Puoi trovare la Prima parte dell’inchiesta, al seguente link
Sabato scorso, 11 luglio, chiudevamo la prima parte di questa inchiesta annunciando che avremmo raccontato qui cosa succede invece dove i data center funzionano a pieno regime. Proprio quel giorno c’è stata la prima manifestazione pubblica contro i data center in Lombardia, a Lacchiarella, comune di 9 mila abitanti tra Milano e Pavia. In piazza la cittadinanza ma anche i comitati di Magenta, Opera, Linate e di altri comuni della regione. Il progetto ha già ottenuto un primo via dal Ministero dell’ambiente e della Sicurezza energetica ed è oggetto di riesame grazie alle pressioni del comitato locale. Il proponente è Apto, operatore che vuole costruire su un terreno agricolo di 228 mila metri quadrati (qui i campi da calcio sono 30). L’area individuata è ancora una volta greenfield. L’investimento complessivo, da parte del fondo Pimco, prevede 3,5 miliardi di euro.
Anche in questo caso, principale contestazione delle manifestanti e dei manifestanti è l’opacità del processo decisionale che porta queste opere a installarsi sui territori. Ma non mancano le criticità tecniche, che hanno portato l’Istituto superiore di sanità a esprimere perplessità sull’opera, chiedendo che venga classificata all’interno della Direttiva Seveso (rischio di incidenti rilevanti) a causa dei massicci volumi di gasolio stoccati nei serbatoi dei 160 generatori di emergenza che potrebbero generare una quantità di gas serra pari al 10% di quella di tutta la Lombardia. I soli sistemi di backup superano i 150 megawatt termico di potenza termica alimentata a idrocarburi: è una vera e propria centrale termoelettrica d’emergenza, a ridosso delle aree abitate.
Secondo l’Istituto superiore di sanità, lo studio sulla qualità dell’aria presentato non è conforme perché tiene conto del singolo progetto e non della situazione complessiva della pianura padana, già sottoposta a notevole stress ambientale. La stessa cosa dovrebbe avvenire, e non avviene, nel calcolo delle emissioni. Queste considerazioni, che valgono per molti dei progetti proposti per il territorio lombardo, unite al rischio documentato di un innalzamento delle temperature dell’area circostante fino a 5 gradi e di isola di calore permanente, mettono al centro della pubblica attenzione un’area che fino a qualche settimana fa non ha raccolto l’attenzione dovuta.
La “Silicon Valley” del pavese si sveglia
In Lombardia anche la cittadinanza sta percependo il peso di una costellazione tanto ricca di strutture. Anche se non ci sono ancora le grandi mobilitazioni che vediamo nel resto d’Europa e del mondo, qualcosa si muove, come abbiamo visto per le proteste di Lacchiarella. A volte a partire dagli amministratori locali, altre malgrado questi ultimi. Il triangolo tra Lacchiarella, Siziano e Zibido San Giacomo, a ridosso della provincia di Pavia, con i suoi 700 mila metri quadrati occupati, è stato ribattezzato dai comitati locali “Silicon Valley d’Italia”. Questi denunciano una concentrazione ormai soffocante. Da un lato ci sono i 120 ettari di suolo agricolo consumati dai nuovi progetti, dall’altro gli impatti sulla vita quotidiana: il rumore costante dei ventilatori, attivi 24 ore su 24 per raffreddare i server; l’effetto isola di calore, che può alzare la temperatura locale fino a 3-5 gradi. Solo per supportare il carico energetico richiesto, la stazione Terna Lacchiarella Ovest dovrà occupare 10 ettari di suolo.
L’area metropolitana di Milano però comincia a esser piuttosto satura: è già avviata l’espansione verso le province di Pavia e di Lodi. E con questa stanno nascendo diversi fronti di attivazione, visto che la maggior parte dei progetti è stata approvata dalle giunte comunali senza che chi vive in quelle aree ne avesse idea. Come accaduto a Certosa di Pavia: “Lo abbiamo scoperto per caso a febbraio” – racconta Chiara Brocchetta, portavoce del Comitato – “e ci siamo attivati subito. Ci accusano di essere NIMBY [Not In My Back Yard, “non nel mio giardino”: etichetta spesso usata per sminuire le proteste locali bollandole come egoistiche] perché nessun’altra città nei dintorni si è lamentata. Ma gli altri lo hanno scoperto solo quando era troppo tardi, e molti altri gruppi di città circostanti ci stanno contattando per organizzarsi e fare rete con noi”.
A Bornasco, sempre nel pavese, un piccolo comune di 2.600 anime teme l’impatto di un data center Microsoft da 165.000 metri quadrati già approvato, mentre un secondo progetto su terreni ancora verdi è già sulla rampa di lancio. Anche ad Arcene, nella bassa bergamasca, la cittadinanza si è scontrata con l’entusiasmo del sindaco Roberto Ravanelli, deciso a favorire l’installazione di un impianto su un’area agricola. A pesare nella scelta, la prospettiva che il comune incassi 4 milioni di euro di oneri urbanistici e una rendita costante grazie all’Imu. In tempi di crisi degli enti locali e casse costantemente vuote, spesso l’ospitalità per queste infrastrutture massicce è scambiata con oneri necessari a sanare i bilanci locali.
“Cattedrali nel deserto”
La proliferazione disordinata di strutture è alimentata dal fatto che manca una regia comune. L’assenza di una normativa nazionale lascia la gestione di infrastrutture così impattanti alla libera trattativa tra singoli comuni e grandi investitori e all’arbitrio delle amministrazioni locali, senza nessun vincolo (ambientale, paesaggistico, urbanistico) stabilito a livello centrale. Per tentare di porre un argine al fenomeno, la Regione ha approvato la Legge regionale n. 11 del 3 giugno 2026 (nata dai progetti Pdl 150 e 123), che qualifica i data center sopra i 5 megawatt come insediamenti produttivi. La norma prevede come prioritaria la scelta di insediamenti in aree industriali dismesse (brownfield), ma non la impone come obbligo. Si limita invece a prevedere una penalizzazione economica per chi sceglie di edificare su suolo agricolo. “Siamo di fronte a una brutta legge, scritta dalle associazioni di categoria”, denuncia Rosati, sottolineando come per colossi da miliardi di dollari come Amazon o Microsoft, pagare oneri maggiorati sia un costo irrilevante.
Rivendica invece il testo la maggioranza. L’assessore agli enti locali, montagna, risorse energetiche e utilizzo risorsa idrica Massimo Sertori la presenta come un modo per colmare un vuoto con “regole certe, procedure omogenee e un quadro di riferimento stabile per gli investimenti, soprattutto in termini di tempistiche e step procedurali certi e affidabili”. Secondo l’assessore la nuova norma “affronta con serietà le principali criticità del settore. Tra queste il consumo energetico e l’impatto sulle reti rappresentano questioni centrali”. L’assessore all’ambiente e al clima Giorgio Maione parla di “risultato fondamentale, che conferma il nostro impegno per un’innovazione realmente sostenibile”. “Con questo provvedimento – ha dichiarato – la Lombardia si dota di standard all’avanguardia”.
In sede di discussione, la maggioranza regionale ha bocciato la proposta di imporre agli operatori fideiussioni bancarie per le future dismissioni. Il rischio, spiega il consigliere, è che tra vent’anni, una volta esaurita la corsa all’IA, la Lombardia si ritrovi costellata di “cattedrali nel deserto” digitali che nessuno avrà l’interesse, o i fondi, per abbattere. L’edificio di un data center, infatti, va concepito come una macchina.
C’è l’hardware interno (cioè, i server e le GPU Graphics Processing Unit, Unità di Elaborazione Grafica, i processori di calcolo specializzati che fanno da cervello alla struttura), che viene sostituito ogni 3-5 anni, e poi c’è l’infrastruttura di supporto, cioè i sistemi di raffreddamento e quelli di distribuzione elettrica, che hanno una vita media tra i 15 e i 25 anni. Superata questa soglia, i costi per aggiornarli sono superiori a quelli per costruirne di nuovi. I data center di nuova generazione, inoltre, hanno densità di calcolo e conseguente consumo energetico decisamente maggiori e richiedono sistemi di raffreddamento ad acqua: sono quindi incompatibili con edifici nati per il raffreddamento ad aria, come quelli che ospitano i data center di vecchia generazione.
Il timore di Rosati ha poi una ragione contestuale: le grandi multinazionali tech tendono a spostarsi dove l’energia costa meno. Raggiunta la saturazione della rete elettrica lombarda, i nuovi investimenti potrebbero migrare altrove. Senza l’obbligo di fideiussioni bancarie, quindi, il rischio è che una volta terminata l’utilità economica del sito, le società preferiscano abbandonare l’involucro di cemento piuttosto che sostenere gli ingenti costi di bonifica e demolizione.
Le fideiussioni potevano essere un’assicurazione contro questi rischi. “Di fronte alla nostra richiesta” – racconta Rosati – “la risposta è stata che un data center è considerato insediamento produttivo. Visto che non chiediamo fideiussioni a chi costruisce un’industria, non si capisce perché si debbano chiedere per chi allestisce un data center”.
Da un punto di vista tecnico e normativo, infatti, l’Italia non possiede ancora una disciplina specifica per i data center. In assenza di una legge quadro nazionale, queste infrastrutture vengono catalogate sotto la generica etichetta di “insediamenti produttivi”. Equiparati a capannoni industriali o fabbriche, i data center possono insediarsi in qualunque area classificata come “produttiva” nei Piani di Governo del Territorio (PGT) dei comuni. Come denuncia Onorio Rosati, questo permette alle multinazionali di “inghiottire” aree libere o agricole semplicemente perché già zonizzate come industriali, anche se di fatto sono campi coltivati, come potrebbe accadere in Puglia.
Tempi rapidi, tutele ridotte?
L’articolo 8 del DL 21/2026 (Decreto Energia) introduce un procedimento unico di autorizzazione che sostituisce tutti i permessi, inclusi i pareri ambientali (VIA e AIA), urbanistici, paesaggistici e i nulla osta per l’utilizzo delle acque e le emissioni in atmosfera, fissando tempi certi: 10 mesi al massimo per l’approvazione dei progetti ordinari. Per i progetti di data center, i tempi per le procedure di Valutazione di impatto ambientale sono dimezzati rispetto ai termini ordinari previsti dal Codice dell’ambiente.
Per quelli dichiarati di interesse strategico nazionale, i tempi si accorciano ulteriormente, con le pratiche affidate a un commissario straordinario di Governo nominato con decreto del presidente del Consiglio d’intesa con la Regione interessata che garantisca l’attuazione tempestiva degli investimenti, solitamente di valore superiore a un miliardo di euro.
Se la norma ha ricevuto parere favorevole dalle associazioni di categoria, che chiedevano certezze sui tempi autorizzativi come condizione minima per attrarre investimenti esteri, diversa invece è stata la reazione delle associazioni ambientaliste e di diversi amministratori locali, che hanno sollevato il rischio che la semplificazione si traduca in un alleggerimento delle tutele per i territori coinvolti.
Per dare un’idea della concentrazione presente in Lombardia, basti pensare che le attuali richieste di connessione alla rete elettrica della regione per nuovi progetti sono di 40 gigawatt su un totale nazionale di circa 82 gigawatt per 450 progetti.
Numeri elevatissimi, che hanno sollevato qualche perplessità tra gli addetti ai lavori. Gianluca Ruggieri, presidente di ènostra, una cooperativa energetica che fornisce energie rinnovabili, sottolinea che molte richieste arrivano da intermediari immobiliari interessati a valorizzare terreni attraverso gli allacci elettrici per poi rivenderli a società tech. Terna stima che solo 1,5-2 gigawatt saranno effettivamente realizzati entro il 2030.
L’enorme richiesta energetica rischia di tradursi in un costo sociale immediato per chi vive in quei territori. In un mercato dove il prezzo è dettato dal rapporto tra domanda e offerta, l’arrivo di giganti energivori potrebbe far lievitare le tariffe locali. Rosati avverte: “Quei 40 gigawatt produrranno su questi sistemi territoriali un aumento del costo dell’energia, ma l’aumento non sarà solo limitato agli impianti e ai gestori degli impianti, sarà un aumento del costo dell’energia riguardante quei territori”.
La lezione di Settimo Torinese
Ma esiste un modo non estrattivo per la diffusione di queste strutture che, pure, appaiono ormai indispensabili? Parte della risposta sta nell’economia circolare. Recuperando il calore di scarto dei server, in tutta Italia, si potrebbero scaldare le abitazioni per 800 mila famiglie. Succede già in esperienze come quelle di A2A a Brescia e Avalon 3. Il problema è che si tratta di iniziative arbitrarie, che al momento dipendono dalla volontà dei gestori delle strutture. Nessuno a livello nazionale sta lavorando per normarle.
Lo pensa anche Elena Piastra, sindaca di Settimo Torinese, comune anch’esso interessato dalla pianificazione di circa 700.000 metri quadrati di data center, distribuiti su tre siti brownfield che richiedono complessi e costosi interventi di bonifica. “Noi” – spiega – “abbiamo messo nel piano regolatore l’obbligo di riutilizzo del calore per il teleriscaldamento”.
Senza una regia centrale, la gestione di infrastrutture così impattanti finisce per scaricarsi interamente sui tavoli dei singoli sindaci. “Dobbiamo stabilire standard di compensazione comuni per impedire ai privati di fare shopping di territori scegliendo quelli più deboli o meno normati”.
“Il privato propone tutta una serie di possibili azioni: asfaltare strade, piantare alberi, fare una palestra nella scuola, eccetera…” – racconta la sindaca – “Con questo approccio, però, si rischia di trasformare la discussione su un asset strategico nazionale in un mercanteggio su catrame e palestre”.
Per uscire da questa logica di convenienza estemporanea, Settimo Torinese ha scelto di dotarsi di un proprio “disciplinare” interno: un sistema di regole che aggancia le compensazioni a una strategia ambientale urbana predefinita, come parchi e bici-plan, impedendo che i fondi si disperdano in aiuti di bilancio una tantum.
L’assenza di una norma nazionale porta con sé conseguenze a cascata. Non esiste una normativa ad hoc che riconosca la peculiarità energetica di queste strutture: la gestione delle esternalità negative – come il recupero del calore di scarto, il consumo idrico o l’inquinamento acustico delle ventole – è lasciata alla totale discrezionalità del gestore. “Non sono affatto contraria a prescindere a queste strutture” – continua la sindaca – “il tema è di pianificazione”. Piastra cita un caso emblematico avvenuto nel suo comune, dove un piccolo data center da soli 2 megawatt ha finito per saturare una cabina elettrica condivisa: “L’ultima delle imprese manifatturiere che ha aperto nel territorio, una fabbrica che dà lavoro a 130 dipendenti, non è riuscita a trovare spazio su quella cabina”. Il risultato è stato un blocco della produzione durato anni in attesa di un nuovo impianto dedicato. “L’arrivo di un data center” – precisa Piastra – “può anche essere una buona notizia, se è collocato per esempio in siti da bonificare”.
Alle aziende, però, non conviene investire su terreni che richiedono tanto tempo e tante risorse prima di poter essere operativi. Avere un quadro nazionale a tutela della cittadinanza vorrebbe dire vincoli (e non meri incentivi) per l’utilizzo di aree brownfield, che in Italia potrebbero ospitare fino a 3,5 gigawatt di potenza e risparmiare suolo verde per l’equivalente di 50 mila alberi.
Avere una regia nazionale, inoltre, tutelerebbe dal rischio di speculazione sui territori, dalla diffusione incontrollata di strutture che non si sa se, quando e come verranno utilizzate, dai rischi denunciati tanto da Gianluca Ruggieri quanto da Onorio Rosati. Una norma nazionale servirebbe a tutelare comunità e territori, se concepita ponendo come criteri essenziali la tutela dell’ambiente e la partecipazione della cittadinanza.
Dopo anni con il freno a mano tirato, gli investimenti annunciati nel settore, in Italia, per il biennio 2025-2026, hanno superato i 10 miliardi di euro. Tocca a noi anche perché gli hub storici del Nord Europa, come il cluster FLAPD (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino), sono costretti invece ad arrestare la corsa.
L’ultima prateria senza regole dell’Europa
L’Italia non è diventata una meta privilegiata solo per la sua posizione geografica, ma anche per un preoccupante ritardo normativo rispetto al resto d’Europa. Mentre paesi come Irlanda, Olanda e Francia hanno iniziato a porre limiti ferrei, da noi c’è una prateria senza regole.
Rosati spiega chiaramente questa dinamica: “Sono cambiate le legislazioni all’interno di quei paesi per renderle molto più restrittive, ad esempio sul consumo dell’acqua, e quindi c’è stata come una sorta di migrazione di queste multinazionali verso paesi del bacino mediterraneo che, da questo punto di vista, non hanno una normativa adeguata e non pongono limiti particolari dal punto di vista prescrittivo”.
A complicare la partita è anche la mutata identità degli interlocutori: non si tratta più con gli industriali del secolo scorso, ma con soggetti puramente finanziari. “Noi parliamo con i fondi, non parliamo mai con chi utilizzerà i server” – osserva Elena Piastra.
Questo cambio di paradigma porta con sé una retorica costante da corsa all’oro, dove ogni progetto viene presentato come “il data center più grande d’Italia” e la minaccia velata di “andare nel comune a fianco” viene usata come leva per forzare la mano alle amministrazioni locali. In questo contesto di incertezza normativa, il rischio è che i sindaci, presi dall’“ansia di rimanere indietro”, finiscano per accettare passivamente strutture di cui ignorano le reali ricadute sul lungo periodo.
Di chi sarà l’intelligenza artificiale?
L’assenza di norme è un pezzo della questione. L’altro è relativo a un termine fortemente tornato di moda, ma dalla definizione troppo spesso incerta: sovranità. Di chi sarà l’intelligenza artificiale che crescerà negli stabilimenti lombardi, tanto quanto al sole pugliese?
Se i grandi clienti sono multinazionali, soprattutto statunitensi, in che modo l’operazione che porterà sui territori del nostro paese enormi casermoni può sfuggire alla definizione di speculazione? Cosa riceverà l’Italia in cambio della sua energia, di tutto il cemento che sta arrivando, del consumo idrico, degli impatti su paesaggi ed ecosistemi? Interrogato sul tema, Lorenzo Avello ha espresso il suo punto di vista: “L’IA è una piramide” – osserva – “alla base c’è l’energia, poi l’infrastruttura, i modelli e le applicazioni”.
Sebbene i clienti finali siano i giganti americani, la tesi di Adriatic DC è che avere l’infrastruttura fisica sul territorio sia l’unico modo per garantire una sovranità digitale minima: “Se l’IA italiana gira in Texas, dipendiamo totalmente da loro; averla qui significa controllo fisico dell’asset”. La risposta resta dunque sospesa tra la visione geopolitica di un’Italia protagonista del calcolo e il rischio che si tratti, ancora una volta, di stendere lunghi tappeti per investitori esteri.
