I risultati delle elezioni amministrative del 23 e del 24 maggio scorso hanno indicato un dato interessante: in tutte le liste, di destra e di sinistra, i cosiddetti candidati della società civile prendono molti voti. Non sono un supporto, ma un catalizzatore.
A Venezia questo dato è stato significativo, insieme al fatto che l’esito del voto ha premiato il centrodestra e punito il campo largo, anche se entrambi hanno conseguito quel risultato con un’affluenza al voto inferiore al dato nazionale (60%).
A Venezia la destra vince con un’affluenza del 57% nelle aree ex industriali, ovvero in terraferma; la sinistra vince a Venezia città con un’affluenza del 53%.
La vittoria della destra dipende dai candidati di nazionalità bengalese presenti nelle liste del campo largo? L’hanno detto in molti. Attribuire la sconfitta del campo largo alla presenza di candidati bengalesi è già, di per sé, un atto di voto identitario: significa che per una parte dell’elettorato l’appartenenza etnica di chi ti rappresenta conta più del programma.
Quel voto non è solo un dato sociologico. È un segnale su come le persone costruiscono oggi la propria appartenenza politica. Per capirlo, bisogna ragionare su cosa significa votare per identità.
Cosa intendo per identità? Intendo due percorsi complementari che credo importante non separare.
Il primo lo ha sintetizzato anni fa lo storico Adriano Prosperi in un testo dal titolo Identità, nel quale scrive che il nostro è un tempo in cui “le merci e gli oggetti si mondializzano mentre gli esseri umani si tribalizzano”.
Un tratto che si fonda su due variabili: da una parte non fare i conti con il mutamento che appartiene alla storia e che riguarda, ancor di più, il nostro tempo; dall’altra la forza della distinzione come barriera da innalzare tra un gruppo umano e l’altro. Questo tratto potremmo dire è più connotato a destra che non a sinistra.
Servirebbe una lunga riflessione sul fatto che il welfare originariamente era un assetto protettivo che le classi basse non andavano a cercare dallo Stato. Se lo davano da sé. Non si aspettavano che glielo garantisse “il padrone” o la propria appartenenza etnica. Quando lo Stato ha smesso di garantire quella protezione, il vuoto non è rimasto tale. La destra ha offerto un’alternativa: non più “siamo lavoratori”, ma “siamo italiani”. È lì che si è consumata la sconfitta culturale della sinistra. La destra ha acquisito da tempo in Italia segmenti rilevanti di mondo del lavoro: non solo quello autonomo, ma anche quello dipendente, non solo nel nord periferico o nelle valli o nelle campagne (del Veneto, del Piemonte profondo) ma nelle realtà industriali.
Mondi del lavoro spesso con una tessera sindacale in tasca che non è riconoscibile a destra. È successo a Terni, da molto tempo. Non è un caso isolato. È successo a Sesto S. Giovanni. Continuare a pensare che quell’esito riguardi le periferie del nord industriale è un modo per «scantonare». Significa che il percorso per uscirne non è dietro l’angolo.
Ora considero il secondo percorso. Lo riprendo dal Tony Judt.
Sostiene Judt ne Lo chalet della memoria, che nel XXI secolo aumentano i test di ammissione, si moltiplicano le barriere da superare per essere inclusi. E conclude: “In questo mirabile nuovo secolo sentiremo la mancanza dei tolleranti, dei marginali: le persone sull’orlo”.
I candidati di società civile che hanno avuto consenso, sono sull’orlo? Il consenso ottenuto deriva da questo tratto?
Ne dubito. Hanno delle competenze, che sono una forza per la politica. Ma quel consenso ricevuto non è la risposta degli esclusi per contare di più: è la scelta che occorrono competenze magari a lungo marginalizzate. Il loro consenso non è la rivincita degli esclusi. Forse, più realisticamente, è la richiesta di un rinnovamento. orientato alla costruzione di un’agenda di priorità.
Credere di risolvere tutto votando delle competenze, per realizzare poi il miracolo (ancora meglio: «il sogno») allude ancora una volta a una gerarchizzazione dei saperi che è anche, gerarchia tra persone.
La parola gerarchia – che piaccia o meno – include una piramide in cui chi sta sotto, resta sotto. Non significa razza, ma significa ordine non variabile.
Anche per questo la risposta è costruire una diversa egemonia culturale. La tribalizzazione descritta da Prosperi e le barriere all’inclusione di Judt raccontano la stessa cosa da angolature diverse. In un sistema che esclude invece di integrare, la risposta non può essere tecnica – votare le competenze giuste. Deve essere politica: costruire una diversa egemonia culturale.
