Ha scritto Eduardo Galeano che la «storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà». L’esperienza della revolución cubana ha rappresentato un fervore contagioso che, in misure diverse, si è diffuso in tutti i continenti.
Laggiù, nei tropici, i guerriglieri della Sierra Maestra avevano dato la scalata al cielo con l’intento di ricostruire il mondo, aggiustando rotture e riparando ingiustizie. Era giunta l’ora del riscatto, il tempo della liberazione in un continente che sembrava ribollire della “lava delle rivoluzioni sociali”.
In questo contesto l’esempio della rivoluzione cubana di liberazione dal dominio imperialista ha incoraggiato tutti i movimenti democratici latinoamericani a porsi obiettivi più avanzati, sia per vie pacifiche che per la via insurrezionale, ma più in generale, e a diverse latitudini, ha riacceso la prospettiva rivoluzionaria fondata sulla costruzione di una società più equa.
Nonostante le contraddizioni, le scelte della politica cubana all’interno dei rapporti di forza internazionali, dominati dalla morsa della logica dei blocchi, hanno ottenuto risultati sia sul piano economico sia nel rafforzamento delle tutele sociali, oltre ai rilevanti progressi nei settori dell’istruzione e della sanità.
L’unica rivoluzione “nostra”
Un attento osservatore come lo storico britannico Eric Hobsbawm, dopo il suo primo viaggio a Cuba nell’estate del 1960, parlò di “cuba-utopismo”, specificando con questo neologismo che «non è la dottrina, ma l’empirismo che sta trasformando Cuba in un Paese socialista». La mobilitazione spontanea della società cubana si affermò come “processo di energia sociale” con una proiezione collettiva.
La rivoluzione cubana fu, per milioni di persone, l’unica rivoluzione davvero “nostra”: non imposta da carri armati stranieri, non inscritta in una rigida ortodossia geopolitica, ma nata ai margini dell’impero, capace di parlare al mondo. Non c’è dubbio che la rivoluzione sia stata simbolo e valore.
Per decenni Cuba ha abitato questo spazio simbolico. Anche quando le sue contraddizioni erano evidenti, anche quando l’esperimento socialista mostrava limiti e rigidità, l’isola continuava a rappresentare un’anomalia resistente, un punto di attrito nel sistema globale. Non a caso, dopo il 1989, mentre il “socialismo reale” collassava in Europa orientale, Cuba rimase come un residuo ostinato, una domanda aperta che il nuovo ordine mondiale non riusciva del tutto a chiudere.
Fallimento o resistenza?
Al di là della retorica, il simbolismo cubano ha incarnato da sempre l’idea di una sfida ai rapporti di forza globali. La revanche del panamericanismo e la cosiddetta “dottrina Donroe” hanno riportato Cuba all’attenzione della scena mondiale.
Oggi Cuba rappresenta la fotografia di un fallimento o l’emblema di una resistenza?
L’isola sembra confrontarsi con una realtà molto diversa da quella sognata dai giovani barbudos: la lotta non è più contro un apparato coloniale, ma contro meccanismi di pressione economica e geopolitica che possono avere effetti immediati sulla sopravvivenza materiale della popolazione.
Leggere Cuba oggi significa attraversare una faglia che non si è mai davvero ricomposta. L’isola continua a presentarsi come uno spazio politico in cui si rendono visibili, con particolare intensità, le tensioni tra due visioni del mondo: da un lato l’eredità della rivoluzione e ciò che resta – fragile, contraddittorio, ma ancora significativo – del campo socialista latinoamericano; dall’altro il riemergere di una pressione statunitense che riattualizza logiche di influenza, contenimento e controllo, aggiornandole alle forme contemporanee del potere globale.
La decisione degli Stati Uniti di definire Cuba una «minaccia insolita e straordinaria» per la sicurezza nazionale e di minacciare sanzioni contro chiunque fornisca petrolio all’isola, ha un valore che va oltre l’efficacia immediata. È un atto simbolico che riafferma una gerarchia globale. In questo senso, il blocco energetico assume il carattere di una “pedagogia della potenza”, rivolta non solo all’Avana ma a tutti coloro che potrebbero essere tentati di sottrarsi all’ordine imposto.
Ecco perché Cuba appare oggi meno come un modello da imitare e più come un laboratorio da interrogare. La sua storia mostra quanto sia difficile sostenere nel tempo un progetto di trasformazione radicale, soprattutto in condizioni di isolamento e pressione esterna. Ma mostra anche che l’idea stessa di alternativa non è mai del tutto neutralizzata. Persiste, si trasforma, riemerge in forme inattese.
