Vannacci e i giovani: chi deciderà le prossime elezioni? 


Articolo tratto dal N. 81 di C'è vita a sinistra Immagine copertina della newsletter

Vannacci e generazione Z: chi deciderà le prossime elezioni? 

 Qualcosa è cambiato, all’indomani del referendum sulla giustizia e dei suoi risultati: le intenzioni di voto hanno subito una piccola ma importante trasformazione.

Allo stato attuale, infatti, le coalizioni di governo e di opposizione (se vogliamo, di centro-destra e di centro-sinistra) dal punto di vista dei consensi elettorali, si sono molto riavvicinate e ora più o meno si equivalgono: 45-46% circa da una parte e dall’altra, con le due forze politiche ancora “incerte” sul loro posizionamento (quelle che fanno capo a Calenda e Vannacci) entrambe intorno al 3%. 

King maker: Vannacci e giovani?  

Cosa dobbiamo aspettarci da qui alla fine della legislatura? E quali le previsioni per la prossima competizione elettorale? Due sono gli elementi che è opportuno tenere sotto controllo in questi mesi, elementi che potranno diventare forse decisivi per il risultato finale: il primo ha a che fare proprio con il generale Vannacci, il secondo riguarda i giovani o, se vogliamo, la partecipazione giovanile.  

Nato soltanto da poche settimane, il partito di Vannacci, Futuro Nazionale, rappresenta già un tassello decisivo all’interno del panorama politico della destra, dalle cui scelte dipenderà l’assetto definitivo della coalizione attualmente al governo.

L’alternativa per il generale è se presentarsi da solo alle elezioni, restare dunque in una incontaminata purezza e solitudine, ma con il rischio di contare poco, troppo poco per risultare decisivo; o se invece unirsi alla fine alla compagine di centro-destra, determinandone forse la vittoria sul filo di lana, ma con il rischio di appiattirsi troppo sulle forze politiche dalle quali ha voluto distaccarsi, perdendo quindi quell’appeal che potrebbe avere sull’elettorato dichiaratamente di parte.

Vannacci attualmente trova i suoi maggiori consensi nel nord del paese, nella città né troppo piccole né troppo popolose, tra gli uomini e i lavoratori autonomi, e ovviamente tra chi si colloca a destra o nell’estrema destra. Il suo appeal rimane invece piuttosto basso tra gli studenti e i giovani.

Il potere dei giovani

Per quanto concerne appunto i giovani, da più parti è stato sottolineato come sia stata proprio la loro mobilitazione a contribuire, se non addirittura a determinare la vittoria del NO al recente referendum.
La 
generazione Z e in generale quelli con un’età inferiore ai 35 anni (circa il 20% della popolazione elettorale) rappresentano una sorta di contraltare plastico ai sostenitori di Vannacci: si dichiarano in generale di sinistra, soprattutto le donne, ma sono decisamente indecisi su quale partito preferire e votare; non amano i partiti, questi partiti, non si identificano con nessuna specifica forza politica, ma amano la Politica, quella appunto con la P maiuscola.

E nella difesa della Costituzione scendono in strada, si sentono coinvolti, come per la pace, per l’ambiente, nel volontariato sociale. Si è visto chiaramente in questi ultimi anni come la mobilitazione delle nuove generazioni dipenda più da policies e polity, quindi dalle proposte di agenda politica e la salvaguardia delle istituzioni, che dalle politics (con chi allearsi, quale sarà il candidato premier, meglio fare o non fare le primarie, eccetera) insomma, il consueto “teatrino della politica” che non piace per nulla ai giovani.

Se le forze progressiste sapranno parlare in maniera convincente di ciò che vorranno fare, sulla loro proposta di una società migliore, su un progetto di futuro condivisibile, i giovani che si sono mobilitati per il referendum li seguiranno e con loro, forse, una quota significativa di ex-astensionisti.  

Il risultato finale dipenderà dunque dal peso di questi due elementi: sarà maggiormente decisivo il fattore Vannacci oppure il fattore giovanile

Le fratture territoriali del referendum  

 Se c’è una parola che riassume il risultato del referendum e le sue conseguenze è “frattura”. Non solo politica, ma geografica, sociale e persino emotiva. A leggerlo bene, sia il voto in sé che le sue ricadute non raccontano soltanto chi ha vinto e chi ha perso, ma mette in luce un’Italia che continua a spaccarsi tra centri e periferie, tra Nord e Sud, e tra elettorati che si muovono (o restano a casa) in modo sempre meno prevedibile.  

Il dato più evidente è quello territoriale: il Sì si impone solo in tre regioni del Nord e nemmeno in modo uniforme. Nelle grandi città, infatti, succede spesso l’opposto. Milano, Genova, Padova, Trento, Trieste e molti altri centri, anche nelle province dove il Sì è molto forte: il No prevale con margini a volte molto netti, mentre nelle periferie e nei territori più decentrati si rafforza il consenso per il Sì. Una dinamica che non è nuova, ma che questo referendum ha riportato sotto i riflettori con particolare chiarezza. È una linea di faglia che attraversa tutto il Paese. Anche dove il No vince in modo schiacciante la contrapposizione tra centri urbani e aree periferiche resta ben visibile.  

E poi ci sono i casi che fanno rumore. La Calabria, per esempio: pochi mesi fa il centrodestra aveva ottenuto un forte consenso alle regionali, ma al referendum il Sì perde nettamente. Un ribaltamento che dice molto sulla differenza tra elezioni politiche e consultazioni su temi specifici. Non sempre gli elettori seguono in modo lineare le indicazioni dei partiti

Il nodo partecipazione  

Ma il vero nodo, più ancora delle geografie, è quello della partecipazione. Il centrosinistra è riuscito a riportare alle urne milioni di elettori che nelle precedenti tornate erano rimasti a casa. Inclusi molti moltissimi giovani, come abbiamo detto. Il centrodestra, al contrario, ha lasciato per strada una parte consistente del proprio elettorato. Il risultato è un riequilibrio che non nasce tanto da spostamenti massicci di voto, quanto da chi decide — o meno — di presentarsi al seggio.  

I numeri raccontano bene questo meccanismo: il No raccoglie più voti rispetto a quelli ottenuti complessivamente dall’opposizione nelle ultime elezioni, mentre il fronte del Sì perde milioni di consensi rispetto al passato. Non è tanto una fuga verso l’altro campo, quanto una mancata mobilitazione. E in politica, si sa, anche l’assenza pesa. 

Se questa configurazione delle adesioni elettorali si ripresenterà anche alle prossime elezioni politiche, la speranza che la coalizione progressista riesca a raggiungere il 52%, diventando maggioranza nel paese, si farà certo più realistica.

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