In occasione del primo sciopero generale della storia italiana, nel 1904, la stampa locale milanese raccontò l’occupazione dell’Arena da parte dei lavoratori in lotta. I giornali dell’epoca riportavano anche come la piccola criminalità milanese, la cosiddetta “ligera”, avesse sostenuto gli operai e le loro famiglie portando all’Arena, sera dopo sera, merci rubate, cibo e vestiti.
Era un racconto sfumato, ambiguo, anche un poco teatrale. Di quelli che la stampa minuta consegna al futuro con una miscela difficile da sciogliere: enfasi, deformazione, compiacimento, verità materiali. All’epoca avevo usato quel racconto per smontare, da “bravo” storico, la retorica della solidarietà tra classe operaia e piccola criminalità, senza però cogliere l’altro pezzo di senso che sfuggiva al fact-checking.
Era un titolo acchiappa-attenzione, utile a gettare discredito sulla classe operaia, e in seguito è stato usato anche a sinistra per raccontare, con altra retorica, che i poveri fossero sempre solidali tra loro. Non era così. Tra operai e marginali esisteva una distanza abissale in termini sociali (orgoglio del lavoro vs. rifiuto del lavoro, per esempio), e gli operai si associavano spesso alla borghesia nella richiesta di più sicurezza. C’era insomma, in quel racconto, una miscela di “menzogne addossate a verità, quelle che meglio funzionano”, per dirla con Javier Cercas. Eppure, col tempo, mi sono accorto che il punto non era lì, o almeno non soltanto lì.
Quel racconto lasciava intravedere qualcos’altro: un noi tutt’altro che limpido, tutt’altro che armonico, e tuttavia ancora capace di attrarre, di allargarsi per un tratto, di trascinare dentro di sé anche figure laterali, opache, marginali.
È questo che continuo a trovarvi dentro. Non l’immagine di una solidarietà pura. Piuttosto la traccia di un tempo in cui il conflitto collettivo aveva ancora una forza di irradiazione che oggi riconosciamo meno. In quel passaggio storico, la prima grande controffensiva individualista, quella di Primo Novecento, quella che poi avrebbe portato ai fascismi, doveva ancora dispiegarsi fino in fondo. Il movimento operaio e quello socialista avevano già dato alla dimensione collettiva una forza nuova, una capacità d’organizzazione, una promessa di moltiplicazione dello sforzo singolo che non cancellava l’individuo, lo trascinava fuori dal proprio recinto, lo esponeva a una storia più grande. Anche in questo c’era una parte di retorica. Capitava infatti che lavoratori autoctoni si scagliassero contro lavoratori non autoctoni: la protezione del lavoro interno è costitutiva della stessa storia del movimento operaio, ma le retoriche avevano, e hanno, una funzione politica.
Dal “noi” alla “tirannide dell’io”
Oggi facciamo fatica a riconoscere scene simili. Il mondo è cambiato, certo. Sono cambiati il lavoro, la città, le appartenenze. Però non basta dirlo così. Facciamo fatica perché si è assottigliata la nostra capacità di pensare l’esperienza individuale come parte di una storia comune. L’io occupa ovunque il centro del discorso. Chiede voce, riconoscimento, visibilità. Si espone. Si racconta. Talvolta si impone. Molto più raramente riesce a uscire da sé, a farsi linguaggio condiviso, a entrare in una trama che lo superi senza schiacciarlo.
Qui Enzo Traverso coglie qualcosa di decisivo quando mette a fuoco quella che chiama la tirannide dell’io. Ha ragione. L’io si è fatto misura quasi obbligata del discorso pubblico, del racconto di sé, perfino della memoria e del conflitto. Tuttavia, a mio parere, includere l’io nella storia, oggi, è urgente oltre che necessario. Lo è perché senza quell’io, senza la sua ferita, senza la sua esitazione, senza la sua esposizione, una parte decisiva del presente ci sfugge. Lo è anche perché i grandi linguaggi collettivi del Novecento non bastano più, da soli, a dire la frammentazione che ci circonda.
Per una lunga fase della storia italiana, e poi repubblicana, il passaggio dal vissuto alla storia comune è stato era meno difficile. Esistevano luoghi, forme, corpi collettivi capaci di dare al disagio una lingua pubblica.
Il partito, il sindacato, il quartiere, il lavoro organizzato, certe culture politiche funzionavano anche così: trasformavano la biografia in conflitto, il conflitto in domanda politica, la ferita in qualcosa che cercava una composizione. Piaccia o non piaccia, tutte le esperienze politiche degli anni Settanta, quelle del “personale è politico”, lo hanno fatto ampiamente. Tutto questo aveva un prezzo: gerarchie, rigidità, esclusioni. Però aveva una forma.
Quella forma si è incrinata da tempo. La deindustrializzazione ha smontato fabbriche, cicli produttivi, quartieri e intere città. Ha sbriciolato mondi, ha interrotto continuità, ha dissolto geografie sociali, ha consumato lessici condivisi. Ha lasciato dietro di sé vite più sole, più intermittenti, più esposte. E ha lasciato anche un problema di racconto. Quando l’esperienza comune si sfalda, si sfalda la lingua che dovrebbe contenerla. La storia inciampa. E insieme alla storia inciampa la scrittura.
Ripartire dalla dimensione del conflitto
Per tutti questi motivi, l’io va preso sul serio. Va preso sul serio perché spesso è il luogo in cui la storia si deposita quando ha perduto le sue vecchie mediazioni. Lasciarlo fuori dalla ricerca significa rinunciare alla comprensione di una parte del mondo. Lasciarlo fuori dalla politica significa perdere la possibilità di parlare a soggetti reali, feriti, contraddittori, ancora disponibili al conflitto.
Il problema comincia dopo, quando l’io pretende di bastare a sé stesso, oppure quando la politica, incapace di mediare interessi e conflitti, si rifugia nell’identità compatta, nella nazione, nell’unità come clava.
È qui che Repubblica e nazione rischiano di separarsi davvero. La Repubblica regge finché accetta interessi divergenti, vite diseguali, conflitti reali. Regge finché il legame democratico conserva il carattere di una composizione esposta, sempre incompleta, sempre bisognosa di mediazione. Regge finché il noi è instabile e dinamico, passibile di nuove inclusioni, anche quando muove da identità forti. La nazione, quando pretende totalità, chiede invece compattezza, sospende le fratture interne, dispone la gerarchia, prepara la mobilitazione. A quel punto il conflitto viene compresso all’interno e rilanciato verso l’esterno.
Per questo servono ancora la scrittura, lo studio, l’analisi. Servono per accogliere il conflitto e la pluralità, che restano il sale della democrazia e restano anche il sale della ricerca. Studiare e scrivere significa ancora questo: sottrarsi alle semplificazioni, restare dentro le contraddizioni, non avere paura della materia sporca che la realtà ci consegna. Cercare un nuovo bilanciamento tra una verità che non esiste di per sé e una nuova poetica. Il vecchio mondo dei soggetti collettivi non torna.
L’io, lasciato solo, non regge il peso della storia che lo attraversa. In mezzo resta uno spazio scomodo, ancora privo di forma stabile. È lì che bisogna stare: con il conflitto, con lo studio, con una scrittura e una politica che provino a non tradire la grana ruvida del presente.
