Organizzarsi per realizzare i nuovi “sogni impossibili” della Repubblica


Articolo tratto dal N. 86 di La Repubblica siamo noi Immagine copertina della newsletter

Perché oggi non crediamo più nel potere dell’azione collettiva?
Dovremmo capire in quale momento storico o culturale, in Italia, abbiamo smesso di credere che le cose potessero davvero cambiare grazie all’azione collettiva (movimenti, piazze, organizzazione politica e sociale).

E forse, per recuperare quella fiducia, conviene guardare ai momenti in cui invece i cambiamenti sono davvero avvenuti nel passato: capire come e perché sono stati possibili.

Passione collettiva per cambiamenti “impossibili”

Tra le cose facili, per chi è della mia generazione viene in mente subito l’Europa: un sogno pensato al confino nazifascista nel 1943, a Ventotene, nel momento peggiore della storia del nostro continente. Alcune persone molto diverse fra loro hanno sognato un continente finalmente in pace e persino capace di collaborare tra i vari Stati. E, con tutti i “ma” del caso, quel sogno l’abbiamo realizzato nel giro di decenni, grazie a movimenti molto diversi, politici e non solo, anche economici.

Un altro di quei sogni impossibili che abbiamo cambiato negli ultimi decenni è quante ore lavoriamo al giorno. Il weekend esiste letteralmente dall’altro ieri, da 50 anni, da quando è stato approvato lo Statuto dei Lavoratori a inizio anni ’70. Una cosa che chi è nato nei miei anni — io sono del ’93 — non ha la minima idea di cosa sia, di come sia arrivato, di cosa contenga. E del fatto che prima di quello Statuto non ci fosse nessun limite alle 40 ore settimanali: si lavorava 44, 48 ore. E prima ancora, ovviamente, c’era la rivendicazione storica delle otto ore di lavoro al giorno, quando a inizio secolo erano invece 10, 12, o prima ancora 14.

Quei cambiamenti, che sembravano impossibili, sono arrivati grazie alla pressione collettiva dei famosi corpi intermedi, che di nuovo la mia generazione fatica persino a definire. E, se li conosce, spesso non ne coglie il pieno significato, perché forse non li ha mai visti in azione nella loro potenza: sindacati, associazioni di lavoratori, movimenti molto grandi e che ti facevano credere nel potere collettivo.

Per noi, invece, è facile non appartenere a organizzazioni così grandi, ma concentrarci su singoli temi, su battaglie verticali che ci si parano davanti come inevitabili: i cambiamenti climatici per Fridays for Future, la Palestina, o altri movimenti che abbiamo visto negli ultimi tempi. Molto meno, invece, su una visione ampia, collettiva, organica, che proponga in maniera sistemica i cambiamenti e che faccia la giusta pressione, organizzandosi in modo intelligente e democratico per farlo.

Sicuramente negli ultimi anni — meglio: decenni — il mondo è cambiato molto. Gli stati hanno un potere più limitato rispetto a un tempo, pensando allo strapotere delle corporation, alla finanziarizzazione dell’economia e a quanto sia cambiato anche il potere concentrato in pochissime mani: pochissime persone ultra-ricche che stanno nella Silicon Valley e dintorni e che, grazie agli algoritmi, riescono a cambiare cosa abbiamo intenzione di fare, cosa vediamo, cosa leggiamo e cosa scegliamo – oltre che scavalcare i governi e le economie reali, rendendo tanti lavori dei “lavoretti” e nelle mani di algoritmi imprevedibili.

Un nuovo patto per il lavoro e la transizione ecologica

Questo non vuol dire che non ci si possa ancora organizzare in forme evidentemente nuove e cambiare le cose. In primis, per i nostri diritti: vivere una vita dove il lavoro non sia il centro, il fulcro di tutta la nostra esistenza, ma dove sia invece una delle cose che facciamo e in cui ci sentiamo realizzate e realizzati.

Organizzarsi anche per chiedere una transizione ecologica giusta, che distribuisca i vantaggi che possono esserci per il 99% della popolazione: produrre energia in maniera condivisa, spostarsi in maniera efficiente, non rimanere ore bloccati nel traffico per andare a un lavoro che magari non ti consente nemmeno di vivere, abitare in appartamenti inefficienti, pagare bollette carissime con cui finanziamo “dittatori fossili” in giro per il mondo da cui importiamo petrolio o gas..,s dalla Russia all’Egitto. 

Il problema – come spesso capita – non è tecnico o tecnologico: quel tipo di soluzioni le abbiamo già, e da anni. Quello che manca sono le nuove forme di organizzazione per rendere quelle soluzioni reali e concrete, in una modalità evidentemente nuova, a cavallo fra attivismo e politica.  

Dare forma a un’“Italia Impossibile”

Ci stiamo provando con “Italia Impossibile”, la rete di attivisti, realtà sociali e movimenti nata per ricostruire partecipazione politica e mobilitazione dal basso: cambiare la narrazione su ciò che riteniamo impossibile e che invece non dovremmo considerare tale, e cominciare a farlo – per esempio sugli spazi pubblici in varie città d’Italia, per ricreare quella forma di comunità da cui nasce anche un cambiamento reale.

La sfida di “Italia Impossibile” è far capire soprattutto alle giovani generazioni che le cose possono ancora cambiare. Negli ultimi anni si è diffusa una sfiducia profonda non solo verso la politica istituzionale, ma anche verso l’idea stessa che organizzarsi, scendere in piazza o fare pressione sui territori possa produrre effetti reali.

Per questo, secondo il movimento, “sporcarsi le mani” resta fondamentale. Farlo però significa oggi ripensare anche le forme dell’organizzazione: adattarsi a modalità più ibride e fluide rispetto a quelle dei grandi corpi collettivi del Novecento, senza dimenticare il ruolo che strutture come sindacati e partiti continuano ad avere.

Non solo perché in Italia, per ogni elettore under 30, ce ne sono circa tre over 60 — generazioni che hanno visto funzionare partiti e sindacati — ma anche perché quei corpi intermedi continuano a essere una componente essenziale della democrazia, pur avendo perso parte della loro forza.

Per questo serve costruire convergenze tra realtà diverse attorno ad alcune priorità condivise: redistribuire la ricchezza, ridurre il tempo di lavoro, affrontare la crisi climatica e rendere la transizione ecologica un’opportunità anche per i territori. L’idea è semplice: senza organizzazione collettiva, anche gli obiettivi che sembrano necessari continueranno ad apparire impossibili. Mentre sono impossibili solo fino al momento in cui li avremo realizzati.

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