Una laurea contro la paura


Articolo tratto dal N. 101 di Immagine copertina della newsletter

L’ascensore sociale è fuori servizio da un po’ e pare che nessuno abbia intenzione di chiamare l’assistenza.

Nel secondo dopoguerra, quando il welfare liberaldemocratico europeo era ancora in costruzione, quello della permeabilità delle classi sociali, soprattutto verso l’alto, era un mantra a cui in tanti facevano riferimento. 

Ai giovani boomer, turbolenta maggioranza di un continente da ricostruire, veniva insegnato che solida formazione e costanza nello studio avrebbero aperto le porte a ogni possibile futuro. L’università, meta chimerica per molti, avrebbe fornito il pass per accedere al paradiso della trinità capitalista: famigliacasasicurezza. 

Intendiamoci, questo automatismo non era vero già allora, specie in Paesi a bassa scolarità e forte richiesta di manodopera non qualificata come l’Italia del boom, ma il mito di una felicità garantita da studio e specializzazione aveva il doppio vantaggio di dare speranza ai giovani e di scaricare sui giovani stessi la responsabilità dell’eventuale fallimento: se non hai la vita che sognavi è solo colpa tua.

Poi il continente è invecchiato, ha perso posizioni, il mercato del lavoro è diventato globale, così come la concorrenza. Famiglia, casa e sicurezza sono diventati un lusso di cui possono godere soli i giovani (i pochi rimasti), che vengono da realtà che possiedono già famiglia, casa e sicurezza.

Lavorare non è più sinonimo di tranquillità economica, anche in settori ad alta specializzazione, e così il “pezzo di carta” da conquistare diventa sempre meno utile, sempre meno rassicurante: quello che i padri raggiungevano con un diploma non è più alla portata nemmeno di un dottorato, e mentre la categoria “giovani” si è allargata raggiungendo il longevo traguardo dei 35 anni, età che il sommo poeta aveva relegato alla mezza età, pare che ogni tipo di formazione sia sempre più slegato dal motivo originario per cui la si intraprendeva: realizzare sogni.

L’università non è la “chiave del successo”

E allora perché un/a giovane dovrebbe oggi accedere allo studio universitario, coi suoi costi, le sue lungaggini e la sua promessa di precarietà? E perché molti giovani, sempre di più, lo fanno?

I motivi sono molti, legati in parte a un effetto trascinamento dei sogni genitoriali, in parte perché il mercato del lavoro continua, a parole, a pubblicizzare lo studio come “chiave del successo”.

Ma c’è un altro aspetto, difficile da misurare attraverso le statistiche, ma che a livello sociale ha una funzione sempre più importante: l’università, specie per i giovani italiani, è una scusa.

Con un mercato del lavoro asfittico, una rosa di possibilità sempre più ristretta e malpagata e la prospettiva di una vita adulta lontana dalle speranze adolescenziali, l’università diventa per molti il momento delle domande sospese, delle decisioni da rimandare, della realtà da tenere lontana. Un rifugio dal giudizio altrui e, soprattutto, dal proprio.

Il porto sicuro contro il fallimento sociale 

Non si tratta solo di una questione economica, ma di immagine, e immaginario. Fare il lavapiatti o il magazziniere, per un ventenne su cui si sono proiettate le speranze di futuro di un intero gruppo familiare è spesso sopportabile solo se presentato come una “fase” inserita in una prospettiva che si sogna ancora più ampia. 

Solo questa apertura può rendere sopportabili le terribili domande da pranzo di Natale del tipo “e tu che fai ora?” Rispondere “faccio la commessa part-time” non è un’opzione. “Faccio la commessa part-time… mentre vado all’università” è invece un modo per passare dal fallimento sociale alla edificante storia di riscatto e autopromozione. “Vado all’università” è per sempre più ragazze e ragazzi la frase che tiene lontano l’ansia del futuro. 

Una costruzione psicologica che però ha anche risvolti sullo stesso mondo del lavoro: “dato che “si fa l’università” come attività principale, almeno sulla carta, in molti accettano di svolgere lavori anche solo lontanamente inerenti al loro ambito di studi, con stipendi da fame e nessuna prospettiva di stabilizzazione e carriere che per i loro genitori sembravano ovvie. 

“Andare all’università” è la foglia di fico che copre l’assetto semischiavile di un mercato del lavoro fatto di stage, contratti a chiamata, periodi formativi, collaborazioni più o meno continuative che hanno reso un’intera generazione allo stesso tempo più laboriosa e più povera. 

Sottopagati, sfruttati, abbruttiti e legati al ricatto morale del doppio status, studente e lavoratore, che rende sopportabile lo stigma sociale della precarietà. 

Il percorso universitario oggi, per sempre più giovani, è una camera di decompressione in attesa della presa d’atto che i sogni dei padri non saranno realizzati dai figli. 

È una tregua prima del dover affrontare la dura realtà di un mondo che, nonostante quanto raccontato in decenni di narrativa capitalista, non è fatto per realizzare i sogni di molti, ma i profitti di pochi. 

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