Comunità energetiche, la transizione che sfida crisi e dipendenza dal gas


Articolo tratto dal N. 93 di Fossili o fessi? Immagine copertina della newsletter

La crisi energetica del 2022 ha avuto due effetti opposti sulle sorti della transizione ecologica. Da un lato, le istituzioni europee si sono irrigidite. Fondi e attenzione sono stati deviati verso l’industria bellica, più che di Green Deal si è iniziato a parlare di Asap e poi di ReArm Europe.

I partiti politici che erano sempre stati refrattari alla transizione hanno colto l’occasione per mettere in salvo l’economia fossile e le sue narrazioni, mentre i governi si trovavano (più o meno) costretti a firmare patti di sangue con gli Stati Uniti per far arrivare da lì, oltre che da Azerbaijan, Qatar o Algeria, molto del gas che prima arrivava dalla Russia.

Tutto questo con una retorica che assestava un colpo durissimo alla transizione ma anche al movimento di massa ambientalista che era riuscito a sopravvivere persino al Covid quasi in buona salute: di fronte alla crisi energetica non si poteva più parlare di clima.

E intanto succedeva un’altra cosa: ci si iniziava a rendere conto del fatto che le rinnovabili non sono una soluzione solo per la crisi climatica, ma anche la soluzione più pragmatica e realistica all’inflazione e alla dipendenza energetica

Nonostante il discorso mainstream e governativo andasse in direzione opposta, per alcuni iniziava a essere chiara una cosa: anche senza parlare di clima, le rinnovabili convengono, sia in bolletta che in geopolitica. È da lì che passa la sicurezza energetica, non da risorse che inquinano e che, soprattutto, non abbiamo.

Quattro anni dopo, la crisi di Hormuz è arrivata a confermare questi sospetti.

Le CER: energia condivisa che resta sul territorio 

Viene da pensare in prima battuta a Paesi come la Spagna, che grazie alle rinnovabili hanno accusato sicuramente meglio di altri il colpo della guerra in Iran. Ma anche in Italia c’è chi ha cominciato ad attrezzarsi: le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), gruppi di cittadini, imprese o enti pubblici che producono, condividono e consumano energia da fonti rinnovabili, come il fotovoltaico. È uno strumento che consente di accedere a incentivi per la costruzione degli impianti, e ai consumatori di sfruttare l’energia elettrica prodotta in eccesso da uno o più produttori. 

La CER Via del Sole ha sede a Cagliari e coinvolge due soggetti vicini, affacciati su una stessa cabina primaria, ma con bisogni opposti. Da un lato c’è il mercato ortofrutticolo della Sardegna, che dispone di superfici vastissime e può ospitare 5 megawatt installabili di solare.

Dall’altro c’è La Corte del Sole, un centro commerciale a nord di Cagliari, che conta centinaia di negozi e diversi ristoranti, con un enorme bisogno di energia proprio nelle fasce diurne. «È una danza fra ritmi diversi» riassume Fiorella Stella, che fa parte della cooperativa Energy4com, membro di LegaCoop, e ha seguito passo dopo passo la formazione della CER sarda: «Sono in progettazione 13 impianti fotovoltaici. L’obiettivo per ora è di coprire il 60% de fabbisogno». 

Oggi, racconta Stella, la CER riunisce circa cento soci tra aziende e realtà del territorio, oltre al nucleo originario del centro commerciale, che da solo conta un altro centinaio di attività. Attorno alla comunità ruota una rete di stakeholdercooperative agricoleenti del Terzo settore e un dialogo sempre più stretto con i Comuni: «L’obiettivo è trasformare Via del Sole da iniziativa privata a modello misto, aperto anche alle amministrazioni pubbliche.

L’ambizione è una CER regionale capace, in futuro, di coinvolgere anche le famiglie, come strumento di rigenerazione del territorio». Si rovescia il concetto di hub energetico: energia che viene prima di tutto dal basso, necessariamente fatta di cooperazione e bisogni in dialogo. Enti locali, cittadini e imprese scoprono che, alleandosi, possono avere un controllo diretto sulle proprie bollette e mettersi almeno in parte al riparo dalle montagne russe della politica internazionale e dai poteri centralizzati che governano i flussi (e i prezzi) dell’energia fossile.

«Uno degli aspetti più innovativi del progetto è la distribuzione degli incentivi: il 45% va ai produttori e ai soci prosumer, il 25% ai consumatori, il 20% finanzia nuove comunità energetiche e il 10% copre la gestione della CER. Si punta a bilanciare gli interessi di chi investe negli impianti con quelli dell’intera comunità, reinvestendo parte delle risorse in nuova capacità produttiva e nuovi servizi» racconta Fiorella Stella. 

La sostenibilità economica è un elemento centrale perché queste esperienze hanno bisogno di essere scalabili. O meglio: noi abbiamo bisogno che queste esperienze siano scalabili, che nonostante il vento apparentemente avverso che soffia dal 2022 in poi, le Cer diventino una pratica sempre più diffusa, capace di mettere in salvo clima, portafogli e autonomia energetica.

Un modello che cresce, nonostante gli ostacoli 

In quest’ottica, tornando all’esempio di Via del Sole, il supporto di Energy4com serve anche a costruire una struttura finanziaria solida e pensata per essere replicata in altri territori con caratteristiche simili. 

E in effetti, alla faccia del vento avverso, il modello si sta diffondendo in tutte le regioni d’Italia. Tra le realtà più attive c’è Italia Rinnovabile, cooperativa aderente anch’essa a Legacoop, nata nel 2023 per promuovere e gestire comunità energetiche rinnovabili.

Oggi coordina nove CER tra Lazio, Umbria, Toscana e Veneto, con una struttura che punta a replicare il modello su scala nazionale: ogni comunità mantiene la propria autonomia, ma fa capo alla cooperativa, che ne coordina gestione e servizi.

A differenza di molte esperienze che si limitano a mettere in contatto produttori e consumatori, Italia Rinnovabile finanzia anche nuovi impianti, grazie a strumenti come il crowdfunding e il prestito sociale. «Le CER non devono esaurirsi con gli incentivi dei prossimi vent’anni», spiega la responsabile legale Angelica Almi. «Devono diventare comunità capaci di offrire servizi energetici e generare benefici permanenti per il territorio».

Restano però gli ostacoli: continui cambiamenti normativi, ritardi nell’erogazione degli incentivi da parte del GSE, il ridimensionamento dei contributi Pnrr e una diffidenza ancora diffusa tra cittadini e amministrazioni locali. Per Almi, la sfida è soprattutto culturale: far comprendere che una comunità energetica non è un investimento speculativo, ma uno strumento di partecipazione, capace di contrastare la povertà energetica e restituire valore alle comunità in cui l’energia viene prodotta. 

Le difficoltà non mancano: ritardi normativi, incertezze sul Pnrr e un quadro autorizzativo complesso. Il contesto sardo, in particolare, resta delicato anche per una forte opposizione culturale e ideologica, in parte ben comprensibile: negli ultimi anni la forte opposizione ai grandi impianti eolici e fotovoltaici è nata dal timore che le rinnovabili rappresentino solo una nuova formula estrattiva e il territorio venga sfruttato senza ricevere benefici. 

Ma anche su questa diffidenza le CER possono intervenire, proponendo un modello opposto: non capitali esterni che producono profitti altrove, ma valore economico che resta nelle comunità produttrici di energia. 

«Quando spieghiamo come funziona una comunità energetica, le persone capiscono la differenza», conferma Stella. Per questo le CER vengono sempre più viste come un’alternativa ai grandi impianti calati dall’alto: uno strumento per restituire ai territori, e ai sardi, il valore dell’energia che producono.


La rubrica Cronache della cooperazione nasce dalla collaborazione con Legacoop in vista della prossima Biennale dell’Economia Cooperativa (Milano, 9-10 ottobre 2026).

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