Cuba resiste. E noi?
Il popolo cubano interroga la nostra idea di società  


Articolo tratto dal N. 82 di Yo Soy Cuba Immagine copertina della newsletter

Siamo arrivati a Cuba con un convoglio fatto di decine di paesi, noi dall’Europa siamo arrivati via aereo mentre i sudamericani via mare. Non una missione, ma un pezzo di internazionalismo che si muove dentro il mondo reale. E dentro questo movimento una cosa è chiara: Cuba è un campo di resistenza.

La prima cosa che non si può evitare è il nome della repressione: il bloqueo, l’embargo. Non una formula diplomatica, ma un sistema materiale di strangolamento economico che attraversa tutto: farmaci, energia, tecnologia, finanza.

Un bloqueo presente da decenni che stringe e che adesso stringe ancora più forte, strangola nell’intento dichiarato di asfissiare: non è teoria, ma vita quotidiana.

La solidarietà come bene pubblico

Nei quartieri, nei Comitati per la Difesa della Rivoluzione, l’incontro con Gerardo Nordelo ci restituisce una cosa semplice: qui il mutualismo non è solidarietà astratta, è infrastruttura sociale. È organizzazione collettiva che tiene insieme la società, la vita dei singoli che formano la società.

I singoli, le persone, che interrompono ogni schema.

All’Istituto Finlay de Vacunas incontro Vicente Vérez Bencomo, che nasce prima della rivoluzione in una famiglia povera. Ci racconta come con la rivoluzione ha avuto accesso allo studio, alla formazione, alla scienza.

È diventato chimico, ricercatore. Non come eccezione individuale, ma come possibilità collettiva. Parla di cosa ha significato anche per lui il socialismo reale. 

Non parla come chi “ce l’ha fatta” lungo un ascensore sociale. Parla come chi sa che la propria storia è dentro un sistema che ha scelto di non lasciare l’istruzione al privilegio, non un ascensore ma un sistema. Durante la pandemia COVID-19 questa scelta si è vista chiaramente: la ricerca non si è fermata, nonostante scarsità di mezzi, isolamento e difficoltà di accesso ai vaccini.  

E nello stesso spazio si aprono altre storie.

Al Centro Nacional de Educación Sexual, insieme alle associazioni LGBTQI+ ci accoglie la direttrice Mariela Castro, figlia di Raúl e nipote di Fidel.

Ci racconta del codice delle famiglie, considerato internazionalmente uno dei più avanzati su diritti, educazione sessuale e trasformazione culturale. Parte di un progetto sociale che tiene insieme dimensione civile e sociale. 

All’Escuela Latinoamericana de Medicina ci sono studenti da tutto il mondo, anche palestinesi. Vengono da territori segnati da occupazione e guerra.

Studiano medicina qui, in un altro contesto, e soprattutto hanno una traiettoria chiara: tornare nei propri territori per ricostruire possibilità di cura dove la cura è negata. 

Qui l’internazionalismo non è solo a parole. È un movimento che vuol essere parte di una rete globale di resistenza.

 E c’è un’altra cosa a fianco della resistenza: la transizione energetica.

Il bloqueo non blocca soltanto. Spinge. Costringe. Accelerando trasformazioni forzate. L’impossibilità di accedere liberamente a combustibili e infrastrutture tradizionali ha spinto verso energie rinnovabili, pannelli solari, micro-reti, per necessità materiale. Non transizione lineare, ma transizione dentro la scarsità.

Eppure, è una direzione reale: ridurre dipendenza esterna attraverso soluzioni distribuite. Anche questo è conflitto, solo che si manifesta come adattamento.

Perché Cuba ci chiede di prendere posizione 

Attraversando Cuba, ti accorgi che il filo conduttore per rispondere ai problemi non cambia mai: organizzazione, mutualismo, conflitto. Non sono parole teoriche. Sono ciò che ho visto. 

Il convoglio serve a questo: non raccontare Cuba da fuori, ma rompere la narrazione distorta che la accompagna, oltre all’isolamento che la circonda. L’internazionalismo non è memoria, è infrastruttura politica. Serve a mettere in relazione esperienze che altrimenti resterebbero separate, isolate, indebolite. 

La denuncia del bloqueo è inevitabile. È un dispositivo materiale che colpisce la vita quotidiana di un intero popolo. Non riconoscerlo significa accettarlo. 

Ma accanto alla denuncia c’è qualcosa che pesa ancora di più: la continuità della resistenza cubana. Non eroica in senso astratto, ma quotidiana. Fatta di organizzazione collettiva, accesso ai diritti fondamentali, capacità di adattamento senza cedere. E soprattutto fatta di una cosa semplice: tenere insieme una società sotto pressione per decenni. 

Cuba non chiede di essere idealizzata. Chiede di non essere isolata. Il socialismo è alternativa. La resistenza, qui, non è un’eccezione. 

Perché il nodo non è solo Cuba. Il nodo siamo noi. In Europa, mentre si smantellano sanità pubblica e istruzione per un’economia di guerra, Cuba dimostra che un’altra gerarchia delle priorità è possibile. E allora la domanda diventa: se loro resistono sotto pressione, perché noi arretriamo senza combattere? 

Stare a fianco del popolo cubano significa prendere posizione anche qui. Significa difendere l’idea che i diritti non si negoziano. Che la salute non è un mercato. Che la conoscenza non è una merce. Che la solidarietà internazionale è una pratica di lotta, non un gesto simbolico. 

Cuba non chiede di essere salvata. Chiede di non essere isolata. E soprattutto mostra che resistere è ancora possibile.

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