Il 29 maggio scorso è morto Edgar Morin. Aveva 103 anni e una rara ostinazione: continuare a credere che misurarsi con la complessità fosse ancora possibile. In un tempo che premia semplificazioni, appartenenze rigide e risposte immediate, il suo invito appare sorprendentemente attuale. È da questa eredità che nasce lo sguardo di questa rubrica, dedicata ai temi della pluralità, delle discriminazioni e all’analisi delle condizioni che possano rendere un futuro di coesione più abitabile per tutti.
Per decenni Morin ha richiamato l’attenzione sulla necessità di un pensiero capace di tenere insieme ciò che siamo abituati a separare: le biografie e le strutture, gli individui e i sistemi, le emozioni e la politica, il locale e il globale. L’impegno ad affrontare temi complessi, nella sua riflessione non rappresentava un esercizio intellettuale, ma una forma di responsabilità verso il reale.
Forse è anche per questo che continuo a tornare su una parola che mi accompagna da tempo: complessi.
Una domanda diversa
Per molti anni mi sono sentita rivolgere questa parola quando provavo a nominare forme di discriminazione sottili, difficili da dimostrare ma dolorose da attraversare. La risposta arrivava quasi sempre nella stessa forma: stai esagerando, te la immagini, sei complessata. A distanza di tempo, posso riconoscere in quelle reazioni una forma di manipolazione. Non servivano a discutere ciò che stavo osservando, ma a mettere in dubbio la legittimità stessa del mio sguardo ibrido. Ciò che apparteneva alla sfera delle relazioni sociali e delle infrastrutture culturali veniva ricondotto a una sensibilità individuale.
Eppure, quella parola ha continuato a sembrarmi meritevole di approfondimento, perché mi ha suggerito una domanda diversa: è possibile che le società sviluppino dei complessi?
Influenze e ordine
In psicologia, un complesso modifica il rapporto con la realtà. Amplifica paure, altera proporzioni, orienta interpretazioni e comportamenti. Non coincide con la persona, ma finisce per influenzarne il modo di abitare il mondo. Qualcosa di simile mi sembra stia accadendo anche sul piano collettivo: ogni epoca produce le proprie ossessioni e organizza attorno ad esse il racconto di sé. La nostra appare afflitta da un diffuso complesso di persecuzione, spesso indotto, e particolarmente attratta dalle spiegazioni immediate, cui seguono responsabili facilmente identificabili. Chi è afflitto da complessi purtroppo cerca letture semplici, rassicuranti. Più individua una causa univoca, più offre l’impressione di riportare ordine dentro trasformazioni che appaiono difficili da governare.
Educare alla comprensione
Le società che finiscono per leggere sé stesse attraverso queste semplificazioni raramente riescono a comprendere ciò che le attraversa. Tendono piuttosto a costruire narrazioni consolatorie, a proiettare altrove le proprie inquietudini e a trasformare temi complessi in questioni di identità rigide o di un ristretto concetto di sicurezza legato al solo controllo dei corpi.
La discriminazione trova spesso terreno fertile proprio in questo passaggio, facendo germogliare risposte riduttive a cambiamenti che faticano a essere compresi nella loro interezza. Una scorciatoia interpretativa che promette chiarezza ma che produce, nel tempo, nuove forme di cecità.
Tra i saperi che Morin riteneva indispensabili per affrontare il futuro, uno mi sembra oggi particolarmente urgente: educare alla comprensione. Una comprensione che non coincide con l’accordo né con la semplice tolleranza, ma con la capacità di riconoscere l’altro nella sua esperienza e di sottrarsi alla tentazione di ridurre persone e gruppi a categorie astratte. E in questo modo, riconoscere anche se stessi.
Coltivare la consapevolezza
Le società che costruiscono continuamente capri espiatori finiscono spesso per deresponsabilizzarsi e farsi male da sole. Se avessimo a cuore la nostra memoria storica, questa sarebbe una nozione ormai acquisita. Dovremmo ricordare come il cavalcare e alimentare le minacce percepite o reali, produca unicamente il risultato di restringere lo spazio democratico, normalizzando l’esclusione e trasformando la paura in un criterio ordinario di interpretazione del presente. Dovremmo coltivare la consapevolezza che la discriminazione non colpisce soltanto chi ne è bersaglio: nel lungo periodo impoverisce l’intera comunità che la produce, perché ne riduce la capacità di proteggersi, evolvere e comprendere sé stessa.
E allora, un augurio per la nostra Repubblica, che ha appena compiuto 80 anni: essere capace di liberarsi dai propri complessi per poter, finalmente, compiere l’atto radicale di comprendere le complessità che la caratterizzano e attraversano.
«L’intelligenza parcellizzata, divisa per compartimenti, meccanicistica, disgiuntiva, riduzionista, divide il complesso del mondo in frammenti separati, fraziona i problemi, separa ciò che è collegato, unidimensionalizza ciò che è multidimensionale. È una intelligenza miope e insieme presbite, daltonica e cieca da un occhio; finisce più spesso per essere cieca. Incapace di immaginare il contesto e il complesso planetario, l’intelligenza cieca rende incoscienti e irresponsabili.»
Edgar Morin, Verso l’abisso (Vers l’abîme, 2007)
