A partire dagli inizi degli anni Duemila, ovvero dal decennio successivo alla caduta del muro di Berlino, la sinistra ha iniziato ad accusare – un po’ ovunque in Europa – una profonda crisi di identità, idee e leadership. Una crisi che ha portato le diverse forze politiche del campo socialista e socialdemocratico a subire una crescente perdita di consensi, sebbene in maniera non uniforme da paese a paese. Il problema assume dunque una valenza strutturale e sembra in larga parte dovuto all’incapacità di leggere i cambiamenti in atto nella società di oggi. A questa difficoltà di lettura dei mutamenti sociali si accompagna, non casualmente, una crisi più profonda di natura ideologico-culturale.
La domanda di protezione non incontra più risposte politiche
La progressiva rinuncia della sinistra a un universo simbolico coerente, capace di organizzare domande sociali, aspettative, contraddizioni e conflitti redistributivi, ha procurato nel corso del tempo una perdita di capacità di orientamento sia verso l’interno (si pensi alle divisioni nel PD) sia verso l’esterno (si pensi al disorientamento dell’elettorato del PD e, soprattutto, alle difficoltà nell’intercettare nuovi elettori). Senza una cultura politica riconoscibile, e una narrativa coerente che la accompagni, è impossibile tradurre le contraddizioni sperimentate da gran parte della popolazione nelle rivendicazioni di un soggetto politico, come un partito o una coalizione di partiti progressisti (e, aggiungerei, di forze sociali), di sinistra e centro-sinistra. Un chiaro esempio di questa difficoltà è fornito dalla categoria di classe sociale, che pur restando sociologicamente rilevante, non sembra più in rado di rappresentare un principio di identificazione politica.
In una società individualizzata e di massa, sempre più attraversata da incertezze e paure riguardanti sia la dimensione pubblica (il lavoro) che quella privata (la famiglia), la domanda di protezione viene sempre più declinata come una richiesta di rassicurazione individuale e particolaristica. Modalità storicamente estranea a una sinistra abituata a ragionare in termini di domande collettive e risposte universalistiche. Per dirla altrimenti: non è affatto facile rispondere ai rischi di insicurezza percepiti in maniera autoriferita e personale con soluzioni etero-riferite e declinate in chiave collettiva. Perciò il disagio individuale non riesce a riconoscersi in forme di solidarietà di gruppo o identificazione di classe.
Questa condizione marca ovviamente un punto a favore della cultura politica di destra, che riesce a costruirsi una sua più solida e numerosa tifoseria militante perché il suo messaggio è costruito nei termini che vengono più chiaramente percepiti in una società atomizzata. Nel momento in cui il disagio individuale si traduce in una egoistica e spesso disperata pretesa esclusiva di protezione, che individua in chiunque altro un antagonista e un nemico rispetto alla soddisfazione del proprio bisogno, la destra dispone delle categorie culturali più adeguate per intercettarlo.
Nel corso del Novecento, la sinistra è stata capace di perseguire in maniera molto efficace il suo obiettivo storico: emancipare gli individui attraverso le lotte collettive. Ma poi, una volta risolti in gran parte i problemi materiali attraverso il welfare, il rapporto con il suo elettorato è entrato in crisi, lasciando spazio alla destra. Impegnata nella ricerca di una nuova frontiera, la sinistra si è quindi indirizzata verso la soddisfazione dei bisogni post-materialisti. E quando i problemi legati alla sicurezza, materiale e fisica, insieme all’incertezza sul futuro, sono tornati ad affacciarsi, non è stata in grado di coglierne la nuova salienza.
Un fenomeno che in realtà aveva mostrato le prime avvisaglie già negli anni Novanta quando, in seguito all’avvento della Lega Nord, molti operai delle aree industriali di Piemonte e Lombardia erano passati dal PCI al partito di Bossi. E peraltro da allora, fino ai giorni nostri, la tendenza si è progressivamente rafforzata: in occasione delle elezioni politiche del 2022, come ultima tappa di questo trend, circa un terzo dell’elettorato operaio ha aderito a Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni. In maniera quasi speculare, è ormai da parecchio tempo che i ceti più istruiti, economicamente benestanti e con elevate qualifiche professionali siano approdati al Partito Democratico: il cosiddetto “partito delle ZTL”.
Un riallineamento elettorale che non può essere inteso solo come l’esito di una trasformazione culturale, ma va ricondotto alla frattura più recente tra vincitori e perdenti della globalizzazione descritta da Hanspeter Kriesi alla fine del secolo scorso, che ha contribuito in maniera decisiva ad amplificarne gli effetti. I primi – più istruiti, cosmopoliti e dotati di migliori risorse individuali – tendono a riconoscersi nei partiti di centrosinistra; i secondi – più esposti alla precarietà lavorativa e ai rischi della competizione globale – si orientano sempre più verso forze populiste e sovraniste. Ne deriva una configurazione che è stata definita “voto di classe al contrario”, in cui le classi socialmente più fragili non riconoscono più nella sinistra il soggetto politico capace di rappresentarle.
Costruire una nuova comunità di valori
Ma che cosa ha reso possibile l’allontanamento della sinistra, a cominciare dal PD, dai ceti sociali maggiormente colpiti dalle diseguaglianze? Il percorso che in Fondazione Feltrinelli abbiamo provato a percorrere quest’anno, in vista della pubblicazione del tradizionale Annale, sta ponendosi questo interrogativo, recuperando una categoria dell’analisi economica e sociale, oltre che dell’azione politica, per lungo tempo trascurata: la classe sociale, per l’appunto. Un concetto che quando nella vecchia società industriale ancora funzionava, non solo nel discorso politico ma anche dal punto di vista operativo, definiva una condizione collettiva, una forma di etero-riconoscimento, che si traduceva con maggiore facilità nella consapevolezza di una condizione individuale. Nella realtà di oggi avrebbe invece l’improbo senso di tradurre, al contrario, una condizione individuale in un’appartenenza collettiva, a partire da una valutazione (un calcolo) individuale che fatica a definirsi.
Il Partito Democratico, attraverso l’idea di unire cattolici democratici, liberali di sinistra, socialisti, ex comunisti, ex democristiani, ambientalisti e radicali, allo scopo di fondare un’unica rinnovata comunità di valori, avrebbe dovuto disporre delle chiavi di lettura dei profondi cambiamenti che stavano attraversando la società italiana. Ma di fatto non ha ritenuto il discorso di classe un linguaggio utile per quel che riguarda la costruzione del nuovo. Del resto, il dato sulle diseguaglianze e sulla loro cristallizzazione nella stratificazione sociale, pur essendo una realtà, non era e non è un aspetto percepito dai ceti in difficoltà. Sta dunque nell’antico paradosso fra condizione di classe e percezione di classe (la famosa distinzione marxiana fra classe in sé e classe per sé) la vera difficoltà da superare, anzitutto legandolo alla comprensione del conflitto redistributivo e alle conseguenti implicazioni in termini di giustizia sociale, oltre che alla declinazione delle classi sociali come presupposto della costruzione di consenso politico.
Se la sinistra è davvero intenzionata a recuperare il voto delle classi subalterne, deve perciò sforzarsi di evidenziare agli elettori i termini di un conflitto distributivo che assume sempre più una configurazione a somma zero, per via delle crescenti diseguaglianze che ormai interessano una parte consistente della popolazione. E ciò non significa rinunciare ad assumere una prospettiva concretamente riformista, bensì declinarla secondo formule in grado di riattivare la piena consapevolezza delle differenze e di quanto esse incidano sulle chance di vita degli individui.
