Abbiamo ancora bisogno delle generazioni?


Articolo tratto dal N. 94 di Italiani vecchia gente Immagine copertina della newsletter

I giovani ce li siamo persi, i vecchi non esistono più e, come ricorda Helen Lovejoy, la moglie del reverendo de “I Simpson”, “nessuno pensa ai bambini!”, perché praticamente non ce ne sono più.

Nel tempo in molti, da Victor Hugo alla pubblicità dell’antirughe, hanno ribadito che “l’età è solo un numero”.

Dato inequivocabile, ovvio, ma che sorvola su un principio ineludibile: viviamo nella società che ha inventato Excel. Numerare e incasellare sono atti fondamentali della nostra identità di singoli e di gruppo. L’età sarà “solo” un numero, ma decide il nostro posto nel mondo.

La divisione in “età”, o generazioni, di una società, è un efficace sistema artificiale di identificazione di sé: definire l’età degli altri per comprendere la propria, raccontandosi “per esclusione”.

L’invenzione dell’età 

Lungi dall’essere naturale, il significato pubblico che si dà all’età ha subìto nel corso del tempo modifiche radicali. Da principio a raccontarsi c’erano gli uomini (non in senso sovraesteso, si intendono proprio i soli maschi adulti); accanto a loro i vecchi, cui si concesse il dono sociale della saggezza e della gestione del passato. I primi a essere inventati furono i bambini.

Per millenni l’umanità non ha voluto o potuto includere nel proprio novero gli individui non adulti: c’erano, certo, ma non costituivano una categoria. Sarà l’Europa del Sei-Settecento, tra miglioramento delle condizioni sanitarie ed ereditarietà della posizione sociale, a renderli finalmente visibili. 

Tutt’altra fatica ha richiesto l’invenzione dei giovani. Sono l’Europa e l’America affascinati dall’hegelismo e dai progressi tecnologici ad avere bisogno di inventarsi una categoria di individui non più infanti ma non ancora maturi. Il meccanismo identitario funziona e il resto è, più o meno, cronaca: la diffusione delle categorie segnate da nomignoli o lettere (Boomers, Gen X, Millennials, Gen Z, Gen Alpha…) e la proliferazione di sottocategorie ai limiti del paradosso linguistico: giovani adulti, adulti maturi, terze e quarte età. Tutto per reidentificare l’età di ognuno, caratterizzarla, determinarla. 

Perennials: i senza età 

È da questa estremizzazione del fine identitario dell’età che nascono, come categoria di studio e come atteggiamento mentale, i Perennials.

Brutto termine, che ormai ha una decina d’anni, con cui si prova a descrivere chi non si identifica nelle categorie del determinismo generazionale.

Ageless, senza età, o meglio senza la volontà di volersi far carico dell’identità preconfezionata che l’età anagrafica imporrebbe.

Una ribellione allo schema.

Che però, a ben vedere, ne è la conferma.

Gli uomini assomigliano più al loro tempo che ai loro padri recita un proverbio arabo, e per quanto strano possa sembrare i Perennials, rifiutando di essere assoggettati alle categorie del loro tempo, ne sono il prodotto più perfetto: in un’epoca di presentismo imperante, schiacciato nell’attimo della compulsione dello scrolling di reel e video tik tok, il rifiuto di aderire a una categoria temporale identitaria è la massima espressione della volontà di continuare a galleggiare in un tempo che non scorre prendendo atto della forza dei paradigmi generazionali.

Non sentirsi rappresentati da determinate suddivisioni è innanzitutto riconoscerne il peso e il ruolo; al contempo, uscendo dalle altre categorie, se ne crea una nuova, più malleabile e di facile fruizione e da cui entrare e uscire alla bisogna.

La società occidentale di oggi ha un rapporto col tempo diverso da quelle precedenti: il suo scorrere non è più sinonimo di progresso e il futuro rappresenta una minaccia più che una speranza. Volersi slegare da questa china è sintomatico di una difficoltà che ha a che fare con la non volontà di invecchiare e, anche, con la consapevolezza che l’avanzare dell’età non è più sinonimo di stabilità e sicurezza. Non riuscendo più a dominare il futuro ci si accontenta di negarne l’esistenza.

Ma, ce lo ricorda Eraclito, il tempo è un fiume, non uno stagno.

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