Perché oggi il centrosinistra ha bisogno della sua “curva Nord” 


Articolo tratto dal N. 81 di Immagine copertina della newsletter

Come i partiti politici affrontano i cambiamenti

Negli ultimi anni la politica italiana è cambiata molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Non è più, o non è più soltanto, uno spazio di confronto tra idee, programmi e visioni del mondo. I grandi partiti di massa si sono indeboliti, la globalizzazione ha spostato molte decisioni lontano dai cittadini, le istituzioni sovranazionali hanno acquisito un ruolo crescente e i media tradizionali hanno perso centralità. 

È diventata sempre più un’arena emotiva, in cui leader e cittadini si muovono secondo logiche che ricordano da vicino quelle del tifo sportivo. E in questa nuova partita, il centrodestra sembra avere un vantaggio evidente sul centrosinistra: riesce a mobilitare di più, a coinvolgere di più, a trasformare il consenso in partecipazione attiva. Il punto è semplice: oggi un leader non deve limitarsi a guidare un partito, deve guidare una tifoseria. Deve avere la sua “curva Nord”.

La crescente necessità di chiarezza 

Non bastano elettori o simpatizzanti, servono persone disposte a sostenere il leader con passione, a difenderlo, a seguirlo anche nei momenti difficili. In una parola: tifosi. Giorgia Meloni e Matteo Salvini questo lo hanno capito da tempo. Hanno compreso che molte persone hanno la sensazione che le decisioni importanti vengano prese altrove, fuori dal loro controllo e che, in questo contesto, cresce il bisogno di protezione, di identità, di appartenenza. E qui il centrodestra riesce a essere più efficace: offre una narrazione semplice, immediata, riconoscibile. 

Costruisce un “noi” e un “loro”. Indica con chiarezza chi sono i buoni e chi sono i cattivi. È una semplificazione, certo, ma è proprio questa chiarezza a renderla potente. Le persone capiscono subito da che parte stare. Il loro rapporto con la base è diretto, continuo, emotivo. Parlano a un “noi” ben definito e costruiscono un senso di appartenenza forte. Non è solo politica, è identificazione.  

Il centrosinistra, invece, fatica molto di più a creare questo tipo di legame. Sembra spesso giocare la stessa partita, ma senza avere una curva davvero pronta a tifare. Sembra muoversi su un terreno più complesso e meno immediato. Tende a tenere insieme posizioni diverse, a evitare contrapposizioni troppo nette, a costruire equilibrio più che identità. È una scelta che ha una sua logica, ma che nella pratica rischia di rendere il messaggio meno riconoscibile. Quando non è chiaro da che parte stai, diventa difficile per l’elettore collocarsi. E se non ti riconosci, difficilmente ti senti parte di qualcosa. Senza appartenenza, il consenso resta tiepido e difficilmente si trasforma in partecipazione.

Da elettori a “tifosi” 

Anche il modo in cui si forma l’opinione pubblica è cambiato. Lo spazio del confronto si è progressivamente frantumato. Al suo posto si sono moltiplicate piccole arene separate, spesso chiuse, in cui ciascuno tende a confrontarsi quasi esclusivamente con chi la pensa allo stesso modo. È qui che la metafora del calcio diventa utile. Il tifoso non guarda la partita in modo neutrale: la interpreta. Un fallo evidente può diventare irrilevante, un contatto minimo può trasformarsi in uno scandalo. 

In politica accade qualcosa di molto simile. Se il leader sbaglia, la responsabilità si sposta immediatamente altrove: sui giornalisti, sugli avversari, sui “poteri forti”. Il VAR, in versione politica, è sempre pronto a correggere la realtà. Questo meccanismo non serve solo a difendere il leader, ma a rafforzare il gruppo. E soprattutto cambia il ruolo dei sostenitori.

Non sono più semplici elettori, ma partecipanti attivi. Commentano, condividono, rilanciano, attaccano. Producono contenuti, costruiscono narrazioni, tengono viva la presenza del leader nello spazio pubblico. In molti casi fanno, di fatto, propaganda continua, contribuendo a trasformare il consenso in una forma stabile di mobilitazione. 

Tornare a costruire una comunità a sinistra 

Ed eccoci al punto: perché il centrosinistra non ha tifosi?

Perché non costruisce una narrazione abbastanza mobilitante. Non racconta una storia capace di coinvolgere davvero. Parla alla testa più che al cuore. Questo è un valore, certo. Ma nel mondo di oggi non è sufficiente. Per trasformare un elettore in un sostenitore serve anche una dimensione emotiva, simbolica, identitaria. Non è un caso che il PD, principale partito del centrosinistra, raccolga consenso soprattutto tra persone con maggiore stabilità economica e culturale: una platea importante, ma meno incline al tifo. Al contrario, chi vive condizioni di precarietà, insicurezza o marginalità tende a cercare riferimenti più semplici, più forti e più immediati. 

Eppure, proprio in questo scenario, si intravede una possibile apertura. Un primo segnale è arrivato dal referendum, dove una parte delle forze di opposizione è riuscita a esprimere una posizione chiara e anche emotivamente forte, sintetizzata nello slogan “Salviamo la Costituzione”. Su questa linea si collocano modalità comunicative differenti: non quelle della politica da stadio, ma quella di un equilibrio nuovo, una politica progressista capace di tenere insieme sviluppo economico e giustizia sociale. 

Uno stile con forti elementi di novità: parlare in modo diretto senza scivolare nella semplificazione aggressiva, costruire riconoscibilità senza alimentare lo schema dei buoni contro cattivi. Anche usando l’ironia, per disinnescare la logica del tifo. Forse è proprio qui la sfida per il centrosinistra: non diventare una curva ultras, ma tornare a costruire una comunità. Perché la politica non può essere solo tifo. Ma senza un minimo di coinvolgimento emotivo, oggi, rischia di non esistere. 

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