Il sale nella ferita


Articolo tratto dal N. 88 di Immagine copertina della newsletter

Il 17 agosto 1893, nelle saline della Camargue, in Francia, una folla composta da abitanti del luogo, operai francesi, stagionali e disoccupati, aggredì i lavoratori italiani impiegati nella raccolta del sale. I morti accertati furono dieci. I feriti molti di più. Il processo si chiuse senza condanne. Da allora Aigues-Mortesoggi comune dell’Occitania di poco più di dieci mila abitanti, è rimasta una ferita difficile da nominare, anzi, fu dimenticata per decenni, sia dai francesi che dagli italiani.

I termini utilizzati sono stati molteplici: linciaggio, massacro, pogrom, conflitto operaio, esplosione xenofoba, uso becero dell’esercito industriale di riserva. Ogni parola illumina una parte e ne lascia fuori un’altra.

Xenofobia o guerra tra poveri?

Per questo la domanda – xenofobia o guerra tra poveri? – va presa sul serio, ma fino al punto in cui evita di costringerci a scegliere. Quando la politica sovrascrive il lavoro scientifico, comincia la menzogna del potere di turno.

La storiografia più attenta, da Paul Bairoch a Pierre Milza, da Giuseppina Sanna a Gérard Noiriel a Giovanni Gozzini, colloca quell’episodio dentro una trama più larga: migrazioni italiane in Franciaindustrializzazione disegualereti di reclutamentorapporti franco-italianinazionalizzazione delle appartenenze. Il percorso proposto da Enrico Bacchetti e Nadia Olivieri su Novecento.org  ha il merito di tenere aperta questa tensione e mostrarci con quale cura la storia andrebbe trattata.

Nelle saline si incontrarono uomini collocati in punti diversi di uno stesso mercato del lavoro. La Compagnie des Salins du Midi aveva bisogno di braccia stagionali, resistenti, mobili. La raccolta del sale era dura, breve, pagata anche a cottimo. Gli italiani arrivavano attraverso catene migratorie e capisquadra. Erano richiesti perché disponibili. Erano odiati perché disponibili.

Il loro vantaggio apparente – accettare ritmi e condizioni che altri rifiutavano o temevano – diventava, agli occhi dei lavoratori francesi, una colpa. La difesa del lavoro interno, non bisogna stancarsi mai di ricordarlo, è costitutiva dello stesso mondo operaio organizzato, fin dall’Ottocento.

Questa contraddizione è sempre all’opera e va guardata dritta negli occhi. Va maneggiata e, politicamente, ci si sporca le mani. Questa contraddizione era all’opera in quei giorni in Camargue, dove il conflitto materiale prese la lingua della nazione.

L’italiano diventò l’italiano ladro di pane, l’invasore, il crumiro. La paura di essere sostituiti trovò un volto vicino, vulnerabile, abbastanza simile da competere e abbastanza diverso da essere espulso dall’immaginario comune. La violenza cominciò lì, quando lo sfruttamento subito prese il volto di altri esseri umani.

Una verità scomoda

Marx aiuta a leggere questa scena, purché entri con discrezione. L’esercito industriale di riserva non vive soltanto nelle statistiche della disoccupazione e nei dati sulla flessibilità del lavoro. Vive nella pressione esercitata da chi può prendere il tuo posto, accettare una paga più bassa, sopportare di più.

Quella riserva, però, non appare mai come massa anonima. Ha accenti, documenti, provenienze, reti familiari, debiti, capisquadra. Il capitale la usa come forza disponibile; il discorso pubblico può trasformarla in minaccia. Ad Aigues-Mortes, la riserva prese un nome nazionale.

La formula “guerra tra poveri” contiene una verità scomoda. Contiene anche una trappola. Lasciata a sé stessa, suggerisce che i poveri si combattano per destino, per brutalità, per ignoranza. Invece qualcuno costruisce il campo. Qualcuno stabilisce ritmi, paghe, squadre, accesso al lavoro, modalità di reclutamento. Qualcuno guadagna dalla separazione. Sulla scena resta il penultimo che colpisce l’ultimo; fuori scena resta chi ha reso conveniente quella distanza minima e quella competizione.

Per tornare all’oggi, sbaglia, di nuovo, chi pensa che nelle campagne italiane lavorino solo immigrati. Significa sapere poco dei caporali che, in alcune nostre regioni, ramazzano ancora ogni giorno, nelle piazze dei paesi, tante lavoratrici e lavoratori italiani.

Un conflitto in tensione verso il presente

Una recensione di Daniela Luigia Caglioti al libro di Noiriel coglie un punto decisivo: Aigues-Mortes fu un conflitto operaio impossibile da spiegare con sole categorie economico-sociali.

Bisogna guardare il livello locale delle saline, il livello nazionale della Terza Repubblica, il livello internazionale dei rapporti tra Francia e Italia. Soprattutto, bisogna vedere come l’uso del nazionale cambi secondo gli ambienti sociali. La nazione, in basso, non è una bandiera astratta.

Diventa acqua scarsa, salario conteso, insulto, paura, voce di giornale, folla, o, più banalmente, abitudini diverse che faticano a convivere.

Da qui il presente si avvicina, senza coincidere. La cronaca italiana recente ci riporta al lavoro migrante, ai campi, ai trasporti, al ricatto, ai salari trattenuti, alla vulnerabilità resa sistema. Ogni analogia troppo rapida consuma la storia e perciò mi scuso in anticipo. Aigues-Mortes non è il nostro oggi. Però ci aiuta a formulare la domanda giusta: perché non condanniamo il sistema agro-industriale insieme ai i caporali?

Il caporalato, infatti, rende questa domanda quasi oscena. Non è un residuo arcaico ai margini della modernità. È una mediazione feroce dentro una domanda contemporanea di lavoro povero, rapido, sostituibile.

Tiene insieme salario, passaggio, alloggio, debito. Produce corpi vicini alla produzione e lontani dal riconoscimento.

Quando qualcuno muore, la società si concede lo scandalo. Prima, spesso, aveva chiamato tutto questo prezzo, filiera, competitività.

E così facendo diventa, di nuovo, la nostra contraddizione regina: ai più poveri l’impossibilità di accedere a cibo decente, e ancora minore possibilità di accedere al cibo “etico”. Ai più ricchi la possibilità di predicare bene, praticare meglio ed eludere le domande più scomode.

Aigues-Mortes serve se ci impedisce di sbagliare bersaglio. Gli italiani uccisi nella Camargue non chiedono di essere ricordati perché un tempo anche noi fummo respinti ed uccisi. Chiedono qualcosa di più difficile: riconoscere il momento in cui la paura sociale viene nazionalizzata, il lavoro povero diventa odio politico, la riserva di manodopera viene trasformata in nemico.

Il razzismo dà alla concorrenza un corpo. Il passato, quando lo ascoltiamo davvero, non consola, e punta il dito contro un’idea precisa di capitalismo.

Ci mostra da una parte la nostra distanza dal lavoro più faticoso e dalle vite dei lavoratori non garantiti, e dall’altra parte la vicinanza tra Bakari Sako e i suoi assassini, tra i caporali di Amendolara e i lavoratori bruciati vivi. Il passato, quando fa il suo mestiere, mette sale nella ferita.

La storia di Aigues-Mortes, come tutte le storie, chiede precisione e prudenza. Una precisione e una prudenza che le storie ci chiedono, soprattutto, quando si portano appresso morte e dolore.

Si può usarle male, le storie, riducendole a parabola morale per il tempo presente: “Una volta i migranti eravamo noi, dunque dovremmo ricordarcene”. È vero, ma di tale memoria resta ben poco, e il poco che rimane ci serve anche a meno. La memoria, quando consola, perde attrito.

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