L’odio non nasce dal nulla
L’odio online non cresce nel vuoto, questo è chiaro a chi lavora sulla Mappa dell’Intolleranza: un progetto giunto alla sua nona edizione, curato da Human Hall – hub per la tutela dei diritti umani dell’Università degli Studi di Milano -, e prodotto insieme a Vox Diritti.
Le analisi recenti confermano che l’odio online cresce quando trova un contesto che lo legittima, un linguaggio che lo normalizza, un silenzio che lo tollera.
Nell’edizione di quest’anno della Mappa dell’Intolleranza sono stati analizzati oltre due milioni di contenuti su X nel 2025 ed è emerso che il 56% è classificabile come negativo. La xenofobia è tra le categorie più rappresentate, con un dato che restituisce qualcosa di preciso: non stiamo assistendo a un’esplosione improvvisa di intolleranza, ma alla progressiva emersione di un’intolleranza strutturale che esisteva già, e che ora trova più coraggio nel mostrarsi.
La morte di Bakari Sako a Taranto, le ronde nelle città, le aggressioni documentate nei mesi recenti non sono episodi isolati. Sono il prodotto visibile di un processo più lungo, che ha radici nel linguaggio e nella politica prima ancora che nella cronaca.
Il paradosso della tolleranza
Si chiedeva Karl Popper se fosse giusto tollerare gli intolleranti in democrazia, profetizzando che l’eccesso di tolleranza avrebbe fatto prevalere gli intolleranti sui tolleranti. Il rischio, secondo Popper, è che una democrazia troppo tollerante non abbia strumenti contro l’intolleranza.
Da giurista e costituzionalista, è questa la riflessione da cui partirei e non ragionerei solo sulla violenza in sé, ma sulla cornice in cui avviene.
La Costituzione come argine all’odio
La Costituzione italiana è fondata sul principio di eguaglianza (art. 3), che vieta ogni discriminazione in base alla “razza”: un termine scelto consapevolmente dai nostri Costituenti, per smentire le teorie razziste che avevano legittimato persecuzioni e leggi discriminatorie del fascismo. Come ricordava Aldo Moro, il riferimento alla razza serviva a “reagire a quanto è avvenuto nei regimi nazifascisti, per negare nettamente ogni diseguaglianza che si leghi in qualche modo alla razza ed alle funeste teoriche fabbricate al riguardo”. L’art. 3 della Costituzione letto congiuntamente all’art. 2 – che riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona – rappresenta ancora oggi il principale argine contro il discorso d’odio e il razzismo.
La libertà di espressione di cui all’art. 21, pietra miliare della nostra democrazia, trova allora un limite in altri principi costituzionali: la Costituzione non può legittimare alcun discorso lesivo dei principi di uguaglianza e solidarietà: essa “non odia”. La giurisprudenza costituzionale è del resto chiarissima nel tracciare un punto di equilibrio nel difficile bilanciamento fra libertà di espressione, da un lato, e principio di eguaglianza e di non discriminazione, dall’altro.
La ragione di questo limite risiede d’altra parte nella natura stessa del linguaggio, che non è mai neutro: non si limita a descrivere la realtà, la modifica. Gli atti linguistici producono effetti su chi ascolta, orientano comportamenti, costruiscono percezioni del mondo. Quando si utilizza sistematicamente il linguaggio della sostituzione, della minaccia etnica, della gerarchia tra cittadini, non si sta semplicemente “esprimendo un’opinione”: si costruisce un sistema di senso che autorizza chi ascolta ad agire di conseguenza.
Le parole costruiscono la realtà
I dati della Mappa lo confermano: i picchi dell’odio online non sono casuali, ma coincidono spesso con campagne politiche, dichiarazioni di esponenti di governo o episodi di cronaca riletti in chiave etnica.
Seppure parziale, una risposta a questi fenomeni si rinviene in alcune importanti previsioni normative, come quelle introdotte dalla cosiddetta legge Mancino e oggi confluite nell’art. 604-bis c.p., che punisce la propaganda fondata su idee di superiorità o odio razziale o etnico e l’istigazione alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
Tuttavia, in un ordinamento costituzionale il contrasto all’odio non può essere affidato esclusivamente allo strumento penale che, anzi, dovrebbe sempre rappresentare l’extrema ratio.
Una pedagogia democratica della parola
Quindi quali sono gli strumenti necessari per contenere e, possibilmente, contrastare la diffusione dell’odio razziale e del linguaggio discriminatorio?
La ricerca ci ha insegnato che l’odio si combatte su tre fronti: le norme, la cultura e i dati. Human Hall opera a tutti e tre i livelli. Affinché tale azione sia efficace, però, è indispensabile che anche le istituzioni facciano la propria parte e smettano di considerare l’indifferenza una forma di neutralità.
Occorre investire nella qualità del dialogo democratico e, per usare le parole di Gustavo Zagrebelsky, promuovere una vera e propria “pedagogia democratica”, fondata sulla “cura delle parole”. Poiché la democrazia è una forma di convivenza basata sul dialogo, il linguaggio diviene un elemento essenziale della sua tenuta e della sua capacità di includere, anziché escludere.
