Chi decide l’energia del futuro?
La forza della partecipazione nella transizione energetica


Articolo tratto dal N. 93 di Fossili o fessi? Immagine copertina della newsletter

Energy poverty, heating poverty, cooling poverty. Per ogni emergenza troviamo un nome apposito: funziona così. Molto meno efficace è invece la ricerca di soluzioni a queste crisi, che sono sistemiche e ormai sotto gli occhi – e sulla pelle – di ognuno di noi. Con una certezza: l’impatto non è uguale per tutti e tutte, e le disuguaglianze continuano a crescere.

La crisi climatica nelle nostre vite

Prima l’invasione russa in Ucraina nel 2022, poi la crisi dello Stretto di Hormuz, e ora una delle ondate di calore più estese e prolungate della storia europea. Il risultato? Blackout diffusighiacciai al collassocentrali nucleari costrette a spegnersi perché i fiumi sono troppo caldi per raffreddarle, migliaia di vittime e un malessere collettivo che non è più possibile ignorare. 

L’energia è entrata a gamba tesa nelle nostre vite, tra bollette insostenibili e un accesso sempre più difficile a quello che dovrebbe essere un diritto fondamentale, non un lusso. Il filo rosso? Una cronica e strutturale impreparazione istituzionale nel fornire risposte a lungo termine, le cui conseguenze pesano in modo disuguale su persone e territori.

Superare la logica dell’emergenza resta un miraggio, soprattutto in Italia, ancora fortemente dipendente dal gas naturale importato e con una transizione verso le rinnovabili che, oltre a essere troppo lenta, è frenata da continue tensioni sul territorio che sconta la totale mancanza di ascolto e coinvolgimento di chi lo abita e lo vive.

L’impreparazione del potere di fronte a condizioni di vita sempre più incerte e preoccupanti è palese. E il tema energetico è la cartina al tornasole di questo vuoto politico, in gran parte doloso.

Man mano che le temperature e l’energia accumulate dal sistema climatico aumentano, nel quotidiano si moltiplicano i problemi di accesso alle risorse. Soprattutto quelle per il raffrescamento: in Italia, il 44% delle famiglie non possiede un condizionatore, ormai diventato un mezzo di adattamento indispensabile per far fronte alle fasi più critiche

Quali spazi per la partecipazione collettiva? 

“Gli effetti della crisi climatica mostrano come disastri ed eventi estremi non rientrino più nel regime dell’eccezione bensì in quello dell’ordinario.

Al contrario, risposte che dovrebbero essere di portata eccezionale si traducono in interventi soft seguendo la logica di quello che Dunn (2012) definisce Adhocracy, una forma di potere basata su norme e pratiche che, intenzionalmente, creano caos e vulnerabilità”.

Così scrivevamo io e la mia amica e collega Giada Coleandro nel 2023, sottolineando anche che: “l’insieme di soluzioni lineari, imposte dall’alto e di stampo tecnocratico non solo non è più sufficiente ad affrontare le incertezze [del sistema climatico, socio-economico…] ma si rivela dannoso poiché impedisce l’affermarsi di visioni, istituzioni e pratiche diverse, essenziali per la costruzione di futuri – energetici – possibili e desiderabili”.

Se vi è una certezza in tutto questo disordine è che la crisi climatica richiede di ripensare come e da chi l’energia viene prodotta e utilizzata.

Servono pratiche diverse – non per forza nuove, ma capaci di innovare – che creino legami solidali con l’obiettivo di superare, insieme, una visione di transizione come partita puramente tecnica, affrontandola come una questione di giustizia sociale. 

Possibili risposte arrivano dal basso. Ma quali spazi reali esistono per una partecipazione comunitaria, capace di unire scale diverse e attori differenti intorno alla questione energetica?

Se le relazioni solidali e il mutuo aiuto si rivelano vitali per rispondere ai disastri – esempi più o meno recenti a cui possiamo rimandare sono la creazione del movimento di supporto e mutuo aiuto Occupy Sandy, sorto da Occupy Wall Street nel 2012 per rispondere collettivamente ai danni dell’uragano Sandy a New York; o, ancora, le Brigate Volontarie per l’Emergenzacostituitesi in risposta alle difficoltà sorte durante i lockdown proclamati per il contenimento della pandemia di Covid-19 con lo scopo di aiutare chi più in difficoltà, possiamo e dobbiamo trasferire questa forza nei processi di generazione energetica diffusa.

Creare comunità sociali ed energetiche capaci di decidere come, quanto produrre, distribuire e consumare è ormai imprescindibile.

Nel suo libro Energy Islands, Catalina M. de Onís spiega che il percorso verso la giustizia energetica si fonda su quattro pilastri, le quattro “D”: decarbonizzazione, decentralizzazione, democratizzazione e decolonizzazione. In questo scenario, ripensare l’energia significa prima di tutto ripensare le relazioni umane e non-umane attraverso la partecipazione, la collaborazione, la condivisione e la produzione di nuova conoscenza. 

Le Cer: un’alternativa al monopolio energetico 

Un esempio concreto viene dall’Italia, dove nell’ottobre 2025 oltre 160 persone in rappresentanza di più di 30 Comunità energetiche rinnovabili e solidali (Cers) – a sottolineare la crucialità della dimensione sociale nel complesso processo di riorganizzazione energetica – si sono incontrate all’ex GKN di Campi Bisenzio, simbolo di una riconversione dal basso, per costruire insieme una transizione energetica giusta e per stabilire un coordinamento nazionale finalizzato a fare rete favorendo la partecipazione per il bene comune.

Nonostante i numerosi ostacoli e limiti istituzionali, burocratici ed economici, le Cer sono oggi la manifestazione più concreta di una gestione collettiva, comunitaria e locale dell’energia. Esse rappresentano anche un modello di quella che Catalina M. de Onís definisce “un’alternativa democratica al potere monopolistico [delle multinazionali del fossile] che riproduce esclusione e precarietà” (de Onís, 2018).

Le soluzioni, dunque, esistono. Senza romanticizzare un percorso costellato di fatiche, politiche incerte, porte in faccia e continue riprogrammazioni, è cruciale sapere che altri futuri energetici sono immaginabili e, quindi, possibili. 

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