Comprare tempo con il gas.
Così l’Italia ha rinviato la transizione energetica


Articolo tratto dal N. 93 di Fossili o fessi? Immagine copertina della newsletter

Il ministero che ha sede a Roma, in via Cristoforo Colombo 44, ha cambiato nome quattro volte in meno di quarant’anni, due delle quali nel giro di venti mesi, e ogni ritocco alla targa, alla carta intestata, al dominio del sito internet, ha raccontato una stagione politica. 

Nato nel 1986 come Ministero dell’Ambiente, allungato negli anni con l’aggiunta del Territorio e del Mare (MATTM), nel febbraio del 2021, con la nascita del governo Draghi, è diventato Ministero della Transizione ecologica (MITE), assorbendo le competenze sull’energia fino a quel momento in capo allo Sviluppo economico. 

Il modello era quello francese, dove clima ed energia convivono da anni nella stessa amministrazione sul presupposto che chi decide gli obiettivi di riduzione delle emissioni debba avere in mano anche la leva delle fonti. Sulla carta significava trasformare il ministero cenerentola nella testata d’angolo dell’azione di governo.

I fatti raccontano un altro destino. Il dipartimento dell’energia, ultimo arrivato e per molto tempo mai definitivamente traslocato dal centro di Roma ai confini della Garbatella, assorbì progressivamente attenzione politica, personale e risorse, mentre le strutture storiche dedicate alla tutela del territorio e all’economia circolare arretravano. L’armonizzazione promessa non si realizzò mai e sotto la stessa sigla finirono per convivere due ministeri, uno dei quali cresceva a spese dell’altro.

La pace o i condizionatori accesi 

Poi, la guerra in Ucraina, scoppiata l’anno successivo, accelerò lo squilibrio. Nell’aprile del 2022, in una conferenza stampa dedicata alle sanzioni contro la Russia e all’ipotesi di un embargo sul gas di Mosca, Mario Draghi chiese agli italiani se preferissero “la pace o i condizionatori accesi”.

La frase significava una cosa precisa: per sostenere la pressione economica sul Cremlino il Paese avrebbe dovuto accettare sacrifici sui consumi energetici. In un claim, la dicotomia di pensiero di quel governo: l’energia era tema distaccato da tutto il resto, viaggiava da solo, rispondendo alla contingenza del momento, la pianificazione durata il tempo di un comunicato stampa. 

Tutta la macchina si stava muovendo in una direzione diversa da quella evocata con la costituzione del MITE, perché la scelta compiuta fu di diversificare gli approvvigionamenti e non le fonti. La parte del ministero che stipulava accordi e memorandum con Paesi produttori di gas non dialogava con quella che scriveva il Piano nazionale integrato energia e clima. 

Al gas russo si sostituì quello algerino, azero, liquefatto americano e qatariota, con l’acquisto di due navi rigassificatrici, mentre il rafforzamento delle rinnovabili, l’unico intervento capace di ridurre strutturalmente la dipendenza, restava la voce rimandabile perché non risolveva l’inverno successivo, il solo orizzonte che una gestione emergenziale riesce ad avere. Si compra tempo con il gas per non usare quel tempo a costruire l’alternativa al gas.

Un movimento analogo attraversò l’informazione. Nelle redazioni i settori specializzati in ambiente vennero svuotati e i giornalisti con formazione specifica furono ricollocati nelle pagine economiche. Però la compenetrazione delle competenze non ci fu: come il gas aveva assorbito le rinnovabili nell’agenda di governo, l’economia assorbì il sapere ambientale nei giornali, comprimendo gli spazi dedicati a questi temi proprio negli anni in cui sarebbero serviti di più.

Con il governo Meloni, nel novembre del 2022, la transizione è scomparsa anche dal nome e il dicastero è diventato Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (MASE). Nuova targa, nuova carta intestata, mesi per trasformare caselle mail e aggiornare il sito, ma sono i dati a misurare la distanza tra le stagioni. 

Spagna: la differenza la fanno le bollette 

Secondo Terna, il gestore della rete italiana, nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda elettrica nazionale, in calo rispetto al 42% dell’anno precedente e lontane dal 47,4 che il Piano nazionale energia e clima fissava come obiettivo. Il fotovoltaico ha toccato il record di 44,3 terawattora, ma il crollo dell’idroelettrico e il rallentamento delle nuove installazioni, scese a 7,2 gigawatt, hanno restituito centralità al termoelettrico, cresciuto del 4,6%, mentre le importazioni di gas liquefatto, certifica ARERA, aumentavano del 44% in un anno.

Il confronto con la Spagna chiarisce cosa sia una visione. Tra il 2019 e la metà del 2025 Madrid ha aggiunto oltre 40 gigawatt di eolico e solare, chiudendo il 2025 con il 55,5% di elettricità rinnovabile secondo Red Eléctrica. La differenza si legge in bolletta: secondo il think tank Ember, nel primo semestre 2025 le fonti fossili hanno determinato il prezzo dell’elettricità spagnola soltanto nel 19% delle ore, contro il 75 del 2019.

Il gioco del prestigiatore  

L’unico investimento presentato come visione riguarda il nucleare, con la delega approvata alla Camera il 4 giugno scorso e ora all’esame del Senato. Il testo non autorizza alcun impianto ma apre un cantiere normativo i cui primi reattori, ammette lo stesso ministro Pichetto Fratin, non arriverebbero prima del 2034.

Ammesso che siano sul mercato per quella data. Più che una visione somiglia al gioco di un prestigiatore, che indica un punto lontano perché il pubblico non guardi il presente. E nel presente la strategia rimane quella inaugurata nel 2022, gas e ancora gas, con il carbone sullo sfondo: le centrali di Civitavecchia e Brindisi non sono state smantellate per ragioni di sicurezza nazionale, ha spiegato il ministro, e restano riattivabili con un decreto se il prezzo del gas supera i 70 euro.

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