Una valle di server. Il grande affare dei data center in Puglia


Articolo tratto dal N. 93 di Fossili o fessi? Immagine copertina della newsletter

Più di mille campi da calcio. 800 ettari sono otto chilometri quadrati: è una superficie enorme, paragonabile a più del doppio della superficie di Central Park a New York. Per dare un’idea di questa grandezza, in genere, si utilizza il paragone dei campi da calcio. Un campo da calcio regolamentare misura circa 100 metri per 70, cioè 7 mila metri quadrati. 7 mila metri quadrati corrispondono a 0,7 ettari, quindi 800 ettari corrispondono a 1.140 campi da calcio.

È questa l’estensione annunciata di Italicum, il mega campus di data center che dovrebbe nascere in Puglia, tra Bari e Brindisi. Queste dimensioni, è bene anticiparlo, non sono reali perché le informazioni del progetto sono ancora frammentate.

Sappiamo certamente che Puglia Data Center Valley è uno dei progetti più avveniristici dell’universo dell’intelligenza artificiale; è stato annunciato un anno fa e si propone di traghettare l’Italia nel mondo del tech più all’avanguardia, trasformando la regione nell’hub tech del Mediterraneo con tre siti per oltre 2 gigawatt complessivi: uno a Bari, uno a Brindisi e Italicum, in un sito ancora segreto tra le due città. A promuoverlo è Adriatic DC, guidata da Lorenzo Avello: ventotto anni, un passato nello storage energetico, come ceo di ACL Energy, dove ha gestito progetti di accumulo elettrico in Puglia prima di trasformarsi nel volto pubblico di Puglia Data Center Valley.

“Abbiamo coniato questo termine un anno fa – spiega il manager – per attirare l’attenzione delle testate tecniche perché, un anno fa, nessuno del mondo dei data center sapeva dove fosse la Puglia. Questo progetto nasce per porre il Sud Italia e il Sud Europa al centro della nuova geopolitica dell’intelligenza artificiale. Siamo fermamente convinti che il Sud possa posizionarsi nella nuova scacchiera globale”.

Una scacchiera piuttosto affollata ma che, nel prossimo futuro, potrebbe vedere diversi cambiamenti nel suo equilibrio interno.

La dieta dell’IA: acqua, energia, suolo in gran quantità 

Tutti i paesi che hanno avviato la corsa europea all’IA hanno presto fatto i conti con la forte materialità del settore. Le enormi strutture che ospitano i server che fanno funzionare l’intelligenza artificiale sembrano non aver niente a che fare con le mail formali che ormai deleghiamo alle macchine; con la pianificazione del lavoro o del tempo libero; con le diete, le routine di esercizio fisico, i consigli medici disparati che chiediamo ad assistenti virtuali più o meno accondiscendenti.

Dietro ognuna di queste richieste fatte alla macchina c’è tanta materialità e tanto consumo di risorse: acquaenergiasuolo. Nel nostro Paese sono già installati server per 513 megawatt di energia: l’insieme dei data center italiani “pesa” sulla rete elettrica nazionale quanto l’intera città di Firenze. Le previsioni dicono che entro il 2030 la domanda globale sarà destinata a triplicare e il consumo energetico a eguagliare quello del Giappone.

In termini di spazio, occupano più di 330 mila metri quadrati (in campi da calcio, qui siamo a 49). E poi c’è il consumo di acqua, in un Paese in cui la scarsità idrica è un problema strutturale. Un singolo impianto può consumare fino a 30 milioni di litri di acqua al giorno: è quanto fa una piccola città abitata da circa 60 mila persone. Le case dell’intelligenza artificiale hanno tanta sete, ed entro la fine del decennio l’impronta idrica globale potrebbe toccare i 9.300 miliardi di litri l’anno.

Silicon Puglia: un nuovo Eldorado tech? 

La maggior parte dei data center italiani ha sede in Lombardia; la Puglia è ancora uno scenario inesplorato, ma contiene una serie di condizioni che ne fanno un potenziale Eldorado per gli imprenditori del settore.

Nella regione si genera un quarto dell’energia eolica nazionale, ma solo il 26% è consumata sul posto. Il resto va altrove o viene disperso: si chiama curtailment ed è lo spegnimento forzato, volto a tutelare gli impianti, in assenza di batterie e sistemi di stoccaggio per il surplus di produzione.  

C’è un’altra condizione specifica che fa del territorio il primo candidato in lizza a raccogliere ciò che il nord non avrà più spazio per prendersi: la connettività sottomarina. Bari è diventata un porto digitale continentale dove approdano 15 cavi in fibra ottica. Tra questi spicca l’AAE-1 (Asia-Africa-Europe), 25.000 chilometri di dati che viaggiano dall’Europa a 19 paesi, inclusi giganti come India e Cina, evitando il “collo di bottiglia” di Marsiglia.

A potenziare il nodo c’è l’apertura del Namex Bari, un Internet Exchange Point che permette lo scambio di dati a bassissima latenza, consente cioè di ridurre al minimo il tempo di risposta della rete, eliminando ritardi nella trasmissione che separano la richiesta di un contenuto dalla sua effettiva ricezione.

È in pratica il servizio che ci consente di guardare film e serie tv sulle nostre piattaforme, di ascoltare musica o di giocare online e di utilizzare in modo fluido applicazioni avanzate di IA. È fondamentale per l’addestramento dell’intelligenza artificiale.  

Ciò che distingue la corsa pugliese da quella già vista al nord, secondo il ceo di Adriatic DC, è che i data center milanesi nascono perlopiù per il cloud: storage, hosting, servizi enterprise. Il cloud tradizionale e gli impianti di vecchia generazione che lo sostengono funzionano come archivio in cui sono inseriti file e documenti.

Il modello che Adriatic DC vorrebbe portare in Puglia è pensato fin dall’origine per l’intelligenza artificiale generativa, che per funzionare ha bisogno di strutture da immaginare come vere e proprie fabbriche. Richiedono una potenza di calcolo e un consumo di energia per metro quadrato molto più elevati per permettere ai server non solo di conservare i dati, ma di elaborarli istantaneamente per creare nuovi contenuti, come testi, immagini o video.  

Il progetto “Puglia Data Center Valley” è stato annunciato a giugno 2025 su diverse testate di settore con poche informazioni, sempre uguali. La cittadinanza, al momento, sembra ancora ignara del mega-progetto. L’annuncio racconta la nascita di una struttura di 200 MW di potenza a Bari, nell’ex Manifattura Tabacchi, nella zona industriale; un secondo sito a Brindisi, non definito. Secondo Lorenzo Avello, “nel perimetro del consorzio Asi di Brindisi”; il Consorzio per l’Area di Sviluppo Industriale, un ente pubblico economico che promuove, pianifica e gestisce le aree destinate agli insediamenti industriali e produttivi. “Non abbiamo ancora selezionato la localizzazione definitiva” – racconta Avello – “perché molte aree sono Sin (Sito di Interesse Nazionale) e stiamo facendo due diligence per evitare terreni con problemi di bonifica”.

L’intenzione, spiega, è evitare scelte che richiederebbero lunghi e costosi processi di risanamento per non rallentare l’avvio del progetto. Oltre alle due strutture nelle città, il comunicato di lancio annunciava Italicum, il campus greenfield (costruito cioè su terreni vergini, e non su aree industriali dismesse, brownfield) da 800 ettari.

Avello ha già specificato che l’estensione sarà ridimensionata, senza chiarire di quanto, a suo dire, per una ragione prettamente tecnologica: l’aumento della densità energetica dei rack Nvidia (i supercomputer che sono il cuore dei data center) permette di ospitare la stessa potenza di calcolo (1,5 gigawatt) in molto meno spazio fisico. Quanto al sito, invece, resta top secret.

Per tutelare le trattative fondiarie attualmente in corso, spiega il manager. Il campus dovrebbe insistere su terreni già originariamente destinati all’uso industriale, specifica il ceo, ma mai utilizzati. Per questo, nel frattempo sono stati coltivati. Dal punto di vista formale, dunque, il progetto non sottrarrà nuova superficie agricola utilizzata (Sau), perché queste aree dal punto di vista normativo non sarebbero destinate all’agricoltura. Fisicamente, però, nella sostanza, interverrà su campi adesso verdi. 

Le scatole societarie della Data Center Valley  

C’è da chiedersi se tanto mistero, così come le revisioni delle dimensioni annunciate, derivino in parte dal timore delle reazioni della società civile di una regione con un forte settore agricolo di fronte all’annuncio di destinare al cemento un numero imprecisato di centinaia di ettari. 

A maggior ragione, vista l’architettura societaria del progetto e l’identità territoriale di chi lo sostiene. Al centro di tutto ci sono le società nate per gestire i singoli siti: Adriatic DC1 S.r.l., responsabile del sito di BariAdriatic DC2 S.r.l., destinata al sito di BrindisiAdriatic DC Hub S.r.l., dedicata al mega-campus Italicum. Le tre società, tutte milanesi, sono nate tra il 2024 e il 2025 e hanno un capitale sociale di 10 mila euro ognuna.

Metà delle quote di Adriatic DC1 è in mano alla piattaforma industriale Hergo Artificial Intelligence (Hergo AI, anch’essa basata a Milano), una società che ha avviato formalmente le sue attività il 23 febbraio 2026. Hergo AI è controllata al 45% dalla milanese Infrastrutture S.p.A. presieduta da Pier Francesco Rimbotti, ingegnere napoletano trapiantato a Milano. Infrastrutture è una società di lungo corso che dal 1995 si occupa di energie rinnovabili. La forza del gruppo nel settore energetico è sancita da un legame di altissimo livello: la joint venture Hergo Renewables, dove Infrastrutture collabora con Eni Plenitude (che della JV detiene il 65%). L’altro 45% di Hergo AI fa capo alla Avello Company S.r.l., holding milanese del già citato Lorenzo Avello, mentre il restante 10% è della toscana Rugged Invest S.r.l. 

Tornando ad Adriatic DC, invece, l’altra metà è local: il 25% appartiene a Vincenzo Fiume, imprenditore immobiliare di Monopoli, mentre il restante 25% è diviso equamente tra i fratelli Donato Michele Conserva, di Modugno, titolari della Conserva Logistic Solutions e storici proprietari dei suoli dell’ex Manifattura Tabacchi su cui dovrebbe sorgere il primo stabilimento.

L’equilibrio interno cambia per quanto riguarda il mega campus Italicum, dove Hergo AI e Vincenzo Fiume scendono al 33% ciascuno, con i fratelli Conserva che salgono al 17% a testa. Guardando a questa complessa architettura societaria, c’è una nuova generazione di giovani imprese lanciate nella corsa all’intelligenza artificiale, poggiate sui capitali e sul know-how di imprese di lungo corso che si occupano di energia, e di soci locali pugliesi che invece portano il radicamento sul territorio e la proprietà dei suoli. 

“Un grande hotel di lusso”

Questo elenco di dati serve a mostrare un’architettura societaria che possiamo immaginare come la costruzione di un grande hotel di lusso. Hergo AI è l’architetto che ha disegnato la visione; Infrastrutture S.p.A. è il tecnico che garantisce l’allaccio alla corrente elettrica; gli imprenditori pugliesi Fiume e i Conserva sono i padroni del lotto di terra su cui poggiano le fondamenta.

Ma l’hotel, oggi, è solo un involucro burocratico: le società Adriatic DC sono stanze vuote con serrature da appena 10 mila euro di capitale. E che attendono che un grande investitore arrivi a portarci i mobili, ovvero i miliardi necessari per accendere i server.

Il fortissimo background energetico solleva dubbi sulla vera natura del progetto: rivoluzione digitale, o tassello nella strategia energetica di un gruppo che con le rinnovabili pugliesi ha già rapporti solidi? Su questo Avello è categorico: “Plenitude è totalmente estranea ad Adriatic DC”, assicura, separando con nettezza le due strutture, pur riconoscendo che Rimbotti “porta la sua esperienza imprenditoriale” nelle rinnovabili al servizio del progetto data center.

Anche sui soldi, le cifre ballano: il comunicato stampa originario parlava di 2 miliardi di euro di investimento complessivo iniziale, che sarebbero arrivati a 100 quando gli impianti fossero pienamente operativi per una capacità totale di oltre 2 gigawatt.

Nell’intervista concessa per questa inchiesta, il ceo ha alzato l’asticella a 6 miliardi per il solo sito di Bari. Da dove dovrebbero arrivare questi fondi? Il manager chiarisce che attualmente “le spese di sviluppo sono coperte dai soci”.

La struttura societaria non è disegnata per finanziare direttamente l’intera opera, ma per agire come una piattaforma industriale capace di attrarre capitali esteri. Secondo il ceo, l’investimento miliardario dovrebbe essere sostenuto dai futuri clienti. Dichiara infatti di avere in corso “interlocuzioni avanzate, sotto NDA” (accordi di riservatezza) con soggetti internazionali interessati all’acquisto della capacità computazionale (offtaking).

In pratica, la cordata di imprese italiane sopra descritta preparerà le strutture, otterrà autorizzazioni e allacci energetici, per poi attirare i grandi player americani, gli unici oggi in grado di sostenere investimenti di questa portata. Questo, almeno, è quello che pare di capire incrociando dati, comunicazioni ufficiali e dichiarazioni. Non è stato possibile sentire rappresentanti istituzionali del territorio per verificare il livello di coinvolgimento di queste ultime nell’attuazione del progetto. Contattato a più riprese, l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Eugenio Di Sciascio, non ha mai risposto alle richieste di informazioni. Stessa cosa è accaduta con l’ufficio stampa del sindaco di Bari, Vito Leccese.

Eppure, in Regione da tempo si discute di attrarre investimenti del settore. Nel luglio 2025 la Regione ha approvato le prime Linee Guida per i data center, pensate per attrarre operatori come i proponenti di Puglia Data Center Valley. 

Due richieste di accesso civico, alla Regione e al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, hanno certificato che nessuna istanza formale è mai stata depositata. Avello replica annunciando il ricorso all’Autorizzazione Unica prevista per la Zona economica speciale (Zes) per il Mezzogiorno.

Istituita nel 2024 per attrarre investimenti e favorire lo sviluppo delle imprese, la Zes offre alle imprese incentivi fiscali, come il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali, e una forte semplificazione burocratica (l’autorizzazione unica, appunto) per velocizzare le pratiche amministrative.

Con questo tipo di autorizzazione, Adriatic DC punta a ottenere tutti i permessi (ambientali, paesaggistici e urbanistici) in un unico procedimento centralizzato, in soli 10 mesi. A breve, spiega, depositerà l’istanza di autorizzazione unica per il sito di Bari, per Brindisi non esiste ancora un sito individuato per la costruzione del campus.

Quali garanzie per ambiente e cittadinanza

Sui numeri concreti – consumo energetico, fabbisogno idrico, posti di lavoro previsti – Avello ha rinviato a una risposta scritta per fornire elementi dettagliati. Nonostante ripetuti solleciti per diverse settimane, al momento della chiusura di questo articolo non è arrivata. In sede di intervista il ceo ha però assicurato l’adozione di soluzioni per mitigare l’impatto sull’acquedotto potabile barese. La strategia punta sul liquid cooling a circuito chiuso, un sistema che prevede il circolo di liquido refrigerante in un circuito, appunto, sigillato, riducendo quindi il prelievo continuo di risorsa idrica rispetto ai sistemi tradizionali. L’ipotesi più ambiziosa è l’utilizzo delle acque reflue industriali provenienti dal depuratore del consorzio Asi. In un territorio fragile come quello pugliese, trasformare lo scarto industriale in refrigerante per server è un modo per evitare che la struttura entri in competizione diretta con il fabbisogno civile e agricolo.

Di fronte alle perplessità rispetto alla relazione di questo progetto con un territorio che ne è quasi del tutto ignaro, il ceo di Adriatic DC cita interlocuzioni con le università baresi per siglare protocolli sulla formazione. L’obiettivo dichiarato è trattenere i talenti STEM in Puglia, creando un ecosistema per startup che utilizzino la potenza di calcolo locale per sviluppare software medici o legali. È questa, insieme all’inserimento di imprenditori pugliesi nella cordata proponente, la garanzia della natura non estrattiva della nuova valle dei dati pugliese.

L’impressione resta quella di un progetto, annunciato da un anno, che non ha di fatto mosso alcun passo dal punto di vista pubblico e dei rapporti con la cittadinanza. Lo conferma Mariateresa Contaldo, operatrice culturale e fondatrice della Cooperativa di comunità “Legami di comunità – Br”: “Da operatrice culturale radicata nel territorio brindisino, impegnata da anni in pratiche di comunità e in progetti di innovazione sociale, ho scoperto solo dall’intervista per questa inchiesta dell’esistenza del Puglia Valley Data Center. Si tratta di un impianto previsto nell’area industriale di Brindisi, un territorio già profondamente segnato da decenni di presenza industriale chimica e fossile”.

Dopo aver scoperto del progetto, Contaldo ha contattato diverse realtà sociali e amministratori locali, ma non è riuscita a reperire informazioni: “Mi colpisce e mi preoccupa che un progetto descritto come strategico e di forte impatto sia rimasto sostanzialmente estraneo alla conoscenza di chi vive e anima quotidianamente questo luogo come le istituzioni locali, le associazioni culturali, le cooperative, gli attivisti ambientali e realtà di categoria”.

Più domande che risposte

Sulla Puglia Data Center Valley restano più domande che risposte. Dalla ricostruzione dell’assetto societario risulta una compagine di imprese quasi tutte milanesi e quasi tutte impegnate nel settore energetico, e la figura di un giovane manager intenzionato a traghettarle nella nuova corsa all’oro, in una regione che, ancora inesplorata, può garantirgli successi commerciali.

L’intelligenza artificiale è soprattutto materiale: eppure, guardando alla “materialità”, al momento non ci sono dichiarazioni pubbliche; l’acquisto dell’unico terreno realmente individuato è subordinato all’ottenimento delle autorizzazioni e nonostante l’inizio dei lavori annunciato nel 2026, a giugno inoltrato non una pietra è stata mossa. Resta il sospetto che dietro agli annunci miliardari ci sia, più che un cantiere, un posizionamento su asset – terreni, allacci, narrazioni – il cui valore sta proprio nell’indefinitezza.

Eppure, la Puglia non è un caso isolato. Dall’altro capo dello Stivale, la Lombardia vive da anni la materialità pesante dei data center, il loro impatto sui territori, il conflitto tra promesse di sviluppo e conseguenze concrete per chi ci vive.

Nella seconda parte di questa inchiesta racconteremo cosa succede quando i data center funzionano a pieno regime e perché, senza una regia nazionale, sia i sindaci che i cittadini rischiano di non avere presa sulla difesa del territorio.

Ricevi il numero completo di PUBBLICO nella tua casella di posta

Non sei ancora iscritto? Compila il form!