La libertà inizia il 26 aprile 


Articolo tratto dal N. 82 di Immagine copertina della newsletter

Da molti anni, nella notte tra il 24 e il 25 aprile, torno a riaprire un vecchio libro di Hannah Arendt, e a rileggere alcune righe. Le riporto qui: 

“Liberazione e libertà non sono la stessa cosa: la liberazione può essere una condizione della libertà, ma è assolutamente da escludere che vi conduca automaticamente; il concetto di libertà implicito nella liberazione può essere solo negativo, e quindi l’intenzione di liberare non si identifica col desiderio di libertà. Tuttavia, se queste ovvietà vengono frequentemente dimenticate, è perché la «liberazione» è sempre apparsa come una cosa grandiosa e la fondazione della libertà è sempre stata incerta, se non del tutto inconsistente”.
[
Hannah ArendtSulla rivoluzione, p.25]. 

Nei processi di liberazione la prima cosa che accade è la rottura del vincolo di sudditanza che proviamo nella nostra vita quotidiana. È una condizione di felicità quella che dell’istante della liberazione. 

Ma poi dopo, immediatamente dopo, si tratta di essere consapevoli che né ci si libera da soli, né la liberazione è un atto singolare. Ci si libera insieme, per pensare futuro migliore, per quante più persone possibile. 

È importante sottolinearlo per non cadere nell’abbaglio della «liberazione contraffatta». 

Molto rapidamente su due episodi recenti di «liberazione contraffatta». 

Il sindaco di Lecce, Adriana Poli Bortone, si tatua il simbolo del proprio partito sul braccio, per dire che ha il diritto di scegliere. Quel diritto lo identifica con un gesto di liberazione. Quel simbolo allude a una storia e a una cultura che non ha come fondamento la pari dignità di ciascun essere umano al netto di colore della pelle, nazionalità, religione. 

La liberazione che propone Alex Karp, CEO di Palantir è tornare alla monarchia assoluta, abolendo quanto, negli ultimi tre secoli, ha segnato il percorso verso la diminuzione delle disuguaglianze. 

Nessuno dei due atti di «liberazione» aspira a nessuna libertà. Il loro immaginario va ostinatamente e orgogliosamente in direzione contraria. Liberazione non vuol dire faccio i fatti miei. 

La liberazione del 25 aprile è di altra natura. Riguarda la sottoscrizione di un patto che si vuole inaugurare la mattina del 26 aprile. Perché appunto, per riprendere Arendt – la liberazione è un atto di potenza, ma poi la libertà è un percorso carico di sfide e fatto di responsabilità che va vissuto e affrontato mettendo l’occhio, la testa, l’attenzione – insomma quante più energie possibile – nel domani che vogliamo insieme. 

Per questo, forse, più che l’istante della liberazione, come felicità, dovremmo prendere in mano quella condizione come impegno per domani. Un domani che la mattina del 26 aprile ci appare tutto da reinventare. Non ci sarà nessun status quo ante da recuperare; non c’è passato di salvezza; c’è solo un futuro di sfida. 

Vale per tutti quei patti che nella storia l’azione di uomini e donne hanno posto sulle soglie della storia a misurarsi con le sfide del presente e le domande di futuro. 

Valeva allora e vale ora. 

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