con margini di autonomia degli atenei. Vi sono due fasce di professori (Ordinari, PO, e Associati, PA), i Ricercatori a Tempo Indeterminato (RTI, ad esaurimento e senza didattica obbligatoria) e i Ricercatori a Tempo Determinato in tenure (RTDb, trasformati dalla legge 79/2022 in RTT: dopo 3 o 6 anni passano a PA previa valutazione su criteri predefiniti; oggi si stabilizza oltre il 95%).
Negli atenei statali TAB e CEL sono regolati dal CCNL Istruzione e Ricerca; nelle non statali si applicano contratti diversi (simili al pubblico, ad hoc o del commercio e servizi). Tagli e norme sui bilanci hanno esteso gli appalti: oltre a portinerie e pulizie, comprendono supporto informatico (mail, hardware, ecc), assistenza alle aule, biblioteche e specifici compiti amministrativi.
Il personale precario, pur ad alta qualificazione, è in una terra di mezzo estranea sia allo stato pubblicistico della docenza sia al CCNL TAB/CEL. La legge 240/2010 prevede due gruppi di contratti individuali, regolati dagli atenei: lavoro subordinato di ricerca o con didattica (contratto di ricerca, art. 22; incarichi post-doc, art. 22-bis; RTDa in esaurimento, ex art. 24, comma 3, lettera a); forme parasubordinate assimilabili a Cococo, con gravi carenze nei diritti ed esenti IRPEF (incarichi di ricerca, art. 22-ter; assegni di ricerca o Adr in esaurimento, ex art. 22), oltre alle borse di ricerca (art. 18, comma 5, lettera f), nemmeno considerate lavoro. La docenza a contratto (art. 23) consiste in prestazioni occasionali o Cococo per singoli insegnamenti, pagate per ora di lezione includendo esami, ricevimento e tesi. In queste forme parasubordinate sta l’anomalia italiana.
59.532 docenti di ruolo nel 2026
Circa 9.500 in più rispetto al minimo di 50.000 toccato nel 2015, ma ancora 3.236 in meno dei 62.768 del 2008.
Il dato complessivo nasconde inoltre uno spostamento verso il settore non statale: nello stesso periodo i docenti delle università non statali sono passati da 3.000 a 5.300, mentre negli atenei statali sono diminuiti da circa 59.800 a 54.200, oltre il 9% in meno.
Gli RTI sono diminuiti dell’87%
I ricercatori a tempo indeterminato sono passati da 25.583 a 3.409. I professori associati sono invece cresciuti del 63%, da 18.735 nel 2007 a 30.668.
È cambiata anche la composizione del personale stabile. I professori ordinari sono 18.438: più dei 12.878 del 2015, anno in cui il loro numero era crollato del 35%, ma ancora sotto il picco di 19.843 raggiunto nel 2006. I professori associati sono invece cresciuti del 63%, da 18.735 nel 2007 a 30.668, soprattutto grazie ai piani straordinari e ai percorsi di tenure.
La figura del ricercatore a tempo indeterminato è quasi scomparsa: gli RTI sono passati da 25.583 a 3.409, una riduzione dell’87%, mentre RTDb e ricercatori in tenure track sono complessivamente 7.017.
Più precari, meno stabilità
17.201 persone nella ricerca precaria nel 2026
Oltre il 42% in più rispetto alle 12.090 del 2008. Durante l’espansione legata al PNRR questa platea aveva superato le 35.000 unità.
Parallelamente è cresciuta l’area della ricerca precaria. Nel 2026 comprende 17.201 persone, oltre il 42% in più rispetto alle 12.090 del 2008: 5.803 RTDa, 1.340 titolari di contratti di ricerca, 383 post-doc, 681 titolari di incarichi e 8.994 assegnisti di ricerca. Durante l’espansione legata al PNRR questa platea aveva superato le 35.000 unità, con oltre 23.000 assegni di ricerca e 12.000 RTDa.
Dal 15% al 44% e poi al 22%
Assegni di ricerca e contratti da ricercatore a tempo determinato rappresentavano il 15% del personale nel 2008, sono arrivati al 44% nel 2024 e sono scesi al 22% nel 2026.
La parabola è particolarmente significativa: assegni di ricerca e contratti da ricercatore a tempo determinato rappresentavano il 15% del personale nel 2008, sono arrivati al 44% nel 2024 e sono scesi al 22% nel 2026. La diminuzione non corrisponde però a una stabilizzazione generalizzata. Il PNRR e la moltiplicazione normativa ne avevano gonfiato il numero; la brusca riduzione successiva registra soprattutto la recente espulsione di massa prodotta dalla scadenza dei contratti. Su questa stessa platea ricade inoltre una parte rilevante degli oltre 35.000 insegnamenti affidati a contratto.
Il ridimensionamento riguarda anche chi garantisce il funzionamento quotidiano degli atenei. Nel 2026 i dipendenti tecnico-amministrativi e bibliotecari e i collaboratori linguistici sono 59.383, di cui 55.158 negli atenei statali. Tra loro si contano circa 500 dirigenti, 1.900 addetti all’area sociosanitaria, 2.800 alle biblioteche, 1.483 collaboratori ed esperti linguistici e 16.000 persone impiegate nell’area tecnica e nell’elaborazione dei dati. Nel 2008 erano complessivamente 64.643; nel 2021 erano scesi a 53.702, il 17% in meno, e hanno ricominciato a crescere soltanto con il Piano straordinario del 2022. Restano comunque inferiori dell’8% rispetto a diciotto anni fa.
Il lavoro invisibile che tiene aperte le università
Oltre 10.000 persone fuori dalle statistiche
Ai 2.377 dipendenti a tempo determinato si aggiungono probabilmente oltre 10.000 persone impiegate attraverso appalti e società esterne.
Anche questi numeri raccontano solo una parte del lavoro necessario a tenere aperte le università. Ai 2.377 dipendenti a tempo determinato si aggiungono probabilmente oltre 10.000 persone impiegate attraverso appalti e società esterne. Lavorano nelle portinerie, nelle pulizie, nei servizi informatici, nell’assistenza alle aule, nelle biblioteche e in specifiche attività amministrative, ma restano fuori dalle statistiche ufficiali sul personale universitario.
In un’università piccola, sovraffollata e de-finanziata, precari in larga parte privi di diritti hanno garantito e garantiscono didattica e continuità della ricerca, con stipendi ridotti, pochi diritti e scarse prospettive.
