Esiste un’idea comune riguardo la partecipazione elettorale: che il vaso si sia rotto e che sia necessario riattaccarne i pezzi. Peccato – seguendo la metafora – che qualche frammento si sia perso e non sia sostituibile, e che le parti rimaste si siano talvolta deformate irrimediabilmente. Questa prospettiva inchioda la partecipazione politica all’idea di un’attività immutabile nel tempo, quando sappiamo bene, invece, come l’attivazione dei cittadini sia profondamente influenzata dalle condizioni del contesto in cui si sviluppa, una fra tutte lo sviluppo e le potenzialità della piattaforma digitale.
Alla ricerca di un’emozione
Appare incontrovertibile una perdita di significato delle elezioni in sé, ben lontane da quanto rappresentato dal film-documento “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi. Riporre una scheda nell’urna significava, ad un tempo, mettere fine ad un regime autoritario che aveva mortificato i diritti dei cittadini, celebrare la nascita di una democrazia dei partiti, sancire il riconoscimento politico delle donne nella resistenza al nazifascismo e decretare l’accesso della “altra metà del cielo” alla politica. “Tanta ‘rrobba”, potremmo dire.
Cosa resti di tutto questo è difficile dirlo. Quello che sappiamo è che se il voto, come recentemente affermato da Erri De Luca, produce un’emozione, quest’ultima può determinare un cambiamento specie nelle giovani generazioni. Nell’ultimo referendum, questo è avvenuto in larghi settori dell’elettorato: una saldatura tra voto, passione per la Costituzione e difesa di ciò che è stato citato come “ultimo baluardo” della democrazia.
Conviene non dimenticare che il campo della partecipazione è ampio e che quella elettorale è solo una delle possibili modalità dei repertori d’azione, probabilmente quella in cui la relazione tra atto e conseguenza è più sfumata e più difficile da individuare. Costruire contenuti per il web (un meme, un reel, un video con l’Intelligenza Artificiale) produce visibile engagement e volatili consensi, partecipare ad una manifestazione fortifica l’autopercezione di essere membri del gruppo, comprare “equo e solidale” può riconciliarmi con il mondo attraverso un’azione semplice e quotidiana, e via dicendo.
Ripartire dall’astensione e reinventare nuove forme di partecipazione
E il voto? Ce lo siamo chiesti? Bisognerebbe ripartire da qui senza pregiudizi o sovrastrutture del passato, con un nuovo paradigma di ricerca – meno surveys e più interviste in profondità ed etnografie, per intenderci – e non perché i sondaggi siano inutili ma, piuttosto, perché sono insufficienti a cogliere questa complessità. Serve una nuova agenda di ricerca sull’astensione, quindi, capace di leggere i percorsi cognitivi e decisionali del voto e di indagare con maggiore dettaglio i limiti procedurali che possono ostacolarne l’esercizio.
Rimuoverli, attenuarli è importante spesso in un’epoca caratterizzata da un’alta mobilità geografica per restituire il diritto al voto a tanti: studenti, pendolari, lavoratori in trasferta o nonni “volanti”.
Allo stesso tempo gli interventi di natura tecnico‑procedurale (estensione dei giorni di voto, voto per corrispondenza, sedi alternative presidiate, etc.) sono necessari per l’integrità elettorale, ma non bastano! Non è più sostenibile una democrazia rappresentativa basata solo su una partecipazione intermittente, limitata a scadenze elettorali quinquennali; occorre pensare in maniera nuova al coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali che riguardano i territori, le istituzioni educative, le strutture sanitarie e, più in generale, le politiche pubbliche, anche mediante il contributo della società civile organizzata.
È necessario “risignificare” il voto, integrandolo in un ecosistema di pratiche partecipative (deliberazione, co‑progettazione) e di rafforzamento degli istituti di democrazia partecipativa. Tale riflessione implica l’avvio di un dibattito pubblico ampio e inclusivo sul concetto stesso di partecipazione, che deve essere condotto coinvolgendo tutte le fasce sociali, con particolare attenzione ai giovani e a coloro che si sono progressivamente allontanati dalla pratica elettorale.
Non è realistico pensare che la partecipazione possa essere ricostruita secondo modelli passati. Occorre ripensarla radicalmente, non restaurarla.
