Il lavoro, cantiere abbandonato della Repubblica


Articolo tratto dal N. 86 di La Repubblica siamo noi Immagine copertina della newsletter

Lavoro e Costituzione: il cantiere incompiuto della Repubblica

“Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.

L’articolo 46 della Costituzione italiana è un campo di battaglia e di negoziazione tra visioni politiche a dir poco eterogenee sui rapporti di potere che governano la sfera economica e i suoi centri nevralgici: i luoghi di lavoro e della produzione.

I cosiddetti “cantieri aperti della Repubblica” sono i nodi ancora da sciogliere affinché si compia a pieno quell’Italia liberata ottant’anni fa dal nazi-fascismo, in cui la sovranità appartiene al popolo e non più al re.

Proprio al lavoro, che ottant’anni fa si è aggiudicato il gradino più alto del dettato costituzionale.

Quel lavoro si configurava come terreno di rifondazione valoriale e materiale: eccedeva la dimensione salariale e ridefiniva la cittadinanza, la dignità e la partecipazione allo sviluppo in senso democratico del sistema-paese.

Non mi riferisco semplicemente alla presente, viva e lunga stagione di regressione della centralità di chi lavora dall’intero repertorio di politiche pubbliche.

Penso anche alla crescente criminalizzazione del dissenso della classe lavoratrice: nelle piazze, manu militari, e dentro i luoghi di lavoro – quando a far la voce e il bastone grossi sono direttamente i padroni.

Si vedano i recenti pestaggi di lavoratori e sindacalisti nella zona industriale del Macrolotto di Prato o la riduzione in schiavitù di lavoratori agricoli migranti recentemente denunciata nel potentino.

Ma penso anche e soprattutto alla continuità storica di questi lavori in corso attorno e dentro la questione-lavoro, a partire da alcuni punti di attenzione specifica su cui vale la pena riflettere, in occasione di questo anniversario tondo, per come rientrano nell’architettura costituzionale del nostro paese.

Legittimamente, in tante e tanti ci rallegriamo della vittoria del No al referendum: la maggioranza delle italiane e degli italiani ha scelto di non lasciar campo al governo Meloni – così come fu per Renzi, sulla partita delle riforme costituzionali.

Eppure, lo iato tra dettato e attuazione dei principi in materia di lavoro assume sempre più i tratti, frastagliati, di una voragine.

Nell’anomalia di un impianto che tiene insieme tutela della proprietà privata e della libertà d’impresa unitamente alle loro funzioni sociali, il lavoro e l’agency di chi lavora è un campo di battaglia e di negoziazione tra visioni politiche a dir poco eterogenee sui rapporti di potere che governano la sfera economica e i suoi centri nevralgici: i luoghi di lavoro e della produzione.

L’articolo 46 della Costituzione, si configurava come un tentativo di rispondere alla domanda: Chi governerà la produzione nell’Italia del futuro?

La lunga storia della partecipazione operaia

“Partecipare”. La prima stesura del progetto costituzionale del 1946 propendeva per “Lo Stato assicura il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende ove prestano la loro opera”.

Una scelta radicata nell’eredità di riflessione teorica e di lotte sociali animate dal movimento operaio italiano nel Novecento sul fronte del coinvolgimento diretto dei lavoratori era radicata nella riflessione teorica e nelle lotte sociali animate dal movimento operaio italiano nel Novecento.

In pieno Biennio Rosso, culminato con le grandi occupazioni delle fabbriche. su L’Ordine Nuovo, Antonio Gramsci preconizzava la trasformazione delle Commissioni Interne, i primi organismi di rappresentanza di lavoratori eletti, in veri e propri Consigli di Fabbrica, in cui “l’esercizio della sovranità è un tutt’uno con l’atto di produzione”; prodromi, insomma delle unità di produzione e governo per la rivoluzione socialista.

Il decreto del 17 aprile 1945 del Consiglio di Liberazione Nazionale (CLN)cancella di fatto la legislazione fascista e aggiorna il principio della partecipazione che il regime aveva millantato nel Manifesto di Verona, il piano programmatico della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.

La lotta di liberazione consolida l’idea di controllo operaio come difesa della produzione in funzione antifascista: le fabbriche vengono occupate e i macchinari protetti dalla distruzione e dagli espropri dei tedeschi in ritirata.

I Comitati di Liberazione Aziendale prima e i Consigli di Gestione poi, sebbene non coincidano con il controllo operaio della lezione gramsciana, garantiscono, nella transizione, la rappresentanza delle maestranze e un ruolo decisionale sulle scelte produttive, soprattutto laddove permanevano posizioni dirigenziali vacanti a causa dei procedimenti di epurazione.

È da questo repertorio di avvenimenti che prende le mosse, in sede di Assemblea costituente, la rivendicazione, di area comunista e di parte del mondo cattolico, di una partecipazione dei lavoratori che non poteva ridursi a una semplice consultazione.

Occorreva, infatti, riconoscere ai lavoratori un ruolo attivo nei processi produttivi e, più in generale, dentro una più ampia idea di controllo sociale dell’economia, come un terreno attraversato dal conflitto ma anche da responsabilità collettive. Si configurava così un disegno di democrazia economica che faceva paura all’imperativo dell’efficienza produttiva, all’unità di comando dell’impresa, financo alla tutela della proprietà privata.

Da “partecipare” a “collaborare”: cosa resta della democrazia economica

“Collaborare”. Nella lezione definitiva del ’48 la trasformazione da “partecipare” a “collaborare” ri-orienta i rapporti di forza in questo senso. A proporre la formula è Giovanni Gronchi (Dc) che immaginava una gradualità del coinvolgimento dei lavoratori nella gestione delle imprese. Un tiepido tentativo di riconoscere la centralità del lavoro iniettando una buona dose di rassicurazione all’unità imprenditoriale e ai suoi interessi.

Con che verbo chiudere questo contributo – e possibilmente fotografare al meglio lo stato di salute dei rapporti di forza dentro i luoghi di lavoro?

Sacrificare”. Come ben illustrato nella issue di Pubblico dell’8 marzo, ai “corpi minori” che producono la ricchezza reale, alla classe lavoratrice viene permesso di contribuire al buon funzionamento dell’impresa attraverso il sacrificio.

Dei corpi, attraversati dalle nocività dei settori più inquinanti e usuranti.

Della psiche, attanagliata nel ricatto occupazionale, nella mobilità coatta, nella contrazione del tempo libero.

Della materialità delle proprie vite, sull’altare di una realizzazione personale che assume sempre più i tratti di un miraggio.

Ecco perché il cantiere-lavoro della Repubblica resta aperto, anzi sembra abbandonato.

La democrazia economica che scorre tra i principi fondamentali della Carta non trova riscontro nella vita quotidiana: riguarda, in fondo, la possibilità, per lavoratrici e lavoratori, di scegliere e riprendere possesso delle proprie vite, in una dimensione collettiva.

In tempi così interessanti, c’è per caso qualche forza politica, magari del cosiddetto campo progressista, che desidera dedicarsi genuinamente a questa battaglia?

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