La Repubblica dell’amnesia 


Articolo tratto dal N. 86 di La Repubblica siamo noi Immagine copertina della newsletter

Quale eredità il fascismo lascia alla società italiana nel tempo lungo? In questi ottanta anni abbiamo fatto un bilancio (rispetto a: cose, persone, forme politiche, mentalità) di quell’eredità? C’è un testo, un’opera, una traccia di «ciò che rimane» equivalente a quello che è stato Anatomia di un istante di Javier Cercas per la Spagna? 

Perché questo passaggio fosse possibile occorreva assumere un tratto che non trasformasse in ridicolo il passato, o non lo dileggiasse, ma prendesse sul serio quel percorso fatto di intolleranze, di razzismo, di “per bene” e lo traducesse in un resoconto di inchiesta sulla metamorfosi dell’identità italiana che il fascismo aveva svolto, rappresentato e condotto. 

Non riguardava solo il linguaggio o i gesti teatranti (un tratto che tra seconda metà degli anni ’40 e anni ’50 è il codice culturale espresso in gran parte dal cinema neorealista italiano e dalla «commedia all’italiana»), ma indagasse seriamente la formazione e la costruzione dell’Italiano come carattere nazionale (un tratto la cui prima messa a terra avverrà solo nel 1983 quando Giulio Bollati pubblica L’Italiano). 

Un tratto che non riguarda solo le parole. Un passaggio che tutti pensano sancito con un prima e un dopo con la scena di piazzale Loreto il 30 aprile 1945, ma la cui essenza è nella fotografia con cui Bollati chiude il suo L’immagine fotografica: è il 30 maggio 1945 e degli operai staccano i simboli del fascio dal muro esterno del garage a Piazzale Roma a Venezia.

La didascalia di Bollati è bruciante: “crollo del fascismo” un passaggio d’epoca risolto solo cambiando l’insegna. Ancor più significativamente quella fotografia è senza data e Bollati precisa, nella didascalia, che quella scena è “successiva al 25 luglio 1943”. Come a domandarsi e a domandare: La Resistenza è stata un passaggio nella storia nazionale? 

Esagerato? Consiglio di guardare le facciate di tutti i palazzi pubblici (dai palazzi di giustizia agli uffici postali alle Stazioni ferroviarie, per valutare quanto quella fotografia racconti come dopo ci siamo raccontati la storia. Meglio come abbiamo fatto pace con la storia e contemporaneamente, salvato l’identità nazionale. In breve: una passata di bianco. 

 Questo forse spiega anche un secondo elemento su che sia e passi nella mentalità collettiva l’idea della nazione. 

Quando il 22 giugno 1946 passa il decreto presidenziale che sancisce l’Amnistia e l’indulto per reati comuni, politici e militari, quell’atto si consegna all’opinione pubblica con un significato duplice: sul piano politico è percepito non come l’atto di potenza di chi ha vinto, ma come l’impunità di chi ha perso; sul piano culturale come l’invito all’amnesia, più che all’oblio. 

Quello che doveva esprimere un atto di clemenza da parte di chi ha vinto, si trasforma da una parte in un gesto percepito come arrendevolezza e debolezza; dall’altra nell’invito a riprendere il filo interrotto.  

Questione che ancora riguarda il nostro tempo presente e che si esprime nell’immagine, ormai acquisita come «luogo comune»: il fascismo è stato un regime buono fino alla guerra, al più rovinato, come tutti gli adolescenti, dalle «cattive amicizie». Un regime buono perché noi italiani siamo buoni. No meglio: siamo bravi.  

E così anche la nazione è salva. Lunga vita alla nazione. 

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