La nuova mappa dell’America Latina

Tra crisi interna e nuove dinamiche globali, Cuba riflette le trasformazioni dell’intero continente


Articolo tratto dal N. 82 di Yo Soy Cuba Immagine copertina della newsletter

L’incontro dei leader progressisti di Spagna, Pedro Sánchez, Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, Messico, Claudia Sheinbaum, Colombia (Gustavo Petro) e Uruguay, Yamandú Orsi, tenutosi a Barcellona il 17 e 8 aprile e, un  po’ pomposamente, ribattezzato IV Cumbre en Defensa de la Democracia, ha avuto una serie di “invitati fantasma”: gli Stati Uniti di Trump, responsabili di un repentino irrigidimento strategico nell’Emisfero occidentale, il Cile di Kast e l’Argentina di Milei e, naturalmente, la Cuba di Miguel Díaz-Canel, stretta nel cul de sac di una prolungata e incompiuta transizione post-castrista.

Tempi lontani, tempi sfocati

Sembrano lontanissimi non solo i tempi della Guerra fredda, quando il foquismo guevarista alimentava esperienze e miti rivoluzionari, nelle campagne e nelle università di buona parte del subcontinente, tenendo Cuba su una sottile corda sospesa tra dinamiche est-ovest e nord-sud; ma anche quelli del Washington Consensus e dell’Onda rosa latinoamericana, quando l’ultimo castrismo seppe riadattare i fermenti terzomondisti della vecchia OSPAAL al nuovo contesto post-bipolare dei primi anni Duemila, segnato dai Social Forum di Porto Alegre, dalla rivoluzione bolivariana chavista, dal lancio del Piano Fame Zero in Brasile, del neoindigenismo ecuadoriano e boliviano di Correa e Morales, fino al fragile Progetto dell’Alianza bolivariana por los pueblos de nuestra América (ALBA), alimentata di ideologia cubana e dai proventi del petrolio venezuelano.

I programmi Brigada Médica Cubana en la Patria de Simón Bolívar, che è arrivato a dispiegare 13.000 tra medici e infermieri nel Venezuela chavistapetróleo por frijoles, instaurati da Caracas, sotto supervisione cubana, con il Nicaragua di Daniel Ortega e i governi salvadoregni di Mauricio Funes e Salvador Sánchez Cerén del Frente Farabundo martí de Liberación Nacional, sembrano gli ultimi echi di una stagione lontana. Appaiono ancor più sfocati in questo 2026, inaugurato dal singolare blitz dei marines statunitensi a Caracas per la “rimozione” di Maduro, segnato dall’infinita involuzione autoritaria del Nicaragua e dai programmi di espulsioni di Illegal aliens/migrantes indocumentados latinoamericani fermati dall’Ice Police e spediti per direttissima e in manette pubbliche nelle carceri speciali salvadoregne.

Un processo di irrigidimento approdato al cordone di isolamento di Cuba, fortemente voluto dal 72° segretario di Stato statunitense ed ex senatore della Florida Marco Rubio.

Ancora più sola

Se il vertice di Barcellona, seguito dalla non troppo velata minaccia dell’amministrazione Trump di sospendere la Spagna dalla NATO, si è tenuto nei giorni della crisi di Hormuz e della triplice guerra in Iran, Libano e Palestina (senza dimenticare l’Ucraina), la sua genesi risale a diverse settimane prima, quando i governi progressisti latinoamericani pensarono a una risposta a quel summit voluto da Trump e ribattezzato con toni e colori da blockbuster Marvel “Shield of the Americas”.

Quel vertice asimmetrico, tenutosi il 7 marzo a Miami, aveva portato in Florida i leader argentino, l’ultraliberista Javier Milei, cileno, l’ultraconservatore José Antonio Kast, ecuadoriano, il milionario Daniel Noboa, salvadoregno, Nayib Bukele, il vincitore della guerra alle pandillas e l’uomo dei bitcoin, oltre ai presidenti di Bolivia, Paraguay, Costa Rica, Repubblica Domenicana, Trinidad e Tobago, e Guyana.

Una rinnovata mappa politica del continente. Anche in quel caso Cuba era il fantasma sospeso in perfetto stile shakespeariano. Pochi giorni dopo il summit in cui lo stesso Trump aveva decretato “the end of the line” del governo cubano, l’isolamento dell’isola si è irrigidito.

L’esposizione messicana

Il Messico della Quarta trasformazione alle prese con la gestione della revisione della lotta ai cartelli, dopo l’uccisione, appena una settimana prima, del famigerato leader del Cartel Jalisco Nueva generación, si è trovato in una posizione particolarmente delicata dovendo rinunciare all’invio di forniture petrolifere a Cuba (già privata del greggio venezuelano dopo un decreto ad hoc firmato da Delcy Rodríguez), limitandosi così all’invio di aiuti alimentari sull’isola.

In realtà in Messico il governo Sheinbaum ha tacitamente appoggiato la creazione di centri spontanei di acopio, di raccolta di materiali e aiuti, mentre partiva la campagna Cuba un pueblo en resistencia, promossa dal periodico di sinistra e oggi filogovernativo “La Jornada” e che ha coinvolto associazioni e comitati universitari.

L’esposizione messicana è però a sua volta un retaggio della guerra fredda, quando il do ut des tra il Messico priista e la Cuba castrista, prevedeva il mantenimento di relazioni diplomatiche (caso unico all’interno dell’Organizzazione degli stati americani) e intensi scambi culturali, in cambio di un non interventismo foquista nel paese latinoamericano.

Oggi il governo Sheinbaum cerca di tener fede a quella vecchia linea (parzialmente interrotta negli anni di governo del Pan) e di alimentare un fragile ideale rivoluzionario (in fondo prima della sua svolta comunista Fidel Castro non aveva negato di aver tratto ispirazione dal nazionalismo social-desarrollista del Messico post-rivoluzionario Cardenista).

Tutto ciò a fronte delle esigenze di un delicato equilibrio pragmatico con il vicino del Nord, con cui gli intrecci economici, finanziari e commerciali sono più solidi che mai, al di là della retorica sul muro, del tema della lotta ai cartelli, del traffico d’armi e della violenza ideologica dell’amministrazione Trump sui temi migratori.

Il pragmatismo di Brasile e Colombia

Per il Brasile la partita è in parte diversa, per il ruolo svolto dal paese all’interno dei BRICS, le relazioni con la Cina, la questione dell’accordo tra Mercosur ed Unione Europea e in vista delle prossime scadenze elettorali.

Il mito di Cuba è una lampada flebile sempre più in lontananza, tanto per il pragmatismo di Brasilia quanto per gli interessi di altri attori sudamericani come l’Uruguay, meno però per la Colombia, per la stessa natura politica del governo guidato da Petro, intrecciata ai difficili equilibri del mantenimento della pace interna al paese, alle pressioni del narcotraffico e alle tese relazioni con Washington.

Petro in tal senso è il più deciso sostenitore del mantenimento simbolico della Cuba di Díaz-Canel e del suo modello in difficoltà, non solo per le pressioni statunitensi e i lacci economici sempre più stretti ma anche a fronte di un ricambio generazionale e culturale interno che non potrà essere rimandato all’infinito. Ancora fantasmi ideologici ed esigenze di sopravvivenza a confronto nel quotidiano degli ospedali senza luce e delle cooperative senza macchinari.

Il coraggio di Sánchez

Infine la Spagna gioca una partita ancor diversa. La linea, coraggiosa, assunta da Sánchez in seno all’Unione Europea su guerra in Medio Oriente e accordi con il Mercosur trova uno sbocco naturale nei partner latinoamericani.

Per quanto la distanza tra PSOE e modello cubano sia ormai profonda, anche Cuba torna in gioco in una partita da cui dipende il respiro (economico in primis, cultural-identitario in secundis) americano del paese iberico. Lo diceva in fondo già Alejo Carpentier in un racconto, El Camino de Santiago, contenuto in un suo testo del 1958, precedente alla vittoria dei “barbudos”, La guerra del tiempo. Una breve novella in cui si dipingevano simboli che si muovono nello spazio e nel tempo, ora sfumando ma, alla bisogna, riprendendo una forma compiuta ma che non è però mai la stessa.

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