Per gran parte della storia umana, non è esistito un giorno in cui le persone smettevano di essere lavoratrici e diventavano pensionate. Si lavorava finché le forze lo consentivano. Poi erano la famiglia, la terra o la comunità a sostenere chi non riusciva più a farlo.
La vecchiaia è sempre stata fragile. Ma è l’industrializzazione a trasformarla in un rischio economico di massa. Milioni di persone lasciano le campagne, si trasferiscono nelle città e dipendono dal salario. Quando non possono più lavorare, rischiano di non avere nulla, perché le reti familiari si sono indebolite e non c’è più un pezzo di terra da cui ricavare il necessario per vivere. La povertà degli anziani smette di essere una disgrazia privata e diventa una questione politica.
Nasce allora la pensione pubblica: prima nella Germania di Bismarck, nel 1889; poi in Italia, dove la Cassa nazionale per l’invalidità e la vecchiaia degli operai viene fondata nel 1898 e diventa obbligatoria nel 1919.
Dal salvadanaio al patto tra generazioni
Dietro questa invenzione c’è anche un’intuizione sulla natura umana. Non siamo fatti per rinunciare a una parte del presente per proteggere un futuro lontano. L’economia comportamentale lo chiama present bias: cinquanta euro disponibili oggi ci sembrano più preziosi degli stessi cinquanta euro destinati alla persona che saremo tra decenni.
La previdenza obbligatoria, quindi, trasforma una scelta difficile per l’individuo in un’abitudine collettiva. E contiene una promessa: se contribuiamo alla società, non saremo lasciati soli quando il lavoro finirà.
All’inizio la pensione pubblica italiana funzionava in modo intuitivo: nella vecchiaia, ciascuno riceveva ciò che aveva messo da parte. Le somme erano modeste e servivano soprattutto a evitare la miseria.
Ma le guerre e l’inflazione svalutarono quelle riserve. Così nel dopoguerra il sistema cambiò logica: i contributi dei lavoratori iniziarono a pagare chi era già anziano. Non più un salvadanaio individuale, dunque, ma un patto tra generazioni.
Per alcuni decenni quel patto funziona: l’Italia è giovane, l’occupazione cresce, i pensionati sono relativamente pochi e le carriere continue. Le cose vanno talmente bene che la pensione cambia funzione: non deve più soltanto proteggere dalla povertà, ma conservare il tenore di vita raggiunto durante la carriera. Tanto che il sistema retributivo, consolidato nel 1969, lega l’assegno pensionistico all’ultimo stipendio e agli anni lavorati.
La fine della promessa
A partire dagli anni Settanta, le condizioni su cui poggia questo sistema vengono meno. Si fanno meno figli, si vive più a lungo, la crescita rallenta e le carriere diventano meno lineari. E così negli anni Novanta le riforme Amato e Dini introducono gradualmente il criterio contributivo: la pensione dipende sempre meno dall’ultimo stipendio e sempre più da quanto si è versato nell’intera vita lavorativa.
È una modifica tecnica con una conseguenza enorme: lo Stato non promette più di proteggere il tenore di vita raggiunto. Disoccupazione, precarietà, part-time e lavoro di cura abbassano l’assegno futuro. Il risultato è che le disuguaglianze del lavoro ci accompagnano nella vecchiaia.
È in questa frattura che la previdenza complementare cambia funzione. Quella forma di risparmio con cui era possibile accumulare una pensione aggiuntiva, nata come beneficio per le categorie più protette, dagli anni Novanta diventa il secondo pilastro del sistema. Dal 2007 è possibile destinare il TFR a questa previdenza complementare. E dal primo luglio scorso, per i neoassunti privati che non scelgono entro 60 giorni, il TFR confluisce automaticamente nel fondo collettivo previsto dal contratto.
Il paradosso dei giovani
Eppure, soltanto un giovane su tre aderisce alla previdenza complementare. Perché, se sappiamo che la pensione pubblica sarà più bassa, facciamo ancora così fatica a costruirne una integrativa? La prima risposta è quella che vale sempre, e che sta all’origine stessa della pensione pubblica: non siamo fatti per rinunciare facilmente a una parte del presente in nome di un futuro lontano. E quando una parte crescente della sicurezza futura torna a dipendere da una scelta volontaria, quel limite riemerge intatto.
La seconda risposta è che, a causa del diffuso analfabetismo finanziario, non abbiamo gli strumenti per scegliere. Molti lavoratori non sanno stimare quale pensione pubblica riceveranno, quanto peseranno sulla cifra finale gli anni di precarietà, il part-time o le interruzioni contributive. E quando arrivano davanti a un fondo pensione si trovano a decifrare comparti, costi, rendimenti, agevolazioni fiscali e contributi del datore di lavoro. Il risultato, molto spesso, non è una scelta sbagliata: è nessuna scelta. Anche il TFR racconta questa difficoltà. Nel 2025 solo il 29,4% di quello generato nel sistema produttivo è confluito nella previdenza complementare; più di sette euro su dieci sono rimasti presso le imprese o nel Fondo di Tesoreria INPS. Non significa che lasciare il TFR fuori da un fondo sia sempre irrazionale. Ma è difficile pensare che una quota così ampia derivi, in ogni caso, da un confronto informato tra le alternative.
Meno soldi, meno risorse, meno pensioni sicure
Poi c’è la terza risposta, la più decisiva: molti giovani non risparmiano per la pensione perché non possono permetterselo. Nel 2024 il reddito reale da lavoro per occupato in Italia era inferiore del 7,2% rispetto al 2004. E quando lo stipendio basta appena per l’affitto, le bollette e gli imprevisti, non accantonare per la vecchiaia non è una prova di irresponsabilità. È la conseguenza di una gerarchia inevitabile.
Chi ha un contratto stabile può versare con continuità, destinare il TFR e spesso ricevere anche il contributo del datore di lavoro. Chi alterna contratti, disoccupazione, partite IVA e stipendi bassi accumula meno nella pensione pubblica e, nello stesso tempo, ha meno risorse per costruirne una complementare. È questo il paradosso: la pensione integrativa serve di più proprio a chi ha meno possibilità di finanziarla.
Spiegare il valore del tempo e del lavoro
L’educazione finanziaria resta essenziale. Può rendere visibile il rischio previdenziale, spiegare il valore del tempo, aiutare a confrontare gli strumenti e mostrare che cosa si perde rinunciando al contributo del datore di lavoro. Ma non può essere usata come spiegazione universale né, peggio, come alibi. Può migliorare le scelte di chi dispone di un margine. Non può creare quel margine. Prima di chiedere ai giovani di diventare più previdenti, dovremmo chiederci se il mercato del lavoro stia offrendo loro stipendi e carriere con cui sia materialmente possibile esserlo.
La rubrica Timeline Italia nasce dalla collaborazione tra PUBBLICO e Groupama Assicurazioni, nell’ambito del percorso di ricerca che Fondazione Giangiacomo Feltrinelli dedica alla società italiana e alla trasformazione delle sue classi sociali, sviluppato attraverso la pubblicazione dell’Annale – in uscita a dicembre 2026 – e le iniziative pubbliche collegate.
Dal 18 luglio 2026, in sei puntate, un approfondimento mensile per indagare i cambiamenti del tessuto sociale italiano, le questioni demografiche, economiche e culturali che contribuiscono a ridisegnare le geografie sociali del nostro Paese.
