Vite di scarto
Il 16 maggio scorso una bambina di appena un mese è stata trovata morta dopo l’attracco a Lampedusa dell’imbarcazione con la quale, insieme a oltre 50 persone, aveva tentato di attraversare il Mediterraneo.
La causa del decesso è il freddo patito per le troppe ore trascorse in mare, che resta, per intenderci, il più monitorato del mondo. In realtà è morta per il processo di selezione razzista, giocato sulla pelle dei profughi in arrivo in Europa, trasformati in vite di scarto (Zygmunt Bauman) o nuda vita (Giorgio Agamben), cioè vita inclusa nell’ordinamento giuridico solo nella forma della sua esclusione e “uccidibilità”.
Dalla parte opposta vi è il potere sovrano, la monarchia non dichiarata, che trasforma il profugo che non muore nel superstite pre-formato alla subordinazione, alla ghettizzazione e allo sfruttamento a cui è destinato nel continente più ricco del mondo. Quella bambina mette in luce la crisi della democrazia e la sua dimensione “necropolitica” (Achille Mbembe).
Il 9 maggio a Taranto, Bakari Sako, bracciante maliano di 35 anni, regolarmente soggiornante, è stato ucciso da un gruppo di giovani, alcuni minorenni, mentre si dirigeva in bicicletta verso le campagne per lavorare. Non è stata un’aggressione senza motivo, ma l’atto di un sistema sociale razzista che ha gerarchizzato, emarginato e reso indifeso il rifugiato, facile bersaglio di una violenza che già in partenza ne prevedeva la morte.
Un video ha registrato gli ultimi minuti di vita di Bakari e il suo tentativo di rifugiarsi in un bar per tentare di salvarsi, da cui sarebbe stato cacciato per riprecipitare nelle mani dei suoi giovani assassini, per essere ucciso a pugni e con varie coltellate inferte all’addome e al torace. Nessun esponente del governo ha pensato di dire una parola.
Un dramma, quello di Bakari, che richiama la strage di Macerata del 2018, quando Luca Traini, ex candidato della Lega Nord alle elezioni comunali di Corridonia, ha sparato e ferito sei giovani africani, urlando Viva l’Italia e facendo il saluto romano. O la caccia all’indiano che fino ad alcuni anni fa caratterizzava i pomeriggi di giovani italiani che inseguivano i braccianti indiani dell’Agro Pontino il giorno in cui venivano pagati in contanti dai loro padroni italiani per speronarli e derubarli del salario che avevano in tasca. O ancora l’omicidio di Soumaila Sacko avvenuto il 2 giugno del 2018 in Calabria a colpi di fucile, nei pressi di una fabbrica abbandonata in cui il ventinovenne si era recato con due suoi compagni per recuperare delle lamiere con le quali coprire le misere dimore nella baraccopoli di San Ferdinando, vicino Rosarno, dove vivono centinaia di lavoratori agricoli in gran parte africani. Eravamo all’inizio del primo governo Conte, con il ministro dell’interno Salvini che per fermare “l’invasione dei clandestini” affermava che per loro era ormai “finita la pacchia”. Per questa dichiarazione l’attuale Ministro dei Trasporti non ha mai chiesto scusa.
Lo stesso giorno in cui è morto Bakari, altri tre lavoratori di origine straniera hanno perduto la vita sul luogo di lavoro. Erano Abdelghani Gari, El Arbi Saifi e Yassin Mazi, originari del Marocco, morti annegati a Sant’Anna di Chioggia, in provincia di Rovigo, dopo essersi schiantati in un canale con il furgone su cui viaggiavano.
Ancora, martedì 12 maggio, in Puglia, esattamente a Poggio Imperiale nel Foggiano, è morto un bracciante romeno in seguito a un incendio divampato all’interno della roulotte in cui si trovava e che usava come appoggio temporaneo. Morti tra le fiamme anche Bakary Secka e Samara Saho, nel ghetto di Borgo Mezzanone, Ivan Miecoganuchev nel Ghetto dei Bulgari, Mamadou Konate e Nouhou Doumbia nel Gran Ghetto tra Rignano Garganico e San Severo. E poi Moussa Ba, Suruwa Jaiteh e Sylla Noumo a San Ferdinando.
Infine, il drammatico omicidio avvenuto in una piazzola di sosta nei pressi del comune di Amendolara, nel cosentino, il 1° giugno scorso, di quattro braccianti, tra afgani e un pachistano, arsi vivi all’interno di un furgone dai loro connazionali perché chiedevano un contratto di lavoro e migliori retribuzioni.
Il 2 giugno, tutte le nostre istituzioni hanno pensato di non citare quanto accaduto, come se non riguardasse la nostra Repubblica.
Siamo ancora razzisti
Il razzismo non è un incidente della società, il residuo irrequieto di un passato non completamente superato o il singolo episodio, sia pure drammatico, di una persona o di un gruppo di persone che agisce in modo violento contro qualcuno.
È invece, come afferma Touraine, una malattia sociale della modernità che non accetta la differenza e la trasforma in disuguaglianza, costruendo rapporti sociali e linguaggi che organizzano, praticano e giustificano l’oppressione, la subordinazione e lo sfruttamento.
La strategia utilizzata per questa trasformazione è, in genere, la naturalizzazione e l’istituzionalizzazione di gerarchie sociali fondate sull’inferiorizzazione degli altri, cioè dei non appartenenti al proprio gruppo sociale di riferimento.
In fondo, è rassicurante considerare i migranti naturalmente o culturalmente vocati a svolgere lavori manuali, che sia raccogliere le fragole o i meloni italiani, perché geneticamente portati alla fatica, contrariamente agli italiani che invece si stancano perché naturalmente destinati a svolgere lavori di concetto.
In Italia, la decantata mobilità sociale si arresta davanti alla distinzione tra lavoro manuale e intellettuale: il primo è tipico di un mercato del lavoro organizzato in senso razzista o etnico, il secondo invece destinato ai figli della media e alta borghesia bianca italiana.
Oppure dinanzi alla logica della cittadinanza italiana che esclude dai diritti politici coloro che vengono definiti minoranze etniche anche quando hanno trascorso gran parte della loro vita nel nostro Paese. È questa la linea del colore più rappresentativa dello stato di segregazione razzista voluta dalle classi dirigenti italiane.
Quella stessa classe dirigente che trasversalmente conserva la legge 189/02, detta Bossi-Fini, artefice della segregazione razzista all’italiana.
Siamo ancora razzisti, dunque, perché diseguali e diversi. Diseguali perché inquadrati in gerarchie sociali funzionali al dominio e allo sfruttamento, e diversi perché separati da frontiere militari e normative che selezionano tra chi diventa un sopravvissuto e chi da innocente, invece, muore senza lasciare traccia. Stiamo riproponendo, dunque, la categoria razzista del sub-umano e l’istituzione totale del ghetto in cui risiedono coloro che possono solo obbedire, tacere e morire, espressione dello sterminio dell’Occidente in Occidente di cui le istituzioni hanno deciso di non parlare.
