Perché oggi non crediamo più nel potere dell’azione collettiva?
Dovremmo capire in quale momento storico o culturale, in Italia, abbiamo smesso di credere che le cose potessero davvero cambiare grazie all’azione collettiva (movimenti, piazze, organizzazione politica e sociale).
E forse, per recuperare quella fiducia, conviene guardare ai momenti in cui invece i cambiamenti sono davvero avvenuti nel passato: capire come e perché sono stati possibili.
Passione collettiva per cambiamenti “impossibili”
Tra le cose facili, per chi è della mia generazione viene in mente subito l’Europa: un sogno pensato al confino nazifascista nel 1943, a Ventotene, nel momento peggiore della storia del nostro continente. Alcune persone molto diverse fra loro hanno sognato un continente finalmente in pace e persino capace di collaborare tra i vari Stati. E, con tutti i “ma” del caso, quel sogno l’abbiamo realizzato nel giro di decenni, grazie a movimenti molto diversi, politici e non solo, anche economici.
Un altro di quei sogni impossibili che abbiamo cambiato negli ultimi decenni è quante ore lavoriamo al giorno. Il weekend esiste letteralmente dall’altro ieri, da 50 anni, da quando è stato approvato lo Statuto dei Lavoratori a inizio anni ’70. Una cosa che chi è nato nei miei anni — io sono del ’93 — non ha la minima idea di cosa sia, di come sia arrivato, di cosa contenga. E del fatto che prima di quello Statuto non ci fosse nessun limite alle 40 ore settimanali: si lavorava 44, 48 ore. E prima ancora, ovviamente, c’era la rivendicazione storica delle otto ore di lavoro al giorno, quando a inizio secolo erano invece 10, 12, o prima ancora 14.
Quei cambiamenti, che sembravano impossibili, sono arrivati grazie alla pressione collettiva dei famosi corpi intermedi, che di nuovo la mia generazione fatica persino a definire. E, se li conosce, spesso non ne coglie il pieno significato, perché forse non li ha mai visti in azione nella loro potenza: sindacati, associazioni di lavoratori, movimenti molto grandi e che ti facevano credere nel potere collettivo.
Per noi, invece, è facile non appartenere a organizzazioni così grandi, ma concentrarci su singoli temi, su battaglie verticali che ci si parano davanti come inevitabili: i cambiamenti climatici per Fridays for Future, la Palestina, o altri movimenti che abbiamo visto negli ultimi tempi. Molto meno, invece, su una visione ampia, collettiva, organica, che proponga in maniera sistemica i cambiamenti e che faccia la giusta pressione, organizzandosi in modo intelligente e democratico per farlo.
Sicuramente negli ultimi anni — meglio: decenni — il mondo è cambiato molto. Gli stati hanno un potere più limitato rispetto a un tempo, pensando allo strapotere delle corporation, alla finanziarizzazione dell’economia e a quanto sia cambiato anche il potere concentrato in pochissime mani: pochissime persone ultra-ricche che stanno nella Silicon Valley e dintorni e che, grazie agli algoritmi, riescono a cambiare cosa abbiamo intenzione di fare, cosa vediamo, cosa leggiamo e cosa scegliamo – oltre che scavalcare i governi e le economie reali, rendendo tanti lavori dei “lavoretti” e nelle mani di algoritmi imprevedibili.
Un nuovo patto per il lavoro e la transizione ecologica
Questo non vuol dire che non ci si possa ancora organizzare in forme evidentemente nuove e cambiare le cose. In primis, per i nostri diritti: vivere una vita dove il lavoro non sia il centro, il fulcro di tutta la nostra esistenza, ma dove sia invece una delle cose che facciamo e in cui ci sentiamo realizzate e realizzati.
Organizzarsi anche per chiedere una transizione ecologica giusta, che distribuisca i vantaggi che possono esserci per il 99% della popolazione: produrre energia in maniera condivisa, spostarsi in maniera efficiente, non rimanere ore bloccati nel traffico per andare a un lavoro che magari non ti consente nemmeno di vivere, abitare in appartamenti inefficienti, pagare bollette carissime con cui finanziamo “dittatori fossili” in giro per il mondo da cui importiamo petrolio o gas..,s dalla Russia all’Egitto.
Il problema – come spesso capita – non è tecnico o tecnologico: quel tipo di soluzioni le abbiamo già, e da anni. Quello che manca sono le nuove forme di organizzazione per rendere quelle soluzioni reali e concrete, in una modalità evidentemente nuova, a cavallo fra attivismo e politica.
Dare forma a un’“Italia Impossibile”
Ci stiamo provando con “Italia Impossibile”, la rete di attivisti, realtà sociali e movimenti nata per ricostruire partecipazione politica e mobilitazione dal basso: cambiare la narrazione su ciò che riteniamo impossibile e che invece non dovremmo considerare tale, e cominciare a farlo – per esempio sugli spazi pubblici in varie città d’Italia, per ricreare quella forma di comunità da cui nasce anche un cambiamento reale.
La sfida di “Italia Impossibile” è far capire soprattutto alle giovani generazioni che le cose possono ancora cambiare. Negli ultimi anni si è diffusa una sfiducia profonda non solo verso la politica istituzionale, ma anche verso l’idea stessa che organizzarsi, scendere in piazza o fare pressione sui territori possa produrre effetti reali.
Per questo, secondo il movimento, “sporcarsi le mani” resta fondamentale. Farlo però significa oggi ripensare anche le forme dell’organizzazione: adattarsi a modalità più ibride e fluide rispetto a quelle dei grandi corpi collettivi del Novecento, senza dimenticare il ruolo che strutture come sindacati e partiti continuano ad avere.
Non solo perché in Italia, per ogni elettore under 30, ce ne sono circa tre over 60 — generazioni che hanno visto funzionare partiti e sindacati — ma anche perché quei corpi intermedi continuano a essere una componente essenziale della democrazia, pur avendo perso parte della loro forza.
Per questo serve costruire convergenze tra realtà diverse attorno ad alcune priorità condivise: redistribuire la ricchezza, ridurre il tempo di lavoro, affrontare la crisi climatica e rendere la transizione ecologica un’opportunità anche per i territori. L’idea è semplice: senza organizzazione collettiva, anche gli obiettivi che sembrano necessari continueranno ad apparire impossibili. Mentre sono impossibili solo fino al momento in cui li avremo realizzati.
