È ormai diventata molto diffusa la tesi secondo cui la crisi demografica rende la previdenza complementare non più una possibile scelta, ma una componente essenziale per evitare il crollo del tenore di vita in vecchiaia.
Proprio a questa narrazione sono riconducibili recenti riforme, come l’adesione automatica alla previdenza privata per i neoassunti. In realtà simili provvedimenti, decisamente impattanti, meriterebbero, forse, qualche considerazione più specifica.
Il Tfr entra nei mercati finanziari
Dal primo luglio è entrata in vigore la normativa sui fondi pensione. Per gli assunti, nel settore privato, da quella data scatta il silenzio assenso per cui, se entro 60 giorni non viene manifestata una chiara volontà in senso contrario, il Tfr finirà nel fondo pensione della categoria. Se nel settore sono presenti più fondi pensione, il Tfr confluirà in quello con il maggior numero di iscritti. Se invece non esiste un fondo di categoria, sarà destinato al Fondo Cometa, il fondo negoziale dei lavoratori metalmeccanici, il più grande in Italia, con un patrimonio di circa 14 miliardi di euro.
Questa misura si colloca in un quadro in cui a rendere l’adesione ai fondi privati ancora più incentivata concorre una riduzione del carico fiscale, che si manifesta in termini di deducibilità fino a 5.300 euro e in termini di aliquota più bassa sulle plusvalenze, fissata al 20% invece che al 26%, e sulla liquidazione finale.
Vale la pena ricordare che questo beneficio significa per lo Stato una minore entrata di circa 6 miliardi di euro l’anno, che vanno a beneficio di meno del 40% dei lavoratori e delle lavoratrici del settore privato. Naturalmente il minor gettito lo pagano tutti gli altri. Ma a colpire è un altro dato.
Chi gestisce i fondi, a cominciare dallo stesso Fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici? Il fondo ha un suo consiglio di amministrazione e un collegio sindacale che sono composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il 50% da rappresentanti dei datori di lavoro. Tale consiglio però, come è ovvio, non gestisce l’enorme disponibilità finanziaria che proviene dai contributi e dai Tfr, ma la affida ai grandi gestori internazionali, investiti così della scelta di individuare la destinazione finale di questi stessi contributi.
Il principale gestore è, nel caso italiano, BlackRock che usa come “depositario” e garante State Street Bank in una filiera dove gran parte di quel risparmio finisce nelle società di cui BlackRock è azionista o di cui possiede obbligazioni, per la gran parte domiciliate in terra Usa e, spesso, con sede in Delaware.
La finanziarizzazione, tuttavia, non finisce qui perché dal 31 ottobre entrerà in vigore la piena “portabilità” dei fondi negoziali di categoria che potranno essere affidati dal singolo lavoratore a una banca o a un’assicurazione, mutandone la natura da fondi chiusi in veri fondi aperti dove il peso dei grandi gestori, come BlackRock, sarà ancora maggiore.
Dentro la macchina della finanza
L’impatto finanziario di tale modifica è così forte che il 29 maggio i sindacati e le associazioni datoriali hanno firmato un “avviso comune” per limitare gli effetti di una simile accelerazione, ma si tratta di un avviso, appunto, che certo potrà poco contro la norma di legge dove è prevista la portabilità piena. È facilmente prevedibile che questa norma sancirà un’ulteriore, forte crescita del patrimonio dei fondi pensione di categoria, previsti dai contratti nazionali, che già oggi dispongono di circa 270 miliardi di euro e che nel giro di poco supereranno i 300 miliardi.
Alla luce di ciò sono necessarie alcune considerazioni generali. Con il richiamo costante alla crisi demografica si motiva un modello sociale dove il Tfr, che è salario differito, viene trasformato a tutti gli effetti, con l’intermediazione del sindacato, in un prodotto finanziario che presenta le caratteristiche del rischio e che, al contempo, sottrae liquidità sia alle aziende, soprattutto a quelle più piccole, spesso in difficoltà con il credito, sia all’Inps in termini di cassa.
La stessa destinazione del Tfr, come dei contributi, ai fondi privati, genera un trasferimento costante di risorse dall’economia italiana alle Borse statunitensi, alimentando peraltro una bolla che rischia di ingrossarsi costantemente con un pericolo crescente per i risparmiatori.
In questo processo muta poi la natura stessa del sindacato che tende a diventare uno strumento di finanziarizzazione, la cui capacità di raccogliere adesioni e iscrizioni discende, in misura sempre più marcata, dalla prerogativa di fornire polizze altamente remunerative: in pratica si tratta di un operatore finanziario che si muove in competizione con altri operatori privati, che a loro volta dipendono tutti dai grandi gestori a stelle e strisce.
Il mattone dei risparmiatori
C’è un’ultima notazione rilevante da fare. Ormai i grandi progetti di trasformazione urbana, soprattutto nei principali centri, che hanno molto a che fare con il modello Dubai e con la trasformazione delle città in luoghi per soli ricchi, sono finanziati dalle società di risparmio gestito che creano fondi immobiliari specifici.
Tali società hanno in Italia un patrimonio di circa 150 miliardi di euro che derivano in gran parte dalle Casse di previdenza pensionistica degli Ordini professionali e dai fondi chiusi. Dunque, una parte delle risorse, che sono nelle mani delle società di Caltagirone, Nattino, Pignataro, Catella, e così via, provengono anche dagli esiti negoziali dei contratti di categoria.
È evidente il caso del fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici, che ha tra i propri partner la SGR Investire di Banca Finnat, riconducibile alla famiglia Nattino, che opera attraverso il Fondo Donatello e il Fondo i-Core e partecipa al progetto Real. Cometa è il capofila di questo progetto che unisce diversi fondi negoziali (come Fonte e Laborfonds) e la cui gestione è affidata a due grandi SGR: InvestiRE SGR e DeA Capital Real Estate SGR.
In estrema sintesi i fondi pensione degli Ordini professionali e quelli di categoria, come Cometa, sono un motore di trasformazione delle città in prodotti finanziari che devono garantire risultati per i propri risparmiatori, alla ricerca di rendimenti in grado di competere con quelli del mercato azionario e obbligazionario d’oltreoceano. La crisi demografica è un formidabile mezzo di comunicazione dell’indispensabilità della finanza.
