Il 28 marzo, nove milioni di persone hanno attraversato le piazze di oltre 3.500 città nel mondo. Un’insorgenza transnazionale contro l’autoritarismo e il regime di guerra che, in Italia, ha visto trecentomila persone invadere le strade di Roma, recuperando lo spirito delle lotte autunnali in solidarietà al popolo palestinese.
Questa straordinaria partecipazione, fiorita all’indomani di una vittoria referendaria storica, non è stata una casualità ma il frutto di un lavoro meticoloso della Rete italiana “No Kings”: un’infrastruttura di convergenza che tiene insieme 700 realtà tra movimenti studenteschi e ambientalisti, sindacati, centri sociali, collettivi territoriali. Da mesi, questa Rete si sta impegnando nella costruzione di uno spazio non proprietario, un laboratorio politico dove alleanze inedite non si limitano a sommarsi ma si ricompongono in una nuova sintesi.
Uno spazio irriverente, che rifiuta le liturgie politiche tradizionali per sperimentare proposte, pratiche e linguaggi capaci di ribaltare gli attuali rapporti di forza.
L’irruzione della “Generazione Gaza”
Uno spazio di opposizione che si fa progetto di rilancio.
Opporsi alla saldatura tra nuovi autoritarismi, oligarchie economiche e un regime di guerra sempre più pervasivo, che attraversa tanto il piano internazionale quanto quello interno agli Stati.
Rilanciare: se è vero che il “vecchio mondo sta morendo”, la sfida cruciale non è la sua difesa ma la creazione delle condizioni affinché non si sia costretti a rimpiangerlo.
Non rimpiangere un ordine internazionale e interno fondato sulla “menzogna” dell’universalità delle regole ma, al contrario, riconoscere come proprio nelle sue aporie si siano radicate le premesse dell’attuale fase autoritaria. Le democrazie liberali hanno, infatti, sempre custodito una riserva di potere illimitato, una riserva di arbitrio punitivo che si è indirizzato al governo di specifiche soggettività.
Ora che quelle eccezioni si sono fatte norma e chi è al governo rivendica apertamente un potere senza limiti, bisogna evitare una tentazione: pensare che, per fermare l’odierno autoritarismo securitario, basti rifugiarsi nella difesa dell’ordine liberale. Quando è proprio dentro quell’ordine -nelle sue crepe, nelle sue ambiguità, nelle sue esclusioni- che sono maturate le condizioni del presente.
Questa analisi non è una astrazione teorica ma il cuore del ragionamento collettivo che la Rete “No Kings” sta portando avanti soprattutto grazie al contributo delle nuove generazioni.
Per chi è cresciuto osservando in tempo reale la sospensione dei diritti e l’orrore di un genocidio reso compatibile con l’ordine internazionale, ciò che è venuto meno è la credibilità stessa di quel sistema, che ha reso possibile l’emergere di un potere senza limiti, capace di normalizzare la violenza e garantirsi impunità.
È da questa esperienza che prende forma la “Generazione Gaza”: una generazione per cui autoritarismo e regime di guerra non sono concetti astratti ma un dato d’esperienza.
Una generazione che, in questi anni, ha intrecciato la lotta per la giustizia climatica alla solidarietà internazionale, portando nelle strade un’intelligenza capace di leggere il legame tra capitalismo estrattivo, riarmo e smantellamento dei diritti sociali, pagando -al contempo- un prezzo crescente in termini di criminalizzazione del dissenso.
E non è un caso che proprio la componente giovanile sia stata essenziale nel voto referendario, esprimendo la propria contrarietà non solo ad una riforma della giustizia funzionale ad assegnare poteri illimitati all’Esecutivo ma ad un intero sistema che si giudica, oramai, compromesso.
Tanto basterebbe per evidenziare quanto sia asfittico il dibattito post referendario sulla leadership del centro-sinistra. Solo la miopia di chi non riesce a guardare oltre alle stantie dinamiche politiciste può pensare che questa disponibilità a mobilitarsi, dalle urne alle piazze, possa essere recintata ed esaurirsi nella delega.
Ciò che emerge dalla fase inedita di partecipazione -soprattutto delle nuove generazioni- non è un bacino elettorale da corteggiare ma un movimento che ambisce a rifondare le nostre democrazie su presupposti radicalmente nuovi, mettendo in discussione priorità, contenuti e forme dell’azione politica.
Dalla solidarietà internazionale al conflitto territoriale
La rotta, del resto, è già tracciata dalle pratiche in corso.
Dinanzi alla complicità e all’inazione del Governo Meloni rispetto alle politiche genocidiarie e guerrafondaie di Trump e Netanyahu si è sviluppata una solidarietà internazionale che non si esaurisce nella testimonianza ma si traduce in azione. Le iniziative di mutualismo conflittuale – come la Sumud Flotilla, nuovamente in partenza verso Gaza – insieme ai blocchi degli snodi logistici indicano una direzione precisa: intervenire nei luoghi materiali in cui la guerra viene resa possibile e riprodotta.
Accanto a queste pratiche, si stanno consolidando reti transnazionali che provano a dare continuità e coordinamento a queste mobilitazioni, trasformando la simultaneità delle proteste in una prima forma di infrastruttura politica comune. In questo quadro, gli appuntamenti europei contro il riarmo – a partire dalla mobilitazione del 14 giugno a Bruxelles “
Tuttavia, la rottura di sistema si gioca anche nel “corpo a corpo” con i territori.
Il “principio monarchico” è la configurazione reale di un potere chiuso, asfittico e clientelare; un dispositivo di comando che espropria le comunità di ogni capacità decisionale. Un modello che governa anche e soprattutto i piccoli centri attraverso desertificazione sociale, smantellamento sistematico dei servizi essenziali e gestione predatoria delle risorse.
È proprio in questa dinamica che si inserisce l’economia di guerra, trasformando città e aree interne in distretti strategici per la produzione bellica, la speculazione e la devastazione ambientale.
Radicare le mobilitazioni nei territori diventa, allora, una condizione imprescindibile per invertire questa tendenza. Lo dimostra con chiarezza il caso di Anagni: l’opposizione al progetto di un nuovo insediamento per la produzione di armamenti non è una semplice vertenza locale ma uno dei terreni in cui diventa possibile produrre una vittoria concreta, incidendo sui meccanismi che sostengono la filiera bellica e riappropriandosi di spazi di decisione collettiva sul futuro del proprio territorio.
La recrudescenza securitaria
Questa capacità di ricomporre partecipazione e conflitto su scala globale e territoriale, incidendo sui gangli dell’autoritarismo e del regime di guerra, è esattamente ciò che terrorizza chi detiene le leve del comando.
Non a caso, l’ondata di partecipazione delle ultime settimane ha messo in crisi il Governo Meloni, costringendolo a misurarsi con la propria fragilità.
Proprio questa debolezza sta producendo una recrudescenza repressiva senza precedenti: il nuovo decreto sicurezza (d.l. n.23/2026), in approvazione alla Camera dei Deputati la prossima settimana, ha l’esplicita finalità di neutralizzare ogni forma di partecipazione e di dissenso.
Fermi di prevenzione e perquisizioni di polizia per chiunque si rechi ad una manifestazione o anche solo ad un’assemblea, Daspo dalle piazze, sanzioni pecuniarie se si devia dal percorso di un corteo: il disegno è chiaro e mira a soffocare quel protagonismo democratico che si sta riappropriando dello spazio pubblico.
Questo provvedimento, ancor più feroce di quello dello scorso anno, non può essere accolto nel silenzio. Si tratta di un’offensiva brutale contro le nostre libertà, un tentativo disperato di spezzare una spinta collettiva che sta mettendo sotto scacco chi pretende di esercitare un potere illimitato.
Cambiare il campo di gioco
Questo è il terreno su cui si apre la fase che abbiamo davanti. Una fase in cui la capacità di resistere alla stretta repressiva dovrà accompagnarsi alla costruzione di pratiche sempre più radicali e radicate, in grado di tenere insieme scala globale e territoriale.
La sfida, d’altronde, non è solo contenere l’autoritarismo ma cambiare gioco: non accontentarsi più di fare scacco matto al Re ma ribaltare l’intera scacchiera.
