L’età della solitudine


Articolo tratto dal N. 94 di Italiani vecchia gente Immagine copertina della newsletter

“Quando mio nonno si è ammalato, mi sono accorta che non aveva bisogno di medici o di infermieri. Quello che gli mancava davvero era la compagnia”. 

La storia la racconta Carlotta Conversi, fondatrice di CONGEN, una cooperativa che ha il fine di rompere la solitudine dei vecchi, e, contemporaneamente, mettere in relazione vecchi e giovani, offrendo un’opportunità di lavoro, ma anche talvolta di locazione in un tempo di contratti a prezzi altissimi. 

Una storia che Eleonora Chioda opportunamente ha rilanciato nei giorni scorsi, proprio perché l’estate accentua la solitudine. Soprattutto dei vecchi, soprattutto se abitano condomini in cui sono gli ultimi inquilini. 

Una condizione che contemporaneamente deve misurarsi con la scomparsa dei servizi di quartiere.  

Quando la longevità diventa isolamento

La vecchiaia è diventata una condizione di disagio non più solo per i dolori o per la vulnerabilità del corpo, ma soprattutto perché l’allungamento del tempo di vita è soltanto solitudine (se non si è ricchi). 

Scomparsi i tempi in cui il vecchio, come scriveva Simone de Beauvoir si accreditava come mago, come sacerdote: ora il vecchio si sente un ingombro. Un corpo sopportato. 

Un rovesciamento di condizione rispetto all’auspicio che esprimeva alle soglie della modernità un solitario scettico come Montaigne, quando sottolineava quale poteva essere l’ordine basato sul rispetto formale della vecchiaia. 

“Avrei vergogna e invidia” – scriveva – “se la miseria e la sventura della mia decrepitezza dovessero preferirsi ai miei begli anni gagliardi e vigorosi; e se dovessi essere stimato non per ciò che sono stato, ma perché ho cessato di esserlo” [Montaigne Saggi, Libro III, cap. II, p. 1083]. 

Sensazione molto distante dall’orgoglio del De senectute, dove Cicerone spiega ad Attico che la vecchiaia è un’età piena di bellezze: le buone letture, la pratica delle virtù, la cura dei campi. 

La politica della prossimità

Una condizione, peraltro, cosciente di dover sfuggire alla tentazione del ripiegamento, richiamo potente della rassegnazione, per riprendere la riflessione inquieta di Jean Améry. 

Ma anche fondata su una consapevolezza che riprende la «pratica Carlotta Conversi» e su cui, di nuovo, ci sono utili le parole di Montaigne: 

“Ci sono tante specie di difetti nella vecchiaia, tanta impotenza; essa è così esposta al disprezzo che il miglior acquisto che possa fare è l’affetto e l’amore dei familiari: comandare e farsi temere non sono più le sue armi” [Montaigne Saggi, Libro II, cap. VIII, pp. 506-507]. 

Il nostro tempo, aveva intuito Montaigne, rovescia questa condizione e va alla ricerca di un patto possibile, di una pratica di cura fondata sulla prossimità, la curiosità, l’affetto. 

Non importa chi si è stati. Importa se si continua a essere curiosi, aperti, disponibili. Vale per tutte e due la parti: i vecchi e chi, al bivio, deve decidere se farsi prossimo o tenere la distanza. 

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