“Senza figli non c’è sviluppo, la frana demografica che soffoca il mondo”, “Europa e inverno demografico, Italia maglia nera”, “Record di culle vuote nell’Italia che invecchia”, “Denatalità, senza interventi Pil in calo di oltre il 18% nel 2050”, “Denatalità shock: 5 milioni di lavoratori in meno al 2040”.
Gelata delle nascite, inverno demografico, invecchiamento della popolazione, questa la narrazione sui principali quotidiani nazionali. È emergenza: per il ricambio generazionale, l’impatto sulla crescita economica, la scomparsa dei giovani dal mercato del lavoro, la sostenibilità del welfare state – specialmente nei due settori, pensioni e sanità, che attraggono 8 euro su 10 della spesa per la protezione sociale – il tutto talvolta accompagnato dal ritornello xenofobo della “sostituzione etnica”.
L’emergenza e i suoi numeri
Tutto vero, anche se non inedito. In Italia le criticità connesse all’inversione della “piramide demografica” sono all’attenzione di esperti, forze politiche e parti sociali fin dagli anni ’90. La novità consiste nel materializzarsi degli effetti della transizione demografica. Nel prossimo quarto di secolo, la quota di over 65 sul totale della popolazione è prevista aumentare dal 25% al 34%, per poi stabilizzarsi, mentre gli over 80 dovrebbero raddoppiare, passando dal 7,8% al 13,7% entro il 2050.
Tra le conseguenze, la Ragioneria Generale dello Stato stima che la spesa pubblica per pensioni, sanità e non autosufficienza (long term care) aumenti di 2,6 punti percentuali di PIL (dal 22,6% al 25,2%). Le previsioni dicono, inoltre, che nei prossimi 10 anni il numero di persone in età da lavoro tra i 15 e i 74 anni subirà una contrazione di circa 3 milioni di individui, per arrivare a una perdita di oltre 8 milioni nel 2050.
In un’audizione parlamentare, il presidente dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche ha rilevato come nel prossimo decennio andranno in pensione circa 6,1 milioni di occupati, che non potranno essere compensati dalle entrate nel mercato del lavoro di coorti giovani, numericamente più ridotte.
A rendere il quadro più preoccupante è il fatto che molte di queste cifre e tendenze in atto sono scritte – oltre che nell’aumento dell’aspettativa di vita – nelle scelte riproduttive compiute negli ultimi tre decenni: insomma, la traiettoria demografica nel breve-medio periodo non è modificabile. L’“inverno demografico” italiano suona come una condanna verso un declino inesorabile. Ma è proprio così?
In effetti, la transizione demografica – pur comune a tutti i paesi a economia avanzata – ha assunto in Italia una velocità e un’intensità tali da costituire una sfida formidabile. Se però inquadriamo la transizione nella cornice di alcuni vizi strutturali di lungo periodo del nostro paese, possiamo definirne la magnitudine in maniera più precisa – specie per quanto concerne l’impatto su mercato del lavoro e sostenibilità del welfare – e mettere a fuoco come le criticità siano più occupazionali – e dunque economiche, istituzionali e di politica pubblica – che meramente demografiche.
Il nodo dell’occupazione
L’Italia ha infatti il più basso tasso di occupazione (67,6% nel 2025) e il più basso livello di occupazione femminile (58%) nell’Unione Europea. I livelli occupazionali dei giovani (33% nella fascia 15-29 anni, 16 punti percentuali sotto la media UE, 30 meno della Germania, 46 sotto l’Olanda…) e delle donne nella fascia 35-54 anni (64%) – circa 14 punti meno della media UE – indicano inequivocabilmente che i giovani e le donne non stanno “sparendo” dal mercato del lavoro per effetto delle trasformazioni demografiche: al contrario, sono poco rappresentati perché rimangono ai margini dei circuiti occupazionali.
Più in generale, questi dati mostrano che l’Italia da decenni non valorizza la forza lavoro disponibile. I bassi tassi di occupazione lasciano perciò ampio margine per contrastare gli effetti dell’inverno demografico sull’occupazione e, di conseguenza, sulla dinamica economica e sulla sostenibilità dei conti pubblici.
Le simulazioni incluse nel rapporto CNEL Demografia e forza lavoro del 2024 mostrano che, nell’ipotesi di una convergenza dei tassi di occupazione italiani verso l’attuale media europea nei prossimi dieci anni, accompagnata da una ripresa del tasso di fecondità, la popolazione occupata non subirebbe alcuna contrazione.
L’aumento dell’occupazione tra donne di 35-54 anni (+1 milione), giovani under35 (+1,7 milioni) e, più limitatamente, lavoratori anziani 55-74 anni (+0,6 milioni) compenserebbe infatti integralmente le perdite dovute all’evoluzione demografica.
Il punto è decisivo, perché, se la demografia è scritta, sull’occupazione si può intervenire al fine di ridurre le sfide per i prossimi due-tre decenni. Paradossalmente, dunque, le tradizionali debolezze del mercato del lavoro italiano rappresentano oggi un’opportunità da sfruttare.
Bisogna mobilitare il “potenziale” inutilizzato, e farlo in tempi rapidi. Superare debolezze ultradecennali non è certo operazione facile, e l’approccio pro-natalista del governo Meloni non è quello appropriato: sia perché si è di fatto limitato a promesse e annunci, sia perché se anche si riuscisse a rilanciare rapidamente il tasso di fecondità (1,21 figli per donna contro una media UE di 1,38), passerebbero oltre due decenni prima dell’ingresso nel mercato del lavoro dei “nuovi” giovani adulti.
Un nuovo patto sociale
Il traguardo delle elezioni politiche 2027 può, anzi (deve,) però rappresentare un volano per sviluppare una genuina “Agenda per un Nuovo Welfare”, e costruire una coalizione sociale e politica credibile e in grado di promuoverla.
Le ricette sono sul tavolo da decenni. Si tratta di rilanciare le politiche nelle quali l’Italia investe ancora troppo poco: misure di conciliazione famiglia-lavoro – specie i servizi per l’infanzia e per le persone non autosufficienti – politiche scolastiche e formative, contrastando l’abbandono precoce e rafforzando i livelli di istruzione superiore, politiche attive del lavoro, sullo sfondo del rilancio della politica industriale e per il Mezzogiorno, oltre che di un’efficace politica dell’immigrazione volta all’integrazione sociale.
Ovviamente c’è il tema dei costi e delle risorse. Anche qui pare ineludibile superare i vizi storici, tramite una robusta azione di contrasto all’evasione fiscale, oltre che innovare rispetto strumenti e fonti di finanziamento, rimodulando in parte il prelievo dai fattori produttivi (lavoro e capitale) – che incide sulla crescita economica – a patrimoni e rendite.
