Il petrolio non è l’unica risorsa disponibile
Con lo stretto di Hormuz che tiene in ostaggio gas e petrolio di mezzo mondo emerge nitido il prezzo di dipendere da materie prime che non si possiedono.
Soprattutto se quelle materie prime servono a garantire l’energia e il carburante su cui si fondano da un paio di secoli quasi tutte le società del pianeta.
Per un’isola come Cuba, sotto blocco petrolifero da tre mesi, sotto embargo da ben più di mezzo secolo, in gran parte legata al petrolio venezuelano, ora però controllato dagli Usa, il prezzo della dipendenza è carissimo. Le immagini dei blackout delle scorse settimane e le notizie di un intero paese immobilizzato resteranno impresse – sicuramente a loro, ma forse anche a noi.
Se non ci era riuscita la crisi climatica, le crisi di Hormuz e di Cuba forse stanno riuscendo una volta per tutte a convincere il mondo che conviene puntare sulle risorse rinnovabili: vento e sole non si importano in un’isola dei Caraibi, sono già lì e sono gratuiti.
Una strategia ambiziosa per salvaguardare l’ambiente
«Il Paese» racconta a PUBBLICO, Reinaldo Cuba Medina, Direttore di Pianificazione Agroindustriale del Ministero dell’Economia e Pianificazione di Cuba e Direttore Nazionale del programma Ue “Transizione Ecologica verso Municipi Sostenibili”, «ha avviato una strategia ambiziosa che punta a generare il 24% dell’elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030 e a raggiungere il 100% entro il 2050, in linea con gli impegni internazionali sul clima e con l’obiettivo di rafforzare la sovranità energetica.
Al centro di questa strategia c’è un rilevante programma di investimenti nel solare fotovoltaico, che ha già portato all’installazione di circa 1000 MW nel 2025 e prevede ulteriori incrementi entro il 2030.
Attualmente sono operativi oltre 50 parchi fotovoltaici, mentre prosegue anche il rafforzamento della generazione a partire dal gas associato al petrolio, per valorizzare risorse interne e ridurre la dipendenza dalle importazioni».
Allo stesso tempo, la forma cooperativa non è una soluzione neutra, soprattutto in un contesto fragile come quello cubano. Richiede capacità gestionali, tempi lunghi di costruzione della fiducia e regole chiare su come si condividono rischi e benefici. In molte esperienze del Sud globale, progetti pensati per tutta la comunità finiscono infatti per essere controllati da pochi attori locali più influenti. A questo si aggiungono difficoltà nel reperire il capitale iniziale e decisioni spesso guidate soprattutto da chi possiede le competenze tecniche. Proprio per questo il dialogo tra Cuba e il movimento cooperativo italiano non è solo uno scambio di buone pratiche. È anche un’occasione per guardare con lucidità a limiti e potenzialità delle comunità energetiche e capire cosa serve davvero perché diventino uno strumento di democrazia energetica anche nei contesti più fragili.
La cooperazione Cuba-Italia
sulle Comunità energetiche rinnovabili
A febbraio una delegazione cubana, composta da Ministero dell’economia, Ministero dell’energia, Università di Sancti Spiritus e Centro de Desarrollo Local y Comunitario, è venuta in Italia, a studiare i modelli italiani delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), e provare a adattarle al contesto cubano.
La missione è stata organizzata nell’ambito del programma Municipios Sostenible sostenuto dall’Unione europea e coordinato da AICS in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e diversi attori locali, che accompagnerà la transizione ecologica di otto comuni cubani, con un doppio focus su energia e filiera agroalimentare: «un contributo rilevante per affrontare le sfide esistenti» secondo Cuba Medina.
Oltre a diversi incontri istituzionali, la delegazione ha approfondito il modello delle CER in forma cooperativa, incontrando la cooperativa Italia Rinnovabile a Vetralla, in Lazio, ha partecipato alla tappa della Biennale di Legacoop «Energia Anch’io» in Basilicata incontrando diverse realtà cooperative da tutta Italia e in Puglia, in provincia di Taranto, ha incontrato IAS Energy.
Il cooperativismo applicato ai territori
«Noi ci occupiamo di comunità energetiche e questo linguaggio, fatto prima di tutto di condivisione, è anche il loro linguaggio, per questo ci capiamo e per questo collaboriamo. Realtà come la nostra hanno competenze tecniche, anche nel mini-eolico, rappresentano un esempio di integrazione tra capacità produttiva e sviluppo territoriale.
Noi autoproduciamo le turbine e questo per loro è stato uno degli aspetti più interessanti. La dimensione cooperativa e la condivisione dei benefici sono stati percepiti come elementi particolarmente coerenti con la cultura locale, e ciò ha rafforzato l’interesse verso questo modello» racconta ancora Pietro Lecce.
IAS Energy aderisce a Legacoop e si occupa di progettazione, installazione e manutenzione di impianti energetici, in particolare mini-eolico e solare, attraverso progetti di transizione energetica e comunità energetiche rinnovabili per aziende e territori: sono state, quelle in giro per l’Italia e soprattutto quelle in una realtà strutturata e complessa come quella pugliese, giornate di visite agli impianti e di scambio di informazioni, idee, pratiche e competenze con realtà locali, sindaci ed esponenti dei comuni, per riflettere su come sviluppare un modello adattato al proprio contesto.
Gabriele Verginelli, referente internazionalizzazione di Legacoop Nazionale, racconta che «ai cubani interessano soprattutto forme di interazione tra pubblico e privato che riescano a incentivare l’iniziativa privata, mantenendo però una regia pubblica. Il tema del cooperativismo come soluzione intermedia gli è molto vicino, e dunque è seguito e studiato, non solo in ambito energetico».
I progressi in campo energetico
Il modello europeo delle Comunità Energetiche, definito dalle direttive RED II (2018) e RED III (2025), rappresenta un approccio innovativo allo sviluppo delle rinnovabili basato su produzione distribuita, autoconsumo e autonomia energetica locale.
Le tecnologie attuali permettono di integrare fotovoltaico, eolico e sistemi di accumulo, creando reti in cui produzione e consumo si bilanciano su base locale.
Nel contesto italiano, Legacoop ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo delle CER, attraverso il progetto RESPIRA realizzato insieme a Coopfond e Banca Etica, che ha già supportato la creazione di oltre 60 CER in forma cooperativa.
«Si tratta di un modello particolarmente adatto a contesti periferici e insulari come Cuba, che oggi deve ripensare il proprio sistema energetico anche a causa della situazione geopolitica», come osserva Pietro Lecce.
Il richiamo all’esperienza italiana è ancora più utile se se ne riconoscono anche le difficoltà. In questi anni lo sviluppo delle comunità energetiche è stato rallentato da una normativa complessa e in continua evoluzione. Questo ha creato incertezze su incentivi, requisiti tecnici e rapporti con il sistema elettrico. L’accesso al credito resta un nodo delicato, in particolare per le CER che vogliono coinvolgere famiglie a basso reddito o piccoli utenti non bancabili. Anche l’inclusione dei soggetti vulnerabili è spesso più dichiarata che praticata, se non è sostenuta da strumenti mirati.
Intanto, dall’altra parte dell’Atlantico, un progetto pilota è già iniziato. Nel piccolo paese di Guane, nella provincia di Pinar del Rio, Haliéus, la struttura di cooperazione internazionale allo sviluppo di Legacoop, assieme ad ARCS e ad altri attori quali il centro di ricerca CITERA de La Sapienza, sta provando a sviluppare una prima Cer su scala locale.
A Guane in alcuni giorni sono disponibili appena quattro ore di energia al giorno, soprattutto da quando è in corso il blocco petrolifero degli Stati Uniti. Le reti e le centrali elettriche del Paese sono vecchissime, risalgono al periodo sovietico e richiedono continue manutenzioni. Per cambiarle ci vuole tempo e ci vorrebbero fondi, cosa non facile con l’embargo.
Per ragionare su larga scala, come racconta Dave Sherwood su Reuters, la Cina sta investendo in impianti di energia rinnovabile a Cuba e sta contribuendo alla modernizzazione e integrazione della rete ma, appunto ci vuole del tempo.
Il caso di Guane: da consumatori a produttori di energia solare
E così intanto a Guane si sta lavorando a un altro tipo di economia circolare. Si tratta di un generatore installato all’interno di una segheria statale: un luogo in cui è disponibile, senza doverla reperire altrove, una grande quantità di biomassa di scarto, che verrà trasformata in energia. L’energia prodotta sarà destinata direttamente alla comunità circostante collegata a quel tratto di rete.
«Nell’area, che conta circa 830 utenze, alcuni abitanti hanno iniziato a organizzarsi installando pannelli solari acquistati in modo indipendente, grazie anche a un sistema statale che incentiva l’acquisto dei pannelli per alcune categorie, in particolare dipendenti pubblici, con l’obiettivo di aumentare l’autonomia energetica.
Al momento sono stati installati circa una dozzina di impianti, ma producono energia solo per i proprietari dei pannelli e non immettono energia in rete.
Formalmente basta richiedere all’azienda pubblica UNE l’installazione gratuita di contatori bidirezionali, in grado cioè di immettere e prelevare energia dalla rete, ma non tutti lo sanno e in ogni caso, visto il costo molto basso dell’energia, non c’è un grande incentivo economico a immettere l’eccesso nella rete» spiega Verginelli.
Il programma di Guane unirà l’energia prodotta dal generatore ai pannelli solari. Non coprirà tutto il fabbisogno ma certamente migliorerà molto la situazione.
L’importanza delle comunità energetiche rinnovabili
Le comunità energetiche sono uno strumento interessantissimo per rendere il più orizzontale possibile il sistema energetico, perché consentono ai cittadini di passare da semplici consumatori a produttori e gestori dell’energia, redistribuendo valore economico e potere decisionale a livello locale. Per Reinaldo Cuba Medina, «il modello italiano si basa su cooperazione, integrazione tra attori e partecipazione democratica. Le CER non sono solo infrastrutture tecnologiche, ma anche strumenti di coesione sociale, capaci di generare benefici economici e rafforzare il tessuto comunitario (…): l’energia può e deve essere gestita come un bene comune, capace di trasformare le comunità e rafforzare la coesione sociale».
È un modello partecipativo e funzionano soprattutto quando mantengono una dimensione territoriale e relazionale, con la possibilità di prendere decisioni collettive e condivise. Funziona soprattutto con le energie rinnovabili, in particolare i pannelli solari, e funziona con un generatore condiviso, che usa solo gli scarti della segheria statale, che quindi a sua volta serve la comunità. Senza dipendenze dall’esterno, senza bisogno di navi o tubi che portino combustibili fossili da lontano. I bisogni della crisi climatica sono gli stessi delle crisi sociali: rinnovabili, filiere corte, economia circolare, comunità, redistribuzione.
Per questo, racconta Pietro Lecce, dall’incontro fra la delegazione cubana e il modello cooperativista italiano è emersa una «vicinanza politico-culturale, basata su un interesse condiviso per modelli cooperativi e non estrattivi, alternativi a logiche più centralizzate o “imperialiste”».
