Una società disposta a tutto per sentirsi al sicuro


Articolo tratto dal N. 88 di Immagine copertina della newsletter

Il 9 maggio, alle prime luci dell’alba, Taranto Vecchia viene scossa da un feroce omicidio. Bakary Sako, operaio agricolo trentenne in attesa di un figlio, quella mattina, in sella alla sua bici, viene avvicinato, inseguito e ucciso da un gruppo di adolescenti. Il più giovane degli aggressori ha poco più di quindici anni. Nel giro di poche ore ammetterà di aver inferto lui i fendenti mortali.

L’uomo era un cittadino modello. Lavorava sodo. Si teneva lontano dai guai. Era, secondo la retorica ufficiale della destra italiana, esattamente il tipo di immigrato che persino Salvini e Vannacci direbbero di volere come vicino di casa. Eppure, sul suo omicidio il governo ha taciuto. Nessun ministro, nessuna presenza istituzionale ha messo piede in quella città. Nessuna parola di cordoglio è arrivata dalla presidente del Consiglio.

La politica a Modena, il silenzio su Taranto

Sette giorni dopo, il 16 maggio, Giorgia Meloni annulla un viaggio istituzionale a Cipro e torna in Italia per recarsi a Modena, dove Salim El Koudri aveva investito con la sua auto una folla di passanti. In molti si sono chiesti quale fosse il criterio. Come si sceglie quale dolore merita la presenza dello Stato e quale no.

La risposta è semplice: Modena funziona. L’aggressore è italiano ma le sue origini contano – forse –  più  delle sue azioni scellerate. L’idea che uno “straniero” commetta crimini esiste già a monte. Ha solo bisogno di scendere a valle, tra la rabbia della gente che vede nella presenza degli stranieri la principale minaccia alla sicurezza pubblica. Con El Koudri la narrativa securitaria e anti-immigrazione regge. Ma Taranto, al contrario, non funziona. Abbiamo una vittima. Ma è un immigrato maliano a cui non si può nemmeno rivolgere l’accusa di essere un irregolare. E poi gli aggressori sono tutti italiani, quando in genere il racconto a destra funziona laddove le parti giocano ruoli inversi. Ed ecco che la narrazione si inceppa. Taranto non produce il nemico giusto, non genera la paura attesa , non alimenta la storia che si vorrebbe raccontare. Sako è un morto da cui non si possono estrarre consensi. Non c’è nulla da capitalizzare. La destra che giura di difendere gli immigrati regolari che rispettano le regole, con leggi razziste che dovrebbero tutelarli, tace. E aggiungerei con tutte le ragioni del caso.

Anche perché condannare la violenza di Taranto significherebbe, in parte, condannare sé stessi.
Significherebbe fare i conti con anni di dichiarazioni pubbliche in cui si è parlato liberamente di bombardare i barconi, di affondarli con il loro carico umano ancora a bordo, di disfarsi di persone ridotte allo stato di “risorse”, di sostituzione etnica e invasioni. Significherebbe ammettere che quelle parole, in qualche modo, hanno contribuito a creare un clima. E che quel clima ha lasciato tracce ben oltre i confini del dibattito politico.

Ma l’assenza del governo a Taranto non ci dice solo questo. Ci dice anche qualcosa sugli italiani e la democrazia.

Ogni caso su cui la politica sceglie di posare la propria attenzione viene selezionato per rafforzare un frame narrativo già impostato. A Modena le vittime diventano messaggi da gestire. Una città ferita non va semplicemente guarita: va trasformata in voti, consenso politico, punti percentuali nei sondaggi. I teorici della comunicazione chiamano questa strategia agenda setting: nessuno ti dice esplicitamente cosa pensare, ma una serie di strategie comunicative indicano dove guardare e a cosa interessarsi. Nel linguaggio politico l’emergenza non descrive mai solo un fatto, ma il modo in cui esso viene visto e restituito al pubblico. Definire un’emergenza dunque, non è mai un fatto neutrale.

“Il miglior strumento di controllo”

Il razzismo ad oggi, è uno dei più efficaci strumenti di controllo dell’opinione pubblica. Chi lo interiorizza si sente sveglio, lucido, emancipato. Non percepisce di stare obbedendo a una narrazione costruita da altri. Percepisce di stare seguendo il proprio istinto, il proprio buon senso, la propria lettura onesta di una realtà scevra da buonismi e ipocrisie.

La bianchezza è il contenitore dentro cui tutto questo prende forma: l’identità che giustifica la paura, che trasforma il pregiudizio in appartenenza, che fa sentire chi odia come se stesse difendendo qualcosa, lavora dentro le viscere di chi ha sempre considerato la propria bianchezza come un fatto dato, naturale, e non politico.

Ma è Theodore W. Allen, nel suo The Invention of the White Race, a spiegarci come la categoria di  “bianco” storicamente, sia stata costruita per dividere i lavoratori europei sfruttati da schiavi e indigeni al fine di impedire che le parti si alleassero contro lo sfruttamento delle élite coloniali. Oggi come ieri, la bianchezza continua a servire il suo scopo originario. Il bracciante italiano povero e il bracciante africano del Foggiano hanno più cose in comune tra loro di quante ne abbiano con chi li sfrutta. Ma finché il primo è convinto che la sua bianchezza lo renda in qualche modo migliore di chi vive una condizione di classe simile alla sua, chi sfrutta e affama entrambi, può dormire sonni tranquilli.

La bianchezza è un’identità che crea un falso senso di eguaglianza tra chi sfrutta e chi è sfruttato. I pifferai della razza sanno come attivare le sue funzioni di alterazione della coscienza. Conoscono le parole d’ordine. Sanno quale tasto premere, quale paura evocare, quale nemico nominare. E quando quelle parole vengono pronunciate dai palchi, dai teleschermi, dai titoli dei giornali, qualcosa scatta. La bianchezza si risveglia. Le persone smettono di essere individui e diventano massa; difendono nemici e pericoli che minacciano la sopravvivenza di un racconto, di un modo di intendersi. Sotto il peso asfissiante del razzismo, la cultura si irrigidisce, perde le sue qualità permeabili assumendo le forme di un corpo contundente concepito per ferire, scacciare e uccidere.

Come la nave di Teseo

Una società ossessionata dall’invasione degli immigrati, convinta che la propria identità sia sotto attacco, è una società disposta a tutto pur di sentirsi al sicuro. Si accetta che i migranti vengano detenuti senza processo nei CPR perché “sono stranieri”. Si votano leggi che criminalizzano il soccorso in mare perché “bisogna fermare i trafficanti“. Si tollerano norme che riducono le tutele per chi chiede asilo perché “ci sono troppi immigrati“.

Nessuna di queste misure, presa singolarmente, sembra annunciare la fine della democrazia. Ma insieme, costruiscono un sistema in cui chi governa ha sempre meno freni e chi dissente, sempre meno strumenti per opporsi.

Il filo che tiene insieme tutto questo è sempre lo stesso: la paura dello straniero, del corpo razzializzato, della sostituzione, della perdita di status. La democrazia non crolla mai da un giorno all’altro. Si smonta, come la nave di Teseo, una tavola alla volta, una legge alla volta, un’emergenza alla volta. Finché non sai più se quello che hai davanti è ancora un sistema democratico o qualcosa che ne indossa soltanto le vesti.

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