Ius carnis: riconoscere i corpi che abitano le comunità


Articolo tratto dal N. 88 di Immagine copertina della newsletter

Esiste una soglia che separa il disagio diffuso dalla coscienza politica dei fenomeni: nominarli e renderli visibili. Occorre quindi affermare, senza sconti, che in Italia è in atto una crescente legittimazione del razzismo, un suo sdoganamento politico e istituzionale e che allargando lo sguardo all’Europa e agli Stati Uniti è evidente il germogliare dei semi del suprematismo e dell’etnonazionalismo.

Prima ne assumiamo coscienza, prima potremo vedere la profondità delle radici di questo male che si manifesta sempre più chiaramente e avvelena la nostra società, italiana ed europea, incapace di rispondere al cambio d’epoca che l’attraversa: un nuovo ordine mondiale, la crisi demografica, il fallimento del modello economico incapace di garantire una vita dignitosa alla maggioranza delle persone. Vista la portata della sfida politica, la tentazione di trovare una scorciatoia e creare un nemico pubblico sul quale capitalizzare consenso elettorale è troppa e le destre, sempre più radicali, hanno deciso di prendere questa direzione.

L’immigrato o suo discendente è oggi il capro espiatorio della crisi sistemica e dell’incapacità del potere politico di costruire risposte strategiche nell’interesse dei suoi cittadini e cittadine, mentre i giovani emigrano e il potere e la ricchezza si concentrano nelle mani di pochi. E proprio da qui occorre partire, a pochi giorni dall’ottantesimo anniversario della Repubblica: il senso del Patto di cittadinanza. T.H. Marshall, sociologo, distingue tre dimensioni di cittadinanza: civile, relativa ai diritti di libertà individuale; politica, legata alla partecipazione democratica; e sociale, che riguarda il benessere economico e culturale garantito a tutti. Quando queste dimensioni si frantumano, la leva razziale si esaspera e attecchisce.

Le istanze ignorate delle seconde generazioni

La crescita del razzismo sistemico rende evidente quale sia il nuovo patto sociale a cui tende la destra globale: l’immigrazione come serbatoio di manodopera e schiavismo e lo status di cittadino legato ad una presunta ed esclusiva appartenenza etnica. Non deve stupire quindi la continua messa in discussione dell’italianità e della cittadinanza di chi ha background migratorio, né la rapidità con cui prende piede la retorica della “remigrazione” e della società della bianchezza e dell’immigrato-alieno. E il punto nel quale siamo è quello che Gramsci definiva “chiaroscuro”: “ll vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Ciò che più preoccupa è che l’Italia arriva a questo chiaroscuro con un ritardo sulla questione migratoria di oltre 30 anni, prigioniera di un eterno presente e ignorando le mutazioni avvenute nel frattempo nella società italiana.

Le istanze che provengono dalle cosiddette “seconde generazioni”, sulla riforma della cittadinanza sono ignorate da 25 anni, lasciando inevase, non solo la modifica della legge 91/92, ma le domande fondanti sul concetto di italianità, sul pluralismo culturale, ignorando i figli dell’immigrazione degli anni 80, che ancora oggi, ormai quarantenni, vengono misurati e scrutati per accertarne il grado di appartenenza. L’antropologo algerino Sayed aveva definito così il cortocircuito che molti Paesi di immigrazione hanno sperimentato: “la nascita della seconda generazione sconvolge i taciti meccanismi di (precaria) accettazione dell’immigrazione, basati sul presupposto della sua provvisorietà”. Da questa definizione si comprende il clamoroso ritardo e la rapidità con cui si sta assimilando il concetto violento di deportazione: la soluzione “tecnica” per rendere esplicito che l’unica immigrazione tollerabile è quella provvisoria e precaria, funzionale alla contingenza economica.

Ripartire dai corpi e dalle comunità

“La seconda degenerazione”, “revocare la cittadinanza”, “l’integrazione è un fallimento”. Questi sono solo alcuni dei titoli delle prime pagine apparse all’indomani dei tragici fatti di Modena, normalizzando una narrazione basata sulla colpa collettiva, che seleziona chi commette reati in base all’origine e rende invisibile chi la violenza la subisce. Siamo davanti a una regressione che sta creando segregazioneviolenza e fratture sociali profonde. È ora di superare le tante declinazioni di ius (scholae, culturae, soli) consumatesi in un dibattito politico stantio, ripartendo da quello che chiamo “ius carnis“: riconoscere i corpi che abitano le comunità, le carni di chi qui cresce, gioca, studia, lavora e su cui si incidono parole di rifiuto e criminalizzazione.

Il prossimo anno sarà la Costituzione a compiere 80 anni ed è lì che trovo un orizzonte di speranza: anche noi, seconde generazioni, eravamo previsti in Costituzione, in quel testo fondativo che promuove i valori cardine della convivenza civile, del pluralismo, della libertà e della laicità. Questi sono valori in cui si riconosce l’Italia intera e che Vannacci e la destra, che lo insegue, vogliono manomettere.

Contrastare questa deriva necessita quindi di uno sforzo repubblicano in grado di dare piena attuazione alla Costituzione, costruendo una visione di Paese, unificante, che tenga al centro la giustizia sociale, la legalità e un’idea di società della convivenza che sappia valorizzare le opportunità delle migrazioni, perché come ha detto il Presidente Mattarella il 2 giugno: “Noi italiani abbiamo fornito seconde generazioni e quelle successive a molti paesi d’Europa e delle Americhe. Quindi conosciamo il problema dell’immigrazione, che non è né nuovo né transitorio. Il nostro popolo è il frutto di tanti apporti e il risultato non ci dispiace affatto”.

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