I valori della Costituente contro le derive della Nazione


Articolo tratto dal N. 86 di La Repubblica siamo noi Immagine copertina della newsletter

Se è vero che in Assemblea Costituente, l’organo elettivo rimasto in carica dal 2 giugno 1946 al 31 gennaio 1948 per redigere la nuova Costituzione repubblicana, non si volle rinunciare al termine “nazione”, è innegabile che all’interno del testo costituzionale questa parola venne bonificata da tutte le accezioni escludenti e, si direbbe oggi, da ogni declinazione sovranista.

L’essenza della Repubblica

Nonostante il vocabolo non sia stato utilizzato nel dettato dell’art. 2 della Carta, è con ogni probabilità questa disposizione a mostrare con chiarezza la tensione tra Repubblica democratica e idea di nazione costituzionalmente accolta, gettando le basi per un discorso pubblico in cui la titolarità dei diritti non passa più attraverso un’idea omologante di cittadinanza nazionale, ma attraverso il riconoscimento della dignità umana. Qui la Repubblica prende le distanze da qualsivoglia progetto organicista, corporativo e nazionale, senza per questo cadere nella logica di un bieco individualismo, in cui cittadini e cittadine si ritrovano soli nell’esercizio delle loro prerogative.

Sono gli uomini e le donne a fondare la Repubblica con il loro lavoro, ossia con il loro impegno. Lo fanno come singoli, ma anche partecipando ai gruppi intermedi, alle formazioni a cui desiderano aderire per sviluppare la loro personalità. I poteri pubblici, da parte loro, assumono il dovere di assicurare i presupposti di uguaglianza formale e sostanziale e le condizioni di integrazione politica che consentono a ciascuno di scegliere come determinarsi al fine di realizzare non solo sé stesso, ma anche la Repubblica. Nondimeno, questo processo non si svolge al di là dell’orizzonte della comunità che ci circonda: tutto ciò che la Costituzione riconosce in termini di libertà e liberazione – di opportunità potremmo dire – lo richiede indietro in forma di impegno sancendo il dovere alla solidarietà, a non instaurare, cioè, rapporti di competizione cannibale, favorendo, al contrario, relazioni di mutuo riconoscimento.

Non c’è dubbio sul fatto che i primi quattro articoli della Carta vadano letti insieme, perché insieme costituiscono l’essenza del rapporto repubblicano tra la nazione, i pubblici poteri e la cittadinanza, esaltando “l’umano” tanto nella sua dimensione soggettiva, come in quella collettiva, riconoscendo proprio in quest’ultima la chiave della partecipazione. In quest’ottica non stupisce affatto che l’art. 49 della Carta sancisca il diritto di associarsi in partiti per concorrere “con metodo democratico” alla vita politica del Paese: ancora una volta troviamo l’individuo al centro di un processo di sviluppo della Repubblica; ancora una volta è ribadita la richiesta che tale processo si svolga in una prospettiva collettiva.

Cosa fa male alla nostra Costituzione

È banale ricordare che in questi ultimi decenni il tessuto politico della Repubblica è profondamente cambiato: conosco quei cambiamenti e li intercetto nella quotidianità delle dinamiche del sistema italiano dei partiti, ma anche nel progressivo allontanamento dei cittadini e delle cittadine dai processi decisionali. Resto convinta, però, che ricostruire la trama costituente nell’anno in cui cade l’anniversario dei suoi ottanta anni non rappresenti affatto un esercizio di stile. Non è neppure tempo dedicato a rievocare passaggi istituzionali che ormai sono consegnati alla storia. La Costituzione è, oggi come ottanta anni fa, un testo che, pur conservando un carattere storico, ha prima di tutto natura normativa. Stabilisce regole, sancisce principi tutti immediatamente prescrittivi. Dice chi eravamo, ma definisce al contempo anche chi siamo e chi vogliamo essere.

Ecco perché c’è da interrogarsi in merito a quelle trasformazioni che negli anni hanno interessato il rapporto eletto-elettori, ovvero quel legame tra individuo, che vuole concorrere alla vita politica, e i partiti politici; così come non può risultare indifferente per le dinamiche della Repubblica il progressivo disgregarsi di quei processi di intermediazione che garantivano proprio lo sviluppo del singolo anche attraverso formazioni sociali come sindacati, associazioni, famiglie, oltre ai gruppi politici.

Ritornare ai valori della Costituente

Credo che sia fondamentale cominciare a mettere a sistema alcuni fattori che presi singolarmente raccontano un cambiamento, ma se analizzati insieme descrivono un deterioramento della nostra Carta costituzionale e, dunque, della sua effettività. La progressiva marginalizzazione del Parlamento all’interno di un più generalizzato processo di presidenzializzazione del potere, deve essere letto, infatti, in combinato disposto con una deriva populista che nell’omologare i cittadini e le cittadine ha trasformato l’elettorato in massa. Una massa che acconsente, appoggia, acclama e improvvisamente rovescia quando emerge un nuovo capo. Si è perso cammin facendo il valore del confronto, che può anche generare conflitto, essenziale in una democrazia costituzionale dove il voto non è mai finalizzato solo alla individuazione di una maggioranza. In questo impoverimento generalizzato dei concetti costituzionali, la stessa democrazia è stata ridotta all’osso non più concepita in uno con la Costituzione che limita il potere, che protegge le minoranze, che favorisce il pluralismo, ma come prevalenza dei più sui meno. Quasi che fossero i numeri a determinare le ragioni e dunque il diritto al potere.

In questo anniversario, allora, l’invito non può che essere a tornare all’essenza della Costituzione, che può essere neutralizzata anche attraverso un bieco rispetto del dettato, quando privato della sua dimensione valoriale. È necessario se non vogliamo che questa nostra Repubblica finisca con l’assomigliare sempre più a quell’idea di nazione che in Costituente era stata abbandonata.

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