Una coalizione climatica contro il fascismo fossile


Articolo tratto dal N. 93 di Fossili o fessi? Immagine copertina della newsletter

Siamo immersi in una costellazione che oscilla tra il fascismo fossile, l’indifferenza climatica e la governance capitalistica della transizione energetica. Il “fascismo fossile” non è un’iperbole. Donald Trump è una delle sue manifestazioni. La parola d’ordine è: Drill, baby, drill (Trapana, baby, trapana). In questo slogan l’estrazione di gas e petrolio è associata allo stupro della terra e alla sottomissione della donna, oltre che delle popolazioni subalterne e razzializzate. La “bianchezza” è il simbolo della libertà di colonizzare e consumare senza sensi di colpa. La promessa è quella di un’abbondanza energetica perenne basata sull’immutabilità dello status quo materiale. Il fascismo fossile identifica il combustibile con l’identità da difendere.

“La crisi ecologica è un’opportunità di mercato” 

Diverso è il terreno dell’indifferenza climatica. Questa non ha bisogno di mitologie identitarie o di crociate contro l’attivismo ecologista. È la postura tipica del neoliberismo maturo e dei governi tecnocratici: non nega il mutamento climatico, semplicemente lo espunge dall’ordine delle priorità correnti. Il clima diventa un’esternalità tra le altre, un dossier da gestire senza intaccare il profitto. D’estate fa caldo, d’inverno fa freddo. 

La governance capitalistica della transizione è la linea ufficiale della Commissione europea e dei grandi monopoli energetici. La transizione si fa alle condizioni del mercato. “Green Deal”, finanza verdeincentivi: la crisi ecologica è un’opportunità di mercato. 

In Italia, come altrove, le tre posture si sono ibridate. La politica energetica è stata subappaltata alle strategie dei campioni nazionali del fossile. La narrazione della penisola distesa nel suo bel mare come “hub del gas” del Mediterraneo ha cementato la dipendenza dalle energie fossili, anche dal gas liquido degli Stati Uniti, e sta dando un altro contributo al rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili. 

 

“Ecologia di guerra”: cosa lega transizione e spesa militare

Il governo Meloni ha cercato la convergenza tra l’indifferenza climatica e le pulsioni del fascismo fossile. E in più ha sfidato la governance capitalistica europea in nome del sovranismo energetico. Roma ha sbattuto i pugni sul tavolo chiedendo la sospensione del sistema ETS (Emission Trading System, il mercato europeo per lo scambio di quote di carbonio) e lo scorporo delle spese per l’energia dal Patto di stabilità. Bruxelles non ha fatto sconti e Meloni ha dovuto arretrare su tutta la linea: il sistema ETS continuerà, sia pure riformato. E pioveranno altri miliardi non per rimediare all’aumento dei prezzi provocato dalla guerra di Trump e di Netanyahu contro l’Iran o per ungere le ruote del carro elettorale in vista del voto politico nel 2027. Saranno spesi per finanziare le energie rinnovabili sulle quali il melonismo ha espresso più di un dubbio. Il fallimento, in questo caso, è stato evidente.

Questo episodio, avvenuto nei primi sei mesi del 2026, ha rivelato un’altra contraddizione nel sovranismo fossile: l’ecologia di guerra. La richiesta del governo italiano di spendere miliardi al di là delle regole dell’austerità europea è stata avanzata alla luce di un’altra eccezione prevista esplicitamente dal Patto di stabilità firmato dall’esecutivo nel 2024. Dopo l’ecologia, la difesa europea è diventata il principale orizzonte di integrazione e sviluppo industriale. La “sicurezza” è declinata anzitutto dal punto di vista militare: bisogna difendersi contro una minaccia polimorfa, a volte incarnata dalla Russia, altre volte e in maniera tacita da Trump, autore di guerre che mandano a rotoli i fragili conti pubblici italiani. 

In ogni caso, sia l’Italia che l’Unione europea condividono la stessa agenda: la spesa militare e la spesa per la transizione sono collegate. Nel caso della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen il discorso si è allargato anche al rilancio del nucleare. La produzione di cannoni, l’installazione di parchi eolici e l’atomo sono le facce della stessa ecologia di guerra. Il piano è sostanzialmente condiviso dalla destra italiana, e non solo da essa. Tranne che sul punto del Green Deal alla brussellese.

Una coalizione per la crisi climatica

In prospettiva sono state avanzate due ipotesi nel dibattito ecopolitico. La prima è quella di una dittatura che, in nome dell’ecologia di guerra, rischia di aumentare le diseguaglianze e cancellare la residua democrazia esistente. In un’economia di guerra potrebbero anche essere imposte infrastrutture rinnovabili intese come opere di difesa nazionale strategica. La transizione verde sarebbe legata allo sviluppo di piani di difesa europea: la decarbonizzazione sarebbe considerata un investimento per la sicurezza nazionale.

La seconda ipotesi punta invece a una “coalizione climatica” basata su “blocchi di alleanze” capaci di rompere il “blocco storico” che tiene saldo l’ordine social-liberista dell’ultimo mezzo secolo. Lo stesso che, per difendersi dalla crisi organica, oggi tende verso l’estrema destra e l’autoritarismo alla Trump. Contrapposta alla “coalizione fossile”, una “coalizione climatica” designa l’insieme dei gruppi sociali capaci di unire l’interesse materiale della decarbonizzazione dell’economia con il desiderio di liberarsi dalle gerarchie di classe, razza e sesso. I blocchi di alleanze che tale coalizione potrebbe formare metterebbero all’opera un rapporto di forza politica e sociale sia con i gruppi implicati nel rifiuto del cambiamento, sia con gli stati che impediscono di allineare le decisioni per una transizione sociale – nel senso socialista dell’espressione – giusta e la più rapida possibile.

Abitare la trasformazione ecologica

Questa cornice andrebbe liberata dall’illusione per cui il clima sia un problema risolvibile con le policies, cioè regolazioni pubbliche, scelte tecnologiche o incentivi fiscali. Non basta. Isolare la questione ecologica come un segmento autonomo dell’azione di governo, o confinarla in una disputa mediatica tra attivisti e lobby, significa non comprenderne la natura politica universale. Il prezzo della benzina, l’assetto delle metropoli, l’accesso ai saperi e le alleanze internazionali non sono problemi tecnici isolati.

Eppure, il progetto di abitare la trasformazione come un orizzonte di liberazione resta minoritario, quasi invisibile. Navighiamo a vista, schiacciati tra il mantenimento dello status quo neoliberale e le derive del fascismo fossile. Mentre la politica si attarda a mercanteggiare quote di emissioni, la suggestione di una coalizione climatica serve a mantenere un’idea della politica alternativa all’orizzonte normativo identitario e a quello cinico del neoliberalismo alleato con il capitalismo fossile. Immanuel Kant l’avrebbe chiamata un’idea-guida che serve a orientare il pensiero e l’azione. Max Weber avrebbe aggiunto: l’idea di una coalizione è il binario sul quale indirizzare il percorso. Limitiamoci a considerarla come John Dewey: uno strumento per l’azione. Servirà il desiderio di risolvere problemi concreti. Questo è il passaggio più difficile per chi resta a guardare la fine del mondo.

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