Dalla sostenibilità del welfare alla carenza di lavoratori, dalla crisi della natalità alle migrazioni, fino alle prospettive di crescita economica, sono molte le grandi questioni del presente che contengono una dimensione demografica. Eppure, il cambiamento della popolazione continua a essere affrontato soprattutto come un’emergenza o come un tema settoriale, anziché come una delle principali trasformazioni strutturali che l’Italia dovrà governare nei prossimi decenni. È proprio da qui che nasce la necessità di cambiare prospettiva.
Demografia positiva: una nuova prospettiva sul cambiamento
E che cosa succede quando la narrazione dominante e pessimista sulle dinamiche demografiche italiane cede il passo a un approccio nuovo, sostenuto da evidenze scientifiche, che si configura come positivo e propositivo?
Questa prospettiva sta ispirando una parte significativa dei demografi italiani, ampiamente rappresentata dall’Associazione Italiana per gli Studi di Popolazione – AISP – e trova espressione anche nell’ambito un importante progetto di ricerca, il partenariato esteso “Age-It – Ageing well in an Ageing Society, finanziato da risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), Next Generation EU e del MUR, partenariato da cui discende anche il progetto “Sage-It – Smart Aging and Gerotechnologies for Italy”.
La demografia “positiva” non nega alcuno degli importanti cambiamenti in atto nel nostro Paese, ma li considera come segnali del raggiungimento di una fase nuova dell’evoluzione demo-sociale, non peggiore ma differente rispetto al passato. Fase che non deve spaventare in quanto inedita ma, piuttosto, indurre a considerare l’Italia un laboratorio in cui testare soluzioni innovative.
Ridurre le disuguaglianze
Tra questi cambiamenti compare innanzitutto il progressivo invecchiamento della popolazione. È innegabile che la quota degli anziani aumenta nel complesso della popolazione, esercitando pressioni sui sistemi di welfare, sanitari e pensionistici.
Ma è altrettanto vero sia che ciò è dovuto soprattutto ai notevoli progressi della longevità, che permette a tutti noi di vivere un giorno in più per ogni settimana, sia che i “seniores” beneficiano mediamente di condizioni fisiche e mentali che li rendono una risorsa preziosa per le famiglie, per il contesto sociale e per quello produttivo.
In questo contesto, è necessario ridurre le disuguaglianze (per stato civile, grado di istruzione e area geografica) nello stato di salute e nell’accesso ai servizi. Parallelamente, alle persone non più giovani dovrebbe essere offerta l’opportunità di prolungare il lavoro usufruendo dell’adeguamento delle funzioni svolte e/o della flessibilità di orario, di prepararsi gradualmente al pensionamento e di mantenersi attivi avvalendosi di modalità formali e informali.
È dimostrato anche che l’Italia si contraddistingue per un livello di fecondità tra i più bassi al mondo.
Ciò è il prodotto, oltre che del decremento del numero nati da ogni donna, anche del progressivo assottigliamento dei potenziali genitori, conseguente alla riduzione delle nascite delle generazioni precedenti, iniziato nella seconda metà degli anni Novanta e interrotto solo da una breve “ripresina” nel periodo precedente alla crisi economica del primo 2007-2008.
Anche in questo caso, è possibile intervenire per colmare il gap tra fecondità desiderata (pari in media a due figli per donna) e fecondità realizzata (equivalente solo alla metà) rimuovendo gli ostacoli alla genitorialità.
Le ricerche hanno dimostrato che, piuttosto che provvedimenti episodici ed esclusivamente pronatalisti, servono riforme strutturali che promuovano la transizione alle tappe di vita “adulta” favorendo l’autonomia economica abitativa, la parità di genere, il potenziamento dei servizi per l’infanzia e dei congedi parentali, e la tutela della salute riproduttiva nell’intero corso di vita.
Superare la prospettiva “securitaria” sulle migrazioni
Un terzo “pilastro” dell’evoluzione demografica è rappresentato dalle migrazioni. Anni di analisi scientifiche hanno evidenziato che i flussi in arrivo si configurano nel breve periodo come un fattore che rallenta l’invecchiamento della popolazione italiana, grazie al contributo da essi offerto nel contesto demografico, nel quale gli immigrati si collocano come genitori “aggiuntivi” rispetto agli italiani, e in quello lavorativo, in cui sta aumentando l’arrivo di persone dotate di alti livelli di qualificazione.
Per cogliere al meglio questo contributo, è necessario impegnarsi per superare politiche improntate a un’ottica securitaria, emergenziale e temporanea avviando un processo multidimensionale, che favorisca una integrazione “a 360 gradi” degli stranieri regolari e dei loro figli, e garantisca una reale parità di opportunità rispetto agli italiani. In tal modo si potrà sia favorire il necessario ricambio generazionale nella forza lavoro, sia incrementare l’apporto da questi fornito anche in ambito fiscale e contributivo.
Tra gli altri contesti sui quali concentrare l’attenzione poiché potenzialmente forieri di novità positive compaiono la crescente accettazione verso le nuove forme familiari, il rafforzamento delle reti di solidarietà interpersonale, la riduzione dell’abbandono scolastico e della quota di NEET, e la presenza di alcune realtà territoriali che mostrano segnali incoraggianti di benessere demografico.
Dunque, tornando alla domanda iniziale, un approccio nuovo, fondato su analisi rigorose, prive di allarmismi e propositive, sta consentendo a molti studiosi di popolazione di comprendere realisticamente le dinamiche in corso e di fornire indicazioni volte a orientare le scelte pubbliche. Queste proposte, se assunte come strategia di lungo periodo e poste al centro dell’agenda politica, possono contribuire a governare il cambiamento demo-sociale affrontando le sfide e cogliendo le opportunità.
