La centralità della Repubblica nella Costituzione
Se volessimo approntare un lessico per la nostra Repubblica alla luce dei suoi ottant’anni di storia, occorrerebbe muovere dal testo della Costituzione. Se di esso apprezziamo il costrutto semplice ed essenziale, di facile fruizione già nel fondativo “momento repubblicano”, l’evidente gerarchia linguistica delle parole ancora ci dice molto. La parola “Repubblica” compare 71 volte, mentre assai limitata risulta la presenza di lemmi come “nazione” (tre volte) e “patria” (2 volte).
L’ingombro ereditato dal regime fascista, che ne aveva ideologizzato il significato, ne consigliò in Assemblea Costituente un uso limitato e mirato. Si allude alla “nazione” quando si tratta della tutela di paesaggio e patrimonio storico-artistico-ambientale (art. 9), dei parlamentari come suoi rappresentanti (art. 67) e del “servizio esclusivo” cui sono chiamati i pubblici impiegati (art. 98). Si allude invece alla “patria” quando si ricorda che la sua difesa è un “sacro dovere del cittadino» (art. 52) e laddove si esplicitano i meriti acquisiti dalle personalità cui il Presidente riconosce il titolo di senatore a vita (art. 59).
La quantificazione lessicale prefigura la centralità della Res publica nella configurazione dei valori e dei principi che sovraintendono non solo l’ordinamento dello Stato (che torna 59 volte nel testo costituzionale) ma anche il rapporto tra le istituzioni democratiche, i corpi sociali e i cittadini. La diversa declinazione storico-politica e socio-culturale delle quattro lemmi richiamati – Repubblica, Stato, Nazione, Patria – permette di qualificare l’“Italia della Repubblica” con le sue intonazioni differenziate (antifascista o moderata, progressista o conservatrice, ecc.).
Per Carocci editore Maurizio Ridolfi ha scritto L’Italia della Repubblica. Ottant’anni di storia (1946-2026), Roma, 2026.

Scelta la forma di Stato e definita la Carta costituzionale, occorreva non solo ricostruire l’identità nazionale ma “fare l’Italiano repubblicano”. Il problema fu che le maggiori culture politiche di massa – democratico-cristiana e comunista – si alimentavano di idealità universalistiche. Accadde allora che – come osservò Angelo Ventrone – nello sviluppare la solidarietà sociale e la coesione della comunità nazionale, gli italiani non sentissero la cittadinanza repubblicana come acquisizione e patrimonio comune, ma come funzione delle appartenenze politiche.
Ancora trent’anni dopo, tra 1975 e 1978, se di fronte allo sviluppo del terrorismo e della lotta armata si ebbe un “ritorno” di patriottismo costituzionale, esso però, osservò Silvio Lanaro, risultando insufficiente a contrastare il sentimento di debole identità culturale degli italiani, non avrebbe mutato le condizioni di una sostanziale e perdurante «solidarietà senza nazione».
L’identità contestata
Rispetto alla conclamata “parabola della “Repubblica dei partiti”, attori della lunga crisi di incompiuta transizione che si aprì dopo il 1978, divenendo eclatante con i primi anni Novanta, furono i presidenti della Repubblica. Con la funzione di arbitro delle regole del gioco e la difesa della legalità repubblicane, essi furono chiamati a tutelare l’immagine indistinta se non indebolita della “nazione repubblicana”, pur affermatasi negli anni del boom economico e della modernizzazione del Paese.
In un clima di contestazione dei simboli dell’identità nazionale, si palesò una crisi politica e morale che contemplava sia la sfera della cittadinanza sia quella della memoria culturale.
Sarebbe stato il processo di integrazione europea ad indurre la ridiscussione del rapporto esistente nella storia dell’Italia democratica tra le rappresentazioni territoriali della “nazione repubblicana” e le eredità (dissimulate ma ancora presenti) del retaggio coloniale e nazional-fascista. Ma ciò non può bastare.
Emblematica fu l’immagine della Repubblica che – intorno al 2011 – le celebrazioni dei 150 anni delinearono. Esse evidenziarono una condizione paradossale: alla evidente debolezza dell’immagine dello Stato (anche nella sua forma repubblicana) corrispose un‘idea reiterata di “nazione italiana” nella sua configurazione di una “Italia delle Italie”. «L’identità repubblicana – osservò lo storico della lingua Riccardo Gualdo – passa in secondo piano rispetto all’appartenenza territoriale e addirittura etnica, in chiave nazionale o regionale e municipale».
Con le nuove sfide globali e internazionali, alla crisi della Repubblica e della sua classe dirigente nel non aver saputo impedire il declino del Paese, occorre dunque opporre una straordinaria azione storico-culturale, sociale e civile, intesa a ridestare e rimotivare il senso smarrito di una effettiva “nazione repubblicana”.
