La lezione di Magyar: cercare persone, non voti


Articolo tratto dal N. 81 di C'è vita a sinistra Immagine copertina della newsletter

La vittoria a lungo desiderata

Quindi Peter Magyar ha vinto le elezioni e Viktor Orbán, dopo 16 anni di un governo che somigliava a un regno, è caduto con un tonfo.

In molti, a Budapest e in tutto il mondo, hanno gioito per la fine del suo governo. E ci mancherebbe, dal momento che Orbán non solo era riuscito, con una manciata di riforme ben assestate, a trasformare una democrazia europea in un’autocrazia nel bel mezzo dell’Ue, ma anche a ricattare per anni Bruxelles, usando il diritto di veto con l’abilità di un giocatore di scacchi.

Quindi, sì, c’era e c’è molto di che gioire della caduta di Orbán.

Ed è una gioia in bianco, una gioia che potrebbe chiamare ‘destruens’, perché è una gioia legata solo al fatto che un certo governo non c’è più. Bene. Passata la sbornia, è stata augurata buona fortuna a Peter Magyar che a maggio entrerà in carica, però è giunto il momento di guardare da vicino il risultato di queste elezioni.

Così, se le si mettono sotto il microscopio la sconfitta di Orbán e la vittoria di Magyar si notano alcune cose.

La grande sconfitta di Bruxelles

La prima, la più evidente, è che c’è una grandissima sconfitta in tutta questa storia, molto più di Orbán, ed è l’Ue, che per sedici anni si è fatta menare per il naso da Orbán, senza trovare mai non dico gli strumenti legislativi, ma almeno la forza e la dignità per dire ‘beh’.

Per sedici anni, mentre Viktor Orbán trasformava un Paese europeo in un’autocrazia, facendosi beffe dei principi minimi del tanto decantato stato di diritto europeo, l’Ue lo ha lasciato fare, limitandosi a qualche vaga dichiarazione di disappunto.

“Si costerna, si ingegna, si indigna”. Non esattamente quello che ci si aspetta da chi si erge a paladino della democrazia. E il fatto che per sedici anni, in un Ungheria, ci sia stato un governo che i fatti hanno dimostrato illiberale e, verosimilmente, corrotto, non è colpa dell’ex primo ministro ungherese. Orbán è Orbán e fa Orbán.

La colpa – perché di colpa ha senso parlare – di quello che è successo in Ungheria negli ultimi anni è dell’Ue che, per un decennio e mezzo, non è intervenuta. È stata l’Ue che ha deciso di navigare per i marosi della storia, armata solo di buoni principi e dichiarazioni di intenti, senza attrezzarsi degli strumenti, che nel suo caso avrebbero dovuto essere norme e articoli dei trattati, per far rispettare lo stato di diritto nei suoi confini.

La strategia dell’Ue contro Orbán è stata pregare che prima o poi perdesse le elezioni. Alla lunga, è evidente, ha funzionato e qualcuno li ha ascoltati. Ma in futuro, eviterei di disturbare l’alto dei cieli e mi attrezzerei con qualcosa di più concreto.

La strategia vincente di Magyar 

Il secondo dato che emerge, invece, riguarda la vittoria di Peter Magyar che è stata una vittoria tanto netta quanto istruttiva. Andrebbe studiata. Anche dai leader italiani se ne avessero la compiacenza.

Perché Magyar, a differenza della stragrande maggioranza di chi fa politica oggi, non si è limitato a comparsate in tv o a tweet efficaci. Ma è andato per strada, ha percorso in lungo e in largo, per due anni, il Paese, fermandosi e incontrando persone in ogni paesino e grappolo di case. Parlando con tutti. Chiedendo a tutti cosa ci fosse che non andava secondo loro. Bevendo milioni di caffè e assaggiando migliaia di torte fatte in case.

Magyar non ha vinto le elezioni perché ha portato avanti un programma europeista o di diritti civili (che non ha, dal momento che il posizionamento di Magyar è molto simile a quello di Orban, solo un po’ meno). Magyar ha vinto le elezioni perché  si è messo a parlare con le persone. Si è fatto conoscere.

Ha voluto conoscere gli altri. Ha cercato persone, non voti. Ha chiesto permesso: è andato da ogni contadino, da ogni studente, da ogni operaio del Paese a dire “Ciao, sono Peter, hai voglia di raccontarmi i tuoi problemi?”. Non si è presentato in TV a dire “Ciao, guarda come ti svolto la vita perché ho una bella faccia”.

In questo – mutatis mutandis e sfiorando la blasfemia – si può dire che la vittoria di Magyar è stata simile a quella di Zohran Mamdani a New York. Frutto di una campagna novecentesca, fatta per strada, incontrando le persone e non raccogliendo like sui social. E, sorpresa, funziona. Secondo me, avrebbe senso replicare.

Lo svantaggio di essere europeista 

La terza cosa che si vede, dalla lente del microscopio sotto cui abbiamo messo il voto ungherese, mi spiace, ma riguarda ancora l’Ue (“Critichiamo ciò che amiamo” era l’esergo di un vecchio sito amatissimo dai giornalisti italiani).

L’Ue è elettoralmente debole. Chi si presenta alle elezioni dicendo di essere europeista ha uno svantaggio di partenza; invece, chi si presenta dicendo di essere anti europeista “mette un tigre nel motore”.

È successo in Slovacchia, in Repubblica Ceca, in Austria, in Italia. Succede in Francia, in Germania, in Spagna, persino in Portogallo. Lo stesso Magyar, che pure è sideralmente più europeista di Orbán, anche perché chiunque è più europeista di Orbán, ha avuto toni di grande cautela rispetto all’Ue, parlandone più come un gigantesco bancomat che conviene blandire che come un progetto politico a cui aderire.

Tra le elezioni ungheresi di settimana scorsa e le presidenziali francesi della prossima primavera passerà un anno. Un anno che, fossi l’Ue, userei per costruirmi una storia e una credibilità elettorale.

Non si sono usati gli ultimi 30 anni per farlo. Almeno si usino i prossimi 12 mesi.

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