La rivoluzione cubana ha portato il documentario a L’Avana, con i limiti materiali della produzione che hanno dato forma a una nuova estetica e iniziato il cinema a una nuova pratica politica.
I film della Rivoluzione
La storia dell’età d’oro del cinema documentario cubano (dalla Rivoluzione del 1959 all’inasprimento del castrismo nei primi anni Settanta) rimane in gran parte sconosciuta e merita una prima analisi storica e critica. Fu la Rivoluzione a introdurre il cinema moderno sull’isola. A Cuba non esisteva una vera e propria tradizione cinematografica, e i giovani cineasti rivoluzionari erano quindi pronti ad assorbire le esperienze più significative del dopoguerra.
I film documentari giocarono un ruolo centrale nella Rivoluzione. Una volta salito al potere, il governo creò un istituto cinematografico pubblico, l’Instituto Cubano del Arte e Industria Cinematográficos (ICAIC). Tra i fondatori figuravano giovani intellettuali e cineasti, membri dell’associazione culturale Nuestro Tiempo, che avevano realizzato collettivamente El Mégano (1955) sotto la dittatura di Batista: Alfredo Guevara, Julio García Espinosa, Tomás Gutiérrez Alea e José Massip, tra i futuri grandi nomi del cinema cubano.

L’imperfezione: rifiutare e reinventarsi
Per almeno quindici anni, Castro insistette affinché l’ICAIC producesse film artistici e d’autore, non mera propaganda di stato. Il cinema cubano moderno è nato da questa decisione, sebbene non si debbano mai dimenticare le celebri parole di Castro sulla censura cinematografica, che definirono lo spazio e i limiti entro cui si sarebbe sviluppata la politica culturale: “Nella Rivoluzione, tutto; contro la Rivoluzione, niente“.
È importante definire i limiti tecnici del documentario cubano per comprenderne le innovazioni e lo sviluppo formale. Nei primi anni Sessanta, con la comparsa nel mondo capitalista delle cineprese sincronizzate da 16 mm, si assistette alla rivoluzione del cinema diretto, che tuttavia non si verificò a Cuba perché l’embargo americano costrinse i cineasti a continuare a lavorare con le vecchie e pesanti cineprese da 35 mm.
È proprio a partire da questo limite che i cineasti dell’isola impararono a reinventare e teorizzare il documentario come un cinema “imperfetto”, l’unico adatto a una nazione in via di sviluppo in lotta contro l’impero americano. I documentaristi cubani abbracciano l’imperfezione tecnica in contrapposizione al modello industriale hollywoodiano e all’estetica europea, ed esaltano l’imperfezione estetica come rifiuto di una forma considerata chiusa, finita e morta.

Santiago Álvarez, la nuova estetica del Noticiero
Seguendo lo stesso percorso, Santiago Álvarez, con le limitate risorse a sua disposizione, è riuscito a creare una nuova estetica per il cinegiornale di cui era responsabile, il Noticiero Revolucionario. Il suo approccio cinematografico si colloca a metà strada tra il collage della pop art e l’avanguardia politica di eredità sovietica.
Álvarez riutilizza e si appropria di tutto ciò che ha a portata di mano – immagini fisse e spezzoni, notiziari e animazioni, fotografie e didascalie – reintegrandoli in una sorta di supermontaggio alla Dziga Vertov, ma condito con il sapore, l’atmosfera e la musica dei Caraibi. Il Noticiero è diventato una vera e propria scuola per un’intera generazione di giovani cineasti che hanno imparato a fare i loro film senza soldi, senza risorse, velocemente, sperimentando nuove forme di montaggio, spesso molto ritmiche ed esaltanti (la musica è onnipresente), ma anche ideologicamente coerenti perché mirano a un obiettivo educativo e formativo. Praticano l’ibridazione delle forme, la fusione delle estetiche, la sperimentazione dei generi, spesso associata a toni umoristici, polemici o saggistici. Tra i grandi documentaristi emersi dall’ICAIC, non si possono dimenticare Nicolás Guillén Landrián e Sara Gómez.
Guillén Landrián rappresenta un contrappunto a Santiago Álvarez: a differenza di quest’ultimo, che ha sempre mantenuto salde convinzioni rivoluzionarie, egli nutriva un atteggiamento interrogativo e provocatorio nei confronti della realtà e delle sue contraddizioni. Cercava costantemente di trasgredire, dinamitare e demolire qualsiasi preconcetto sul cinema.

Sarita e la decolonizzazione
Sara Gómez proviene dall’intellighenzia nera cubana ed è considerata oggi la prima regista femminista dell’isola, avendo sempre sfidato il maschilismo cubano post-rivoluzionario in tutte le sue forme. I suoi film sui giovani, le donne, gli afrodiscendenti e le loro culture sono ritratti postcoloniali di grande lucidità e fermezza morale e politica. Sostenitrice del cinema documentario basato sul dialogo, Gómez ha scelto una strada diversa da quella di Álvarez e Guillén Landrián, innestando elementi di cinema di ricerca antropologica e culturale sulle indagini sociologiche del cinéma vérité.
“Sarita” è stata la prima regista a raccontare la propria storia attraverso la macchina da presa, affermando la sua visione soggettiva, il suo corpo, la sua memoria e i suoi pensieri, incarnando così l’urgente necessità di decolonizzazione – politica, ideologica e identitaria – per recidere definitivamente i legami della società cubana con i valori tradizionali.

Il mondo non è trasparente
Per lungo tempo, il documentario cubano è stato una vera e propria scuola di emancipazione su più livelli: emancipazione del popolo cubano dalle catene materiali e immaginarie della società pre-rivoluzionaria, emancipazione della produzione dalle trappole e dalla rigidità del sistema industriale, e emancipazione dei cineasti dagli obblighi della propaganda.
E oggi, questi film rappresentano per noi un atto di emancipazione del cinema documentario dall’ideologia del “tutto visibile e tutto filmabile” e dal mito dell'”oggettività” che viene imposto ovunque. Perché i documentaristi cubani ci ricordano che il mondo non è trasparente, e nemmeno le immagini cinematografiche, smascherando così la falsa imparzialità del capitale e dell’imperialismo, indicando come unico atto possibile quello di un’interrogazione radicale della realtà attraverso un gesto cinematografico consapevole del proprio artificio, attraverso uno sguardo complice che rifiuta la separazione tra chi guarda e chi è guardato.
La verità rivendicata dalle forme “oggettive” non è altro che illusione e inganno, la vertigine suprema del mondo nel suo divenire spettacolo.
